Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Da condivisibili premesse a sorprendenti conclusioni

di Renato Gatti

Omaggio a Eugenio Rignano

Eugenio Rignano era un ingegnere che si occupò di molte materie, dalla sociologia all’economia, dalla biologia alla politica, dalla filosofia all’epistemologia. Era un liberale ma si interessò al marxismo anche se nella forma singolare di Loria, ma nella sua vita, negli anni venti, salutò l’avvento del regime fascista interpretato come il male minore rispetto al pericolo bolscevico, ma successivamente firmò il Manifesto antifascista di Croce.

Ne parliamo qui per il suo lavoro, pubblicato nel 1901, che è stato, a mio modo di vedere, sottovalutato dai contemporanei anche se Luigi Einaudi ne parla nella sua “Riforma sociale” nel 1927. Anche i socialisti furono piuttosto freddi nei suoi confronti, l’unico a prendere in seria considerazione la sua proposta completa fu il filosofo Rodolfo Mondolfo che pur criticando il semplicismo ottimistico del Rignano, ammette che la sua proposta potrebbe rivelarsi un buon percorso per preparare gli operai al socialismo.

Le premesse da cui parte Rignano

L’eguaglianza dei punti di partenza

John Stuart Mill nei suoi “Principles of Political Economy” pubblicati nel 1848, opera la celebre distinzione tra la sfera della produzione e quella della distribuzione; la prima sfera governata da immutabili leggi universali, la seconda soggetta alle convenzioni sociali e istituzionali. Con tale distinzione vengono legittimate le teorie e le istanze di una maggior equità nella distribuzione della ricchezza. A parere di Mill le leggi e le convenzioni che reggono la società liberale “hanno di proposito alimentato le disuguaglianze ed hanno impedito che tutti gli uomini iniziassero in condizioni di parità la loro gara nella vita”. Infatti continua Mill “che tutti partano in condizioni esattamente uguali è in contraddizione con i principi di proprietà privata, ma se le stesse preoccupazioni che si sono avute per aggravare le disuguaglianze di possibilità che derivano dalla semplice applicazione di tale principio fossero invece state rivolte ad attenuare quelle disuguaglianze (…) se la tendenza della legislazione fosse stata di favorire la diffusione, anziché la concentrazione della ricchezza, (…) allora il principio della proprietà individuale non avrebbe avuto nessuna necessaria connessione con quei mali fisici e sociali che quasi tutti gli scrittori socialisti ritengono invece inseparabili da esso”.

Da buoni liberali, molti economisti da Huet a Colins, da Lavleye allo stesso Walras, la concezione della concorrenza vista come una corsa cui ogni cittadino è chiamato a partecipare al fine di selezionare il più adatto, trova un limite invalicabile nel fatto che a questa corsa non tutti i cittadini partono dalla stessa linea di partenza; c’è chi parte con mezzi abbondanti, relazioni, conoscenze, educazione e chi parte senza mezzi, isolato e segregato, impossibilitato a pensare neppure a quello che oggi si chiama l’ascensore sociale. Lo stesso emblema dell’apologia liberista Léon Walras ammette che “se pure la disuguaglianza è una necessità che deriva dalla diversità di attitudini e capacità umane, che appunto grazie alla concorrenza e al mercato hanno la possibilità di farsi valere, questa è tuttavia conforme a giustizia quando è sorretta da una sostanziale uguaglianza di condizioni”

L’eguaglianza dei punti di partenza è quindi l’obiettivi che Eugenio Rignano si propone di realizzare individuando quale maggior strumento di perpetuazione delle disuguaglianze il regime successorio.

La fiscalità delle successioni

Il ragionamento che Rignano fa sulla fiscalità successoria tende a tutelare quanto una persona riesce ad accumulare nel corso della sua vita e che intende trasmettere ai propri discendenti, mentre sulle eredità acquisite dai propri ascendenti che non provengono cioè dal proprio lavoro, verranno applicate imposte di successione progressive nei successivi passaggi, fino alla completa espropriazione. Il suo schema prevede quindi una imposta di successione sulle ricchezze create dal de cuius molto bassa e vicina allo zero, aliquota che nel primo passaggio successivo sale al 50% e al terzo passaggio sale al 100%.

