Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Piano nazionale di ripresa e resilienza

di Renato Gatti

Le linee guida del governo per il Next Generation EU.

Recovery plan e Piano Marshall

Ho sentito paragonare il Recovery Plan agli aiuti che gli USA ci diedero con il piano Marshall. In effetti alcune analogie ci sono, fondamentalmente lo stato dell’economia del nostro paese, ieri distrutto dalla guerra e, oggi, a rischio depressione dopo la botta del 2007 in cui perdemmo 12 punti di PIL e altri 12 che ci farà perdere il Covid.

Ma c’è una differenza di fondo costituita dalle finalità di questi due piani: il primo piano era, per dirlo in termini attuali un gigantesco “vendor financing” finalizzato a consolidarci nella divisione del mondo fatta a Yalta; il secondo piano invece si colloca sulla strada di una costruzione sostanziale di una nuova europa finalmente paese unico e non solo mercato unico.

Questi 209 miliardi ci renderanno più succubi di una Europa matrigna a egemonia TEDESCO-francese (notare le maiuscole e le minuscole) o con l’emissione degli EUROBONDS stiamo ritornando all’Europa pensata dai suoi padri fondatori? Questa è la politica. Molto dipenderà da noi e dai nostri politici che vorranno dimostrarsi statisti e non venditori di caramelle.

Next generatio EU

I 209 miliardi che ci vengono assegnati consistono in prestiti a tasso zero da restituire in 30 anni e sussidi da non restituire ma che andando a gravare sul bilancio europeo dovranno essere ripagati dai paesi UE secondo la capital key nel giro di qualche anno. Le cifre non sono definitive ma si possono anticipare, per l’Italia, grosso modo, secondo il seguemte schema:

Voci

Totale

Prestiti

Sussudi

Recovery & reliance plan

191.4

127.6

63.8

React europe

15.2

0

15.2

Altre voci

2.0

0

2.0

Totale

208.6

127.6

81.0

Totale Europa

750.0

360.0

390.0

Quindi dovremo restituire, senza interessi i prestiti per 127,6 miliardi, mentre i 390,0 miliardi di sussidi totali diventeranno un onere del bilancio europeo che tuttavia vedrà l’incasso di nuove imposte (web tax e plastic tax) che potrebbero ridurne l’impatto. Senza considerare tali nuove imposte noi saremo chiamati a ripagare i 390,0 per la nostra quota del 13.2% ovvero 52 miliardi mentre ne avremo ricevuti 81, con una differenza a nostro favore di 29 miliardi.

Il nostro debito aumenterà allora di 127,6 miliardi parte dei quali potrebbero essere usati per ridurre gli stanziamenti di 100 miliardi deliberati con i tre decreti approvati durante il lockdown. Per quanto riguarda i sussidi sarà ovviamente da considerare ogni anno l’incremento della nostra quota di partecipazione all’UE, non sono quindi contabilizzati come debito.

A livello europeo

L’Europa stanzia quindi 750 miliardi che distribuisce ai vari paesi in proporzione dei danni Covid, e indica le linee guida cui questi investimenti debbono ispirarsi: contribuire

  • alla transizione ambientale
  • alla resilienza e sotenibilità sociale
  • alla transizione digitale
  • all’innovazione e competitività.

Occorre osservare che un governo federale avrebbe delegato ai paesi membri solo compiti di loro competenza ed avrebbe concentrato, come fanno USA e Cina, i progetti “strategici” in un programma federale per la creazione di “campioni europei”. L’esperienza dimostra che il settore privato tende ad evitare quelle aree caratterizzate da una forte intensità di capitale, da un elevato rischio tecnologico e di mercato; c’è quindi bisogno di un ruolo che lo stato deve coprire: un ruolo di capacità di visione e di leadership. E’ ormai assodato che lo sviluppo di una comunità si basa su un ruolo guida dello stato che investe, con capitali pazienti, in quei campi, la ricerca per l’innovazione in primis, in cui i rischi di insuccesso sono insostenibili da parte del capitale privato, e quand’anche risultassero in un successo ciò avverrebbe in tempi di ritorno, pay-back, inaccettabili dal capitale privato. La shumpeteriana “distruzione creatrice” è oggi il terreno di guerra tra i governi continentali, ed in questo contesto l’Europa appare in ritardo tanto da mettere la transizione digitale come obiettivo da perseguire quando dovrebbe ormai essere stata conseguita da tempo. Manca un collegamento tra gli stimoli keynesiani e gli investimenti innovativi schumpeteriani, manca il collegamento tra micro e macroeconomia.

Questo aspetto dell’Europa come stato propulsore è assente nell’attuale strategia europea, strategia che, vale la pena ripeterlo, costituisce un mutamento sostanziale rispetto ad un’Europa “ragioniera” quale si era comportata finora.

Prevale sempre in Europa, quella funzione dello stato come accompagnatore, keynesianamente sollecitatore della domanda aggregata, facilitatore che finanzia e/o concede sussidi finalizzati o meno; insomma lo stato dell’economia sociale di mercato. Al contrario uno stato propulsore si prende la responsabilità di guidare la trasformazione economica nel campo dell’innovazione ove occupa spazi che mai il capitale privato occuperebbe. Abbiamo l’esempio del CERN nel campo della fisica, un campione europeo che primeggia in tutto il mondo, perché non pensare ad un CERN nel campo dell’innovazione anche la più azzardata e visionaria per costituire quel nocciolo duro europeo che contribuisca all’europea shumpeteriana distruzione creatrice costituita dalle innovazioni tecnologiche?

Nel testo di Dosi, Llerena e Sylos Labini 2006 (The relationship between Science, Technologies and their industrial exploitation) si sostiene la tesi  per cui la debolezza europea non risieda nella mancanza di parchi scientifici o nella scarsità di interazioni tra industria e università, bensì risieda in un sistema di ricerca scientifica più debole e nella presenza di aziende più deboli e meno innovative.

Anche la teoria economica ha mutato atteggiamento culturale e modellistica per includere all’interno del sistema l’innovazione, interpretata in precedenza come fattore esogeno, ma assunto ora (Solow e Romer) come fattore endogeno. E’ questo un elemento culturale che deve ancora essere assunto come senso comune, anche della politica che indulge nella visione di uno stato il cui compito consisterebbe nello stimolo invece di puntare al protagonismo.

A livello italiano

A queste linee guida a livello europeo, seguono indicazioni per singolo paese; per l’Italia si raccomanda:

  • quando le condizioni economiche lo consentano perseguire economie di bilancio prudenti onde assicurare la sostenibilità del debito pubblico, incrementando nel contempo gli investimenti;
  • attenuare gli effetti della crisi sull’occupazione;
  • fornire liquidità alle imprese, accelerare la realizzazione di investimenti pubblici e concentrarli sulla transizione verde e digitale, ricerca e innovazione e trasporto pubblico, gestione rifiuti e delle risorse idriche;
  • migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della P.A.

Nelle valutazioni del governo i punti deboli della nostra economia sono individuati in:

  • insufficiente crescita economica acuita dalle crisi 2008/2011 risultanti in bassa produttività;
  • questa bassa produttività è causata da gap tecnologici ed educativi; poca ricerca e sviluppo, scarsa qualificazione della forza lavoro;
  • scarsi investimenti fissi sia privati che pubblici;
  • tassi di occupazione più bassi che in Europa, scarsa fecondità (tasso naturale negativo) e quindi invecchiamento della popolazione.

Ma all’interno di tali punti deboli, solo la scarsa produttività può essere indicata come una causa (a monte della quale c’è il gap tecnologico e formativo), mentre gli altri punti deboli sono effetti del sistema paese e non certo elencabili tra le cause.

Val la pena di dare un’occhiata alla madre del gap tecnologico, ovvero alla spesa per R&S in percentuale del PIL nell’Ocse (anno 2010):

Livello R&S/PIL

PAESI

Over 3.5%

Giappone

Tra 2.5 e 3%

USA, GERMANIA, MEDIA OCSE

Tra 2 e 2.5%

FRANCIA, UE15

Tra 1.5 e 2%

REGNO UNITO, IRLANDA, PORTOGALLO

Tra 1 e 1.5%

SPAGNA , ITALIA

Sotto 1%

GRECIA

 

 

Essndo dati OCSE non appare il dato relativo alla Cina che sta seguendo un percorso di incremento annuo nelle spese di R&S superiore ad ogni paese e che sta raggiungendo gli USA come cifra annuale stanziata a quello scopo.

