Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Efficienza e democrazia

di Renato Gatti

Un’alternativa attuale

Nel mondo politico da qualche tempo viene posta l’alternativa tra efficienza e libertà, che tradotta in altri termini più articolati potrebbe essere declinata come segue: è meglio tenersi il sistema democratico anche se sempre più zoppicante e incapace di scelte tempestive, efficaci o è meglio adattarsi ad una “democrazia illiberale”, ad un sistema politico più autorevole capace di interventi capaci di risolvere i problemi senza tante complicazioni.

Ci sono elementi di verità in questa posizione; la democrazia sta perdendo fascino ridotta com’è a una campagna elettorale continua puntata sui personaggi più o meno folcloristici, che al momento del voto vede solo la metà degli aventi diritto avvalersi del diritto al voto; si perde in discussioni di corto respiro che sembrano mancare della capacità di pensare ad un orizzonte di lungo termine, arrivando al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

Non tutte le “democrazie illiberali” poi sono di per sé efficienti, spesso al contrario sono inefficienti e vessatorie, e fanno prevalere il lato autoritario, poliziesco o militare, all’ombra di un “culto della personalità” che privilegia il primato del “capo” indipendentemente dai provvedimenti presi o proposti. C’è poi da dire che anche i paesi cosiddetti democratici non disdegnano atteggiamenti “illiberali” coperti dalla ragion di stato o, come recentemente, dalla crisi da virus, non disgiunti da una venerazione del “capo” che irride al succo filosofico della democrazia.

Non credo quindi nella validità dell’alternativa così posta, penso al contrario che sia dirimente la capacità di pensare strategicamente e a lungo termine. Oggi la sfida che gli stati, sempre più a dimensione continentale, si trovano a dover affrontare è quella dello sviluppo tecnologico che ha visto dapprima la sfida tra USA e URSS nel campo spaziale, oggi tra USA e Cina nei campi tecnologici più attuali.

Riporto da “La seconda guerra fredda” di Federico Rampini (Mondadori). ”E’ vero che Pechino ci ha già superati nella corsa all’intelligenza artificiale, alla telefonia di quinta generazione, all’”Internet delle cose”, cioè la nuova rivoluzione digitale che trasformerà l’economia e la società? La Cina è vicina al primato anche nei supercomputer e nella “quantum technology?”.

La Cina, fino a qualche anno fa era molto arretrata, rispetto agli USA, sul terreno della tecnologia, ma ha raggiunto i livelli attuali grazie ad una scelta politica determinata ed articolata: da una parte nella selezione di politici sulla base di risultati meritocratici acquisiti e dimostrati; dall’altra con il perseguimento determinato di un piano ultradecennale per raggiungere una propria autonomia tecnologica se non addirittura una egemonia a livello mondiale.

Sempre dal libro di Rampini riporto il seguente passo:” Dal 1979 a oggi sono migliorate tante cose, oltre al tenore di vita materiale: la qualità dell’insegnamento, la salute, la longevità. La condizione femminile ha fatto progressi: l’attuale livello di emancipazione e di diritti della donna in Cina è mediamente superiore a quello raggiunto nella democrazia indiana. Tutto questo è avvenuto senza l’instabilità delle democrazie; e all’interno di una cornice ordine, con bassi livelli di criminalità. Peraltro, negli anni più recenti la leadership cinese ha cercato di modificare i criteri di selezione dei futuri dirigenti: per esempio, nel valutare la performance degli amministratori locali sono stati aggiunti anche parametri di sostenibilità ambientale e di riduzione dell’inquinamento. Si usano sempre più spesso i sondaggi per misurare lo stato d’animo della popolazione, quindi, anche se i cinesi non votano, il loro parere sui governanti viene in qualche modo registrato”.

Quindi la governance è basata su competenza, merito, esperienza, efficienza e tali caratteristiche sono coltivate nella scuola, nella educazione, nella selezione dei dirigenti. Altro che “l’uno vale uno!”.

Un governo socialista

Al di là dei validissimi principi di libertà ed eguaglianza, di solidarietà e di egemonia del lavoro sul capitale, un governo socialista, in campo economico, deve tendere ad elaborare: da una parte una strategia di obiettivi da raggiungere e dall’altra una simbiosi tra funzione pubblica e funzione privata nel perseguimento degli obiettivi che ci si è proposti di raggiungere. Anche i testi di Mariana Mazzucato: “Lo stato innovatore” e “Il valore di tutto” possono offrirci spunti nel senso che sto indicando.

Ora gli obiettivi strategici non sono senza rischi e non si raggiungono in tempi brevi, senza ricerca e sperimentazioni; i presupposti che stanno alla base degli obiettivi strategici non sono nella natura dell’investimento privato, che spesso, quasi sempre, ricerca un ritorno relativamente veloce ai suoi investimenti con tempi di pay-back incompatibili con i tempi della politica strategica.

Ecco che allora la presenza di una imprenditoria pubblica è indispensabile per una seria politica economica strategica e di lungo respiro. Non vedo questa dimensione nel nostro Ministero per l’Innovazione nè nel suo collegato Ministero per lo Sviluppo economico, l’uno legato alla pur meritevole digitalizzazione, l’altro impantanato in tavoli di soluzione di crisi aziendali.

L’INFN qualche anno fa ha aperto un discorso che trovo consono alla mia proposta; l'INFN ha dato origine a diverse nuove imprese ad alta tecnologia. Alcune di queste aziende, che oggi chiameremmo "spin off", sono nate e cresciute sotto il patrocinio dell'Istituto, diventando aziende consolidate nel proprio campo. Oggi l'attenzione dell'INFN verso la creazione di impresa è cresciuta: fornendo tecnologia, servizi e connessione con i principali attori dell'innovazione, l'INFN supporta il personale che desidera percorrere la strada dell'imprenditorialità. E' stato inoltre strutturato un processo di valutazione selettivo perchè uno spin off possa essere certificato dall'INFN. Usufruire delle tecnologie sviluppate dall’INFN e dal CERN ora è un’opportunità concreta per molte imprese, spin-off e piccole imprese hi-tech italiane che hanno deciso di puntare e investire sull’innovazione. Sono stati, infatti, firmati gli accordi tra l’INFN e i primi BIC, Business Innovation Centre, vale a dire gli incubatori e acceleratori d'impresa che hanno presentato domanda di partecipazione e sono stati selezionati per far parte del Network R2I, Research to Innovation.

Ecco che allora il CNR CENTRO NAZIONALE RICERCHE può essere individuato come l’organo permanente all’interno del Ministero dell’Innovazione con il compito di impostare le sue ricerche, in un settore appositamente creato, al fine del perseguimento degli obiettivi strategici del governo. Le ricerche del CNR vengono passate alla ricerca applicata in imprese pubbliche o pubblico-private che iniziano la produzione commerciale delle scoperte del CNR. Si sviluppa così un’industria strategica che può aprire la strada e offrire opportunità di sviluppo e innovazione anche al settore privato.

Certamente la partecipazione dello stato nelle imprese pubbliche, come in quelle partecipate, è un terreno dove iniziare a dar corpo alla cogestione prevista dall’art. 46 della Costituzione, così come la costituzione di un fondo finanziato dalla cessione dell’utilizzo dei brevetti e dei diritti d’autore, così come dai dividendi delle imprese partecipate, va a costituire la fonte per la gestione del nuovo mondo del lavoro che risulta dalla rivoluzione 4.0.

Non è necessario instaurare una democrazia illiberale, ma ci troviamo di fronte al difficilissimo compito di uscire da una politica passerella di personaggi improbabili e entrare in un mondo dove la politica sia quotidiano impegno dei cittadini trasformati da subalterni in dirigenti.

 

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