Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Le bolle finanziarie

Bolla finanziaria Bolla finanziaria

di Renato Gatti

Dagli effetti dell’ultima bolla finanziaria non siamo ancora usciti; è dal 2007 anno in cui è scoppiata la bolla sub-prime che, a livello mondiale, stiamo pagando le conseguenze di quel disastro; un disastro cinico perché nato dalla follia del mondo finanziario si è scaricato dapprima sulle banche mandandone in fallimento molte, tra cui la più nota è la Lehman Brothers, oppure costringendo gli stati a salvarle. Questi salvataggi hanno squassato i bilanci degli stati mettendo in pericolo i loro conti.

Ad esempio la bolla immobiliare in Irlanda, quando è scoppiata, ha crato un buco pari al 50% del PIL, lo stato irlandese per salvare le banche si è fatto carico di quel buco, ma il suo debito che prima del salvataggio era pari al 30% del PIL , dopo il salvataggio è salito all’80%. La crisi dei debiti sovrani si  è ancor più aggravata perché il credit crunch, conseguente alla crisi delle banche, ha messo in crisi anche l’economia reale e di conseguenza anche le entrate fiscali degli stati. La crisi da finanziaria si è tramutata in crisi dell’economia reale e a pagarne le conseguenze è stato, alla fine, il mondo del lavoro: lavoratori ed imprese.

Ma le bolle finanziarie non sono accidenti rari ed eccezionali, dal 1636 quando si verificò la prima bolla, quella dei tulipani, le bolle si sono ripetute con una certa continuità, prima ogni 50 anni poi, purtroppo, con cadenza sempre più accelerata.

Voglio ricordare: dopo la bolla dei tulipani, quella della Compagnia del Mississippi (1719), poi quella della Compagnia dei mari del sud (1720). Nel 1825 la bolla legata al mercato emergente del Perù, poi nel 1857 la bolla legata a operazioni speculative su schiavi e ferrovie. Nel 1873 ci fu la drammatica crisi derivati dagli investimenti speculativi sulle ferrovie statunitensi e latinoamericane, ma che si diffuse in tutto il mondo. Nel XX secolo, già nel 1907 ci furono episodi di panico al termine di un boom speculativo che interessò i mercati azionari e immobiliari. Ma sarà nel 1929 la grande crisi che si concluse con lo scoppio della seconda guerra mondiale. Nel 1987 ci fu un grande crollo del mercato azionario e nel 1989 scoppiò la bolla in Giappone che generò per quel paese un “decennio perduto”. Fu poi, alla fine degli anni novanta, che si assistette allo scoppio della bolla dei dot.com generata dall’esaltazione della nuova economia di internet e dell’informatica. A questa crisi succedette poi la crisi dei sub-prime e nel 2008 la bolla del petrolio.

Una prima presa d’atto sta quindi nel considerare le bolle speculative come una norma del capitalismo, piuttosto va ricercato il perché questi fenomeni si succedono con cadenza sempre più accelerata.

Gli elementi di una bolla

Tutte le bolle speculative hanno degli elementi in comune che costituiscono presupposto per la nascita delle stesse e del loro successivo scoppio:

- Qualche elemento di economia reale, quali la scoperta di un nuovo prodotto, l’apertura di un nuovo mercato, una nuova tecnologia è la ragione per l’aumento della valorizzazione di un asset di qualsivoglia natura;

- La fiducia derivante da un periodo di stabilità e nelle leggi del mercato che indicherebbero sempre il prezzo corretto;

- L’abbondanza di liquidità sul mercato ottenuta anche grazie al basso costo del denaro;

- Nuovi strumenti finanziari disponibili sul mercato, quali ad esempio pagamenti rateali, uso di carte di credito e recentemente (determinante) la cartolarizzazione;

- L’effetto gregge nei comportamenti psicologici degli investitori (specialmente tra gli outsiders).

La crisi del ’29 ha insegnato a come medicare le ferite derivanti dallo scoppio di una bolla; invece di seguire politiche restrittive che aggravano la tendenza al ribasso della domanda aggregata, le nuove cure consistono in offerta di denaro a basso tasso per incentivare la ripresa della domanda e delle attività produttive. Ad esempio la crisi dei sub-primes è stata affrontata con quantitative easings che hanno reso meno drammatici gli esiti dello scoppio della bolla, che avrebbero potuto essere ben più disastrosi come ad esempio quelli degli anni trenta del secolo scorso, prima dell’arrivo di Franklin Delano Roosvelt.

