Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Incentivi fiscali

Industria 4.0 Industria 4.0
  1. Gli sgravi fiscali

Con il termine sgravio si intende il sollevamento da un obbligo o un peso morale, ma anche un alleggerimento di un onere. In senso economico lo sgravio vuol dire la riduzione di un’imposta concessa dalla legge. Gli sgravi fiscali, quindi, non sono altro che una riduzione delle tasse. Istituti per incentivare attività o supportare determinati soggetti, rappresentano un vantaggio per chi ha possibilità di usufruirne. E’ importante che siano correttamente istituiti ed applicati per garantire un vantaggio maggiore per la collettività rispetto all’entrata dei tributi. Un esempio? Pensiamo agli utili di un’azienda che, una volta reinvestiti, non subiscono le tasse. Si tratta di un vero e proprio incentivo per l’occupazione, ma anche per le aziende che in questo modo sono maggiormente interessate a restare in Italia e non ad espatriare all’estero dove la manodopera e i costi sono relativamente bassi.

Nell’esempio sopra riportato l’incentivo è “condizionato” nel senso che esso matura se gli utili sono stati reinvestiti e non distribuiti al capitale. La vischiana DIT (Dual Income Tax) e l’attuale ACE (Aiuto alla crescita economica), sono incentivi fiscali condizionati, così come gli incentivi 4.0 lanciati dal ministro Calenda.

Altri incentivi sono invece “incondizionati” ovvero “fideistici” in quanto vengono concessi senza condizioni nella speranza che la diminuzione dell’imposizione (aumentando l’utile distribuibile) induca il capitale a dirottare i suoi investimenti dalla finanza all’economia reale, produttiva. La recente riduzione dell’IRES dal 27.5% al 24% rientra in questa categoria.

In ogni caso l’incentivo fiscale è una diminuzione immediata del gettito fiscale cui, se tutto va bene, dovrebbe conseguire un rilancio dell’attività produttiva, una crescita del PIL , della occupazione, degli investimenti; insomma un riflesso positivo che a cascata va a favore del Paese. Certo andrebbe anche operata una valutazione dell’efficacia degli incentivi e sulla meccanica con cui sono elargiti: decontribuzione, credito d’imposta, sussidio, riduzione dell’imponibile, etc.

“La valutazione di efficacia tenta di misurare l’effetto “addizionale” del programma di intervento, cioè cosa sarebbe successo nell’ipotesi controfattuale di assenza del programma. Per rispondere a questo tipo di domande si confronta, con l’ausilio di tecniche economico-statistiche, un gruppo di imprese che ha beneficiato dell’incentivo con un gruppo di imprese – quanto più possibile aventi caratteristiche simili a quelle delle imprese agevolate, che invece non ne hanno beneficiato.

Gli studi mostrano che gli incentivi risultano efficaci nel promuovere la spesa di investimento, ma non raggiungono un consenso sulla dimensione dell’incremento (…) rendendo l’effetto dell’incentivo fiscale di rilevanza marginale”.(Servizio bilancio del Senato).

  1. Aiuto alle imprese o al capitale?

Quando si delibera un incentivo occorre avere ben chiaro: a) lo scopo, b) il beneficiario e c) su chi grava il costo. Lo scopo è ovviamente uno scopo sociale finalizzato alla piena occupazione, all’incremento della produzione, all’investimento in nuove tecnologie, al miglioramento della competitività, al superamento di disequilibri territoriali, in sintesi ad obiettivi che la democrazia con i suoi meccanismi ritiene essere quelli di uno stato sociale moderno.

Il costo grava quasi sempre sulla collettività dei contribuenti, evasori esclusi, mentre a mio parere va posta molta attenzione a chi sia il beneficiario effettivo dell’incentivo. Occorre cioè chiedersi se il vero beneficiario sia l’impresa o il capitale, se cioè lo sforzo fatto dalla comunità vada a vantaggio dell’impresa e quindi a cascata della produzione e dell’occupazione, ovvero a vantaggio del capitale e quindi forse a cascata della produzione e dell’occupazione ma anche a impieghi esterni al mondo del lavoro.

La riduzione dell’Ires è un tipico esempio di incentivo incondizionato e a vantaggio del capitale: infatti la riduzione dell’Ires aumenta la quota dell’utile destinato al capitale senza alcun vincolo o patto di come questo capitale possa essere reimpiegato; è vero una più alta remunerazione del capitale sposta le convenienze del capitalista nella scelta del reimpiego dei suoi capitali, ma resta comunque una scelta squisitamente di competenza del capitalista senza alcuna certa ricaduta sulla collettività. Quindi il sacrificio della collettività dei contribuenti va alla esclusiva discrezionalità del capitale.

E’ in questo atteggiamento che si configura il capitalismo: la politica fiscale dello Stato impone sacrifici economici alla collettività dei contribuenti per distribuirli al capitale che se ne appropria e li gestisce con assoluta discrezionalità.

Diverso invece è il caso dell’ACE e degli incentivi 4.0. In questi casi i sacrifici della collettività vanno all’impresa che ha investito, sono cioè condizionati ad effettivi comportamenti delle imprese che la politica fiscale dello Stato intende favorire. Il vantaggio fiscale condizionato si trