Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La controversia tra le due Cambridge

di Renato Gatti

Nel precedente numero di questa rivista, ho voluto ricordare un pensatore come Eugenio Rignano, che partendo da posizioni liberali e da esse sviluppando conseguenze e risposte totalmente logiche arrivava a conclusioni decisamente socialiste che, purtroppo, rimasero inascoltate sia dai liberali puri, che rifiutarono di prestare ascolto alle critiche che il Rignano faceva all’ideologia dominante; sia dai socialisti, eccezion fatta per Rodolfo Mondolfo, che diedero un assenso formale al lavoro prodotto ma che di fatto lo ignorarono e continuano ad ignorarlo tuttora.

Ma quello di Rignano non è il solo caso di eroi del pensiero economico ignorati non solo dal comune cittadino, ma anche dal mondo accademico che rimuove il pensiero critico per seguire l’egemonia del pensiero dominante. E ciò anche in casi clamorosi che attrassero l’attenzione di tutto il mondo accademico come la cosiddetta “Controversia tra le due Cambridge” svoltasi negli anni sessanta.

Le due Cambridge sono: quella inglese dove operavano i maggiori seguaci di Keynes ovvero Piero Sraffa, Pierangelo Garegnani e Luigi Pasinetti; e quella statunitense dove ha sede il MIT ovvero il Massachussets Institute of Technology ove operavano economisti come Modigliani, Solow e Tobin guidati da Paul Samuelson. Per semplicità chiamerò la scuola inglese come scuola classica (in omaggio a Ricardo e Marx), mentre chiamerò la scuola statunitense come scuola marginalista.

L’oggetto della controversia fu la critica che il gruppo inglese portava alla teoria economica marginalista in particolare sulla concezione secondo la quale lavoro e capitale trovavano sul mercato quell’equilibrio “naturale” dovuto all’incontro tra le curve della domanda e dell’offerta da una parte sul mercato del lavoro, derivandone quindi il valore del salario, dall’altra sul mercato del capitale, derivandone quindi il saggio di interesse. Il libero incontro tra domanda e offerta determinava contestualmente i livelli di occupazione ed il valore del salario, ed i livelli di impiego del capitale con il conseguente costo dello stesso, ovvero il tasso di interesse base del tasso di profitto atteso. In tale visione le leggi della domanda e dell’offerta garantivano la piena occupazione e l’equilibrio tra risparmi ed investimenti. Il lavoratore disoccupato lo era volontariamente in quanto si rifiutava di accettare come salario il salario “naturale” determinato dall’incontro della domanda e dell’offerta. D’altro canto ogni scostamento del saggio di interesse dal suo livello “naturale” sempre determinato dall’incontro della domanda e dell’offerta, avrebbe generato risultati peggiori di quelli ottenibili naturalmente; parallelamente ogni intervento dello Stato, dei sindacati teso a modificare il salario “naturale” avrebbe generato una disoccupazione questa volta involontaria ma causata da interventi esterni tesi a modificare l’equilibrio naturale dei mercati.

Non voglio entrare nei dettagli della lunga controversia delle due scuole, ma evidenziare alcuni dei punti sollevati dalla scuola classica.

Una prima obiezione consisteva nel fatto che mentre il lavoro poteva essere misurato in termini fisici, come ad esempio le ore di lavoro, il capitale, essendo costituito da beni diversi come macchine, edifici, immateriali etc., poteva essere misurata solo attraverso il valore del singolo bene e quindi addizionando tutti i singoli valori. Ma allora sorge la contraddizione interna costituita dal fatto che il valore del bene capitale poteva essere ricavato solo dall’equazione della produzione tesa appunto a determinare il valore dei beni. Praticamente ci si trovava in un loop logico irresolubile. Infatti, dipendendo i prezzi dei beni capitale dal saggio del salario e dal tasso del profitto, giudicare il metodo di produzione sulla base dell’impiego di capitale per unità di lavoro sarebbe, in generale, cambiato al variare della distribuzione del reddito.

Si metteva in tal modo in dubbio la correttezza dell’impostazione marginalistica secondo la quale il capitale doveva essere visto come un fattore produttivo, ovvero un input, così come era interpretato il lavoro. Tale impostazione considerando i due elementi: capitale e lavoro come due fattori della produzione con i relativi costi (saggio del salario e dell’interesse/profitto) tendeva a risolvere contemporaneamente le equazioni della produzione determinando al punto di incontro di domanda e offerta intesi entrambi come prezzi di fattori produttivi. La contemporanea determinazione delle due componenti e del loro valore raggiungeva così il risultato naturale della distribuzione della produzione. Con ciò contrapponendosi alla teoria degli economisti classici - di Ricardo e di Marx in particolare - secondo cui, invece, il capitale non rappresenta un fattore della produzione ma solo l’anticipo erogato dal capitalista per l’acquisto di materie prime e pagamento del lavoro prima che, a conclusione del ciclo produttivo e realizzativo, si conseguano i ricavi in misura tale da ripagare gli anticipi erogati più un sovrappiù. I redditi dei capitalisti avevano quindi natura residuale, trattandosi di un sovrappiù del prodotto rispetto ai costi necessari per il suo ottenimento.

Una seconda obiezione è rappresentata dalla cosiddetta considerazione del “ritorno delle tecniche”. Il fatto che una stessa tecnica di produzione del bene finale potesse risultare massimizzante per le imprese, in corrispondenza di due diversi livelli del tasso dell’interesse, ma non per alcuni livelli compresi tra di essi, dimostrava definitivamente la negazione della funzione del capitale quale fattore della produzione da utilizzare insieme al fattore della produzione lavoro. L’inutizzabilità del capitale quale fattore della produzione rendeva quindi improponibile la determinazione contemporanea dei livelli cosiddetti naturali di capitale e lavoro.

A conclusione di quel simposio lo stesso Samuelson ammise nello scritto finale che la parabola marginalista secondo cui la riduzione del tasso dell’interesse avrebbe condotto all’adozione di tecniche “a maggiore intensità di capitale”, non può essere ritenuta valida.

Ma la riconosciuta vittoria della scuola classica (Sraffa, Garegnani, Pasinetti) su quella marginalista (Samuelson, Modigliani, Solow e Tobin) nel mondo economico così come nel senso comune della gente non ha avuto quegli effetti che una disputa teorica dovrebbe poter avere. Aver ragione non basta, serve anche l’azione costante degli “intellettuali” che portino all’attualità i temi sui quali si svolge la lotta di classe. Ciò che più sorprende è sicuramente il silenzio della grande maggioranza degli economisti contemporanei su questi temi. Tanto gli studiosi di impostazione marginalistica, quanto quelli di impostazione classica, con poche eccezioni, sembrano ritenere i risultati di queste ricerche—nel caso ne abbiano sentito parlare—delle curiosità per specialisti, il cui interesse è confinato nei meandri più astratti della teoria del valore e della distribuzione, senza alcuna rilevanza per la vita pratica così come per i loro studi ed analisi.

Così, il capitale considerato come un fattore produttivo, sostituibile al margine col lavoro, tanto da poter distinguere i diversi metodi (o tecniche) di produzione sulla base del rapporto capitale/lavoro che essi richiedono, continua ad essere dominante negli studi economici e delle decisioni politiche.

Produzione di merci a mezzo di merci.

Il libro di Piero Sraffa “Produzione di merci a mezzo di merci” è il testo che ha dato, nel 1960, una svolta alla teoria economica sia sul fronte della teoria valore-lavoro sia su quello della distribuzione del sovrappiù indipendente da presunte relazioni naturali, ma funzione dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Nel suo testo Sraffa introduce una metodologia materialistica sostituendo a concetti quali lavoro e capitale i beni, le merci che ne costituiscono la sostanza.

Una riflessione che quel testo sollecita nei nostri tempi di rivoluzione 4.0 è quella che chiama a riflettere sulle merci immateriali necessarie per produrre nuove merci e tra esse molte merci immateriali. Nelle economie più avanzate gli investimenti immateriali hanno superato nelle cifre dei bilanci annui, gli investimenti materiali. Così come Marx nei Grundrisse scrisse che quando il capitale si fosse appropriato del frutto dell’intelligenza umana, questa appropriazione avrebbe fatto impallidire l’appropriazione di qualche ora di lavoro fisico. Infine il superamento del fordismo, rende obsoleta la figura del lavoratore come “scimmia ammaestrata” che deve eseguire senza alcun contributo personale; ma, al contrario, espelle dal processo produttivo il lavoro non qualificato, non digitalizzato, andando alla ricerca di lavoratori altamente qualificati. Qualificati ad un punto tale di sofisticazione da raggiungere il loro massimo quando fossero in grado di produrre macchine pensanti (intelligenza artificiale) capaci di rendere obsoleti gli stessi cervelli che li avessero generati.

Quali merci immateriali entrano nel basket delle merci necessarie per la produzione di cervelli digitalizzati? Ma un robot, prodotto del lavoro immateriale vivo ora cristallizzatosi nel software che lo guida, rappresentando lavoro morto crea plusvalore che, invece, dovrebbe essere creato solo dal lavoro vivo? E come avviene la redistribuzione del sovrappiù in presenza di lavoratori sempre più espulsi dal mondo del lavoro e di altri super-lavoratori il cui fine è creare robots destinati a rendere superflui chi li ha creati? E come si distribuisce il sovrappiù in un mondo in cui scompare il lavoro vivo? Ma soprattutto chi decide la redistribuzione? Gli algoritmi? E così come i droni, i missili e i sottomarini senza equipaggio sono guidati dagli algoritmi anche il nostro sistema economico sarà guidato da algoritmi? E chi scrive gli algoritmi? E chi li controlla? Oppure essi possono sfuggire al controllo umano? E che classi sociali saranno generate da un mondo senza lavoro vivo? E quali classi sociali devono occuparsi fin d’ora di questi temi? Siamo consci che con la libera circolazione dei capitali, il capitale si è europeizzato (se non mondializzato) e le classi subalterne sono ancor più disgregate ed a livello rigidamente nazionale? E come dovrebbero organizzarsi oggi, subito, per mettere al centro della loro ricerca e del loro agire questi temi?

La paralisi che pare aver colpito il pensiero e l’azione socialista vede le sue cause da una parte in un’attesa messianica della rivoluzione, dall’altra nell’incapacità di ricrearsi un progetto dopo il crollo dell’URSS. Lo sconvolgimento da una parte ha portato molti compagni ad arrendersi senza condizioni al pensiero e alle pratiche dominanti, altri compagni invece sono rimasti azzittiti, incapaci di elaborare una spiegazione, e quindi estraniati dalla lotta politica, in un silenzio gelido.

Eppure dalle macerie dell’esperienza sovietica, e dal messianesimo dell’attesa rivoluzionaria, si può cercare una via di uscita seguendo le indicazioni dateci da Gramsci col suo invito a studiare, studiare, studiare con la consapevolezza che se avremo trovato una strada da seguire a seguito degli studi intrapresi, potremmo con più responsabilità proporre quella strada per poi poterla eventualmente seguire e realizzare.

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Bob Rowthorn, membro del partito comunista inglese, docente all’Università di Cambridge, così si interrogava sulla situazione della sinistra inglese:” La crisi che colpisce milioni di cittadini britannici è ora su di noi. Se la sinistra intende sfruttare questa situazione essa deve adottare un programma che offra alla gente qualche speranza, e deve dunque ragionare in termini di qualcosa di più pratico della rivoluzione europea o mondiale. Coloro che attaccano una strategia nazionale per il socialismo in Gran Bretagna come destinata al fallimento e si appellano a una rivoluzione europea o mondiale possono sembrare molto rivoluzionari. Ma nei fatti la loro è la dottrina della disperazione, e per quanto molte delle loro opinioni possano ispirare una piccola avanguardia di simpatizzanti, essi non possono che ispirare demoralizzazione fra le masse di lavoratori a cui non offrono niente”.

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