Le nuove cure, tuttavia, hanno dimostrato che, se non ben governate, sono la causa dell’accelerata ricorrenza dei fenomeni. La cura della crisi dei dot.com, effettuata con una politica monetaria sui tassi di interesse e la facilitazione quantitativa, ha creato facilità a richiedere ed ottenere prestiti aumentando considerevolmente anche gli investimenti in progetti più o meno rischiosi. La discesa dei tassi americani arrivati all’1% nel 2004 per ovviare alla crisi dei dot.com ha segnato l’inizio della bolla immobiliare e il successivo crollo dei tassi nel 2008 attuato per tentare di far ripartire il mercato e il settore bancario ha permesso la creazione della bolla sul greggio. E’ quindi nella gestione delle cure per sanare le bolle che va ricercata la ragione della accelerata ricorrenza delle stesse, accelerazione che si è verificata negli ultimi tempi. Questa riflessione deve metterci molto sull’attenti se pensiamo ai quantitative easings attuati dagli USA e quello che la BCE sta ancora attuando. Si tratta di cifre enormi (oltre i mille miliardi di dollari) che potrebbero essere la causa di altre ancor più tremende bolle nel nostro futuro.

Ma non si possono prevenire le bolle?

Nel pensiero ordoliberista le bolle non si possono prevenire, al massimo si possono mettere in azione politiche monetarie per curarne gli effetti. Questa affermazione di impotenza nasce dalla fideistica convinzione che il valore che il mercato determina è il valore vero in quel momento e date le informazioni di cui in quel momento si dispongono. Risulta però difficile non vedere la contraddizione tra l’affermazione della immacolata verità del valore di mercato con la definizione di bolla in cui si definisce la stessa come il verificarsi sul mercato di un prezzo assurdo. Come può un prezzo determinato dal mercato essere contemporaneamente vero in un caso  ed assurdo nell’altro? La contraddizione è palese e manca della definizione di quale sia il valore non assurdo  al quale fare riferimento per determinarne l’assurdità.

Accantonato il problema filosofico, passiamo alle raccomandazioni che sono state fatte per prevenire il crearsi di bolle, possiamo ricordare tra le altre le seguenti:

- Reintrodurre la distinzione tra banche d’affari e banche commerciali;

- Rivedere i bonus agli operatori finanziari basandoli sui risultati a lungo termine e non sul breve termine;

- Rendere le società di rating indipendenti da banche ed emittenti titoli;

- Rendere trasparenti e leggibili i titoli cartolarizzati;

- Evitare derivati scollegati da reali transazioni;

- Smantellare le banche too big to fail.

Ma quello che più che altro va ricercato è di evitare che i dissesti del mondo finanziario si riversino sull’economia reale e quindi, in definitiva, sul mondo del lavoro.

Se un investitore ama rischiare e interpreta la finanza come un gioco d’azzardo fatto di scommesse sul futuro, sui default altrui e altri marchingegni, non è che si possa proibirgli di impiccarsi alla corda che si è preparato: quello che va impedito è che la sua follia ricada sull’economia reale e  sul mondo del lavoro.

Il riversarsi delle follie della finanza sull’economia reale va innanzitutto combattuta perseguendo una finanza che sia al servizio dell’economia reale e non il suo contrario. La ricaduta dal mondo della finanza sul mondo reale avviene quando le banche, in difficoltà per le insolvenze degli investitori finanziari, bloccano lla concessione dei crediti alle imprese produttive. Si dovrebbero responsabilizzare le banche nel concedere crediti per operazioni rischiose, ad esempio classificando con un bollino verde, giallo, rosso (come indicatore crescente di rischiosità) ogni investimento fatto dalle banche con l’avvertimento che la collettività ovvero lo stato non interverrà in aiuto a quelle banche in difficoltà per aver finanziato investimenti con il bollino rosso.

Si potrebbe anche pensare (più efficacemente) ad una tassazione progressiva sulle plusvalenze calcolate, ad esempio, come differenza tra prezzo della transazione e l’indice price/earning moltiplicato per un fattore politicamente determinato. Tale differenza sarebbe in grado di misurare il grado di assurdità della quotazione e quindi della sua pericolosità e la tassazione progressiva servirebbe a rendere meno conveniente e quindi scoraggiare gli investimenti eccessivamente rischiosi.

   

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