Con questo sistema non si realizza la immediata perfetta eguaglianza dei punti di partenza dei cittadini, ma l’attuale consolidata disuguaglianza viene fortemente corretta. Il compromesso suggerito da Rignano tende a conciliare il principio dell’eguaglianza dei punti di partenza con la insopprimibile aspirazione dell’individuo di voler operare e accumulare con l’obiettivo di migliorare la situazione familiare e quindi di essere incentivato a risparmiare piuttosto che a sperperare la ricchezza creata.

Seguendo questo meccanismo secondo Rignano, ogni individuo è incentivato a creare ricchezza propria sapendo che il contributo dell’eredità dagli ascendenti è caduco e non si può far conto solo su di esso. È proprio questo punto che viene criticato da Einaudi che denuncia un deleterio economicismo del progetto rignanese, ovvero una eccessiva pressione sugli individui a intraprendere per accumulare svalutando di fatto l’attività di conservazione di quanto ereditato.

La proposta di Rignano viene discussa in Italia soprattutto per questo aspetto dell’imposta successoria progressiva, dimenticando completamente la seconda parte della stessa che viene completamente rimossa. Della proposta fiscale viene rilevata l’estrema complessità che richiede una una contabilità, successione per successione, di quanto sia al primo ovvero al secondo o al terzo passaggio, con la conseguente applicazione della aliquota applicabile.

Ma veniamo alla seconda parte della proposta di Eugenio Rignano.

L’ingegneria sociale della proposta.

Il ragionamento del Rignano prosegue interrogandosi di cosa se ne possa fare lo Stato una volta incamerati i notevoli ammontari di imposta di successione, comprendenti anche partecipazioni azionarie e beni immobili.

Secondo l’autore erano aperte tre strade:

  • Ridistribuire ai privati più poveri i proventi incamerati, in modo da realizzare l’obiettivo dell’eguaglianza dei punti di partenza;
  • Gestire centralmente tutte le risorse, facendo dello Stato un operatore economico diretto nella realtà del paese;
  • Cedere i capitali ai lavoratori così da promuovere l’autogestione utilizzando lo strumento delle cooperative di produzione.

I favori di Rignano vanno alla terza strada (che sembra anticipare l’art. 46 della nostra Costituzione) sulla quale costruisce la sua ingegneria sociale organizzata su tre tipologie di impresa.

  • Imprese di Stato vere e proprie per quanto riguarda i monopoli naturali e i settori strategici di pubblica utilità;
  • Imprese autogestite dalle cooperative di produzione;
  • Imprese capitalistiche tradizionali operanti in concorrenza tra di loro e con le cooperative sociali.

La sorprendente conclusione

La sorprendente conclusione di un vero liberale che segue un ragionamento logico e coerente sfocia nel socialismo. Il libro edito nel 1901 si intitola “Di un socialismo in accordo con la dottrina liberale” ed è stato completamente snobbato sia dai liberali che non hanno recepito le critiche insite nelle premesse; sia dai socialisti che, pur avendone discusso, hanno accolto freddamente le conclusioni cui il Rignano è giunto, per poi affossare definitivamente il progetto.

Nella realtà attuale abbiamo un ministero (o dipartimento) per le pari opportunità la cui efficacia nel perseguire l’eguaglianza dei punti di partenza è testimoniata dalla missione che il ministero ha nel suo nome; e sul fronte fiscale abbiamo l’imposta di successione più flebile se confrontata con gli altri paesi europei. Il gettito annuo italiano non raggiunge il miliardo, mentre in Francia esso è di ben 14 miliardi. A volte vien quasi da dar ragione al ministro olandese quando dice che le risorse dovremmo trovarcele all’interno visto anche che la ricchezza di tesoreria privata è doppia del debito pubblico (per non parlare di quella immobiliare e finanziaria).    

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