L’obiettivo del governo italiano è quello di portare gli investimenti in R&S dall’attuale 1.3% al di sopra della media europea attualmente al 2.1%, sostenere la crescita delle PMI favorendo “processi di fusione e patrimonializzazione delle micro e piccole imprese (…) potenziare gli strumenti finanziariper sostenere e migliorare la competitività delle imprese sui mercati internazionali.”

La forma degli interventi

Il documento governativo fa cenno, qua e là, ad agevolazioni fiscali oppure a forme di partenariato tra pubblico e privato, ma non disegna, lo si vedrà nei singoli provvedimenti, una linea guida per il tipo di intervento per i rapporti con il capitale privato: il bivio sta sempre tra il fondo perduto (come vorrebbe Confindustria) e investimento proprietario dello stato.

La premessa da cui partire per affrontare questo tema è semplice: i soldi che ci vengono prestati (o meglio che dobbiamo restituire) vanno a creare debito sulle generazioni future “Next generation EU”, sono quindi una responsabilità nostra per come vengono utilizzati e quindi come si riversano sui nostri figli. Se li spendessimo tutti in spese correnti (dalla riduzione delle imposte ai contributi a fondo perduto) i nostri figli saranno gravati di un debito da ripagare senza alcun beneficio derivante dal modo in cui noi abbiamo utilizzato i fondi. Se invece investiamo i fondi in modo che grazie al moltiplicatore keynesiano, ovvero meglio grazie ai ritorni che la R&S tecnologica avrà generato, i nostri figli si troveranno un maggior reddito con cui ripagare il debito. Si tratta di un equilibrio generazionale per cui non occorre che ci sia una generazione che si sacrifica e risparmia e che col risparmio accumulato fa un investimento che rende benefici alla generazione successiva; bensì ci si troverebbe in una situazione di equilibrio per cui, indebitandoci oggi per 180 miliardi (209-29) li investiamo con un ritorno tale per cui i nostri figli troveranno redditi in più sufficienti a ripagare il debito oggi contratto.

E’ peraltro un nuovo approccio della teoria economica, il principio per cui non è più il risparmio che genera reddito, ma è il debito che investito genera reddito e quindi risparmio.

Se questo è la filosofia che deve informare l’azione di governo, ben vengano. tra gli altri, i criteri esposti nelle linee guida per cui:

  • ogni intervento faccia parte di un disegno unitario;
  • ogni intervento crei un impatto positivo sul PIL.

Sussidi ai privati a fondo perduto?

Ma in questo quadro di equilibrio generazionale non può esservi alcun trasferimento netto a favore del capitale privato. E’ assolutamente impensabile che nel quadro generale che abbiamo presentato, ci siano trasferimenti, agevolazioni fiscali, sussidi, aiuti di qualsivoglia tipo a carico dei contribuenti a favore del capitale privato. Ogni euro erogato al capitale privato o è erogato sotto forma di prestito o è investito sotto forma di partecipazione dello stato nelle società beneficiate di modo che i fondi così prestati o investiti generino quel ritorno che aiuti le generazioni future a ripagare il debito che abbiamo contratto.

Sarebbe inaccettabile che l’aiuto che vogliamo dare alle prossime generazioni sotto forma di nuovi investimenti a moltiplicatore > 1 o meglio nuova capacità innovativa capace di renderci schumpeterianamente più produttivi, fosse defraudato da regali concessi ad un capitale privato che ha dimostrato in questo cinquantennio di essere incapace di mettersi alla guida economica del paese.

Se questi principi divenissero senso comune in una classe operaia che oggi veleggia tra lega e cinquestelle, e divenisse argomento di lotta politica che esamini articolo per articolo tutti i provvedimenti che il governo ed il parlamento vanno prendendo, avremmo forse ripreso quel percorso gramsciano che nella sua lotta egemonica trasforma in dirigente le classi oggi tuttora subalterne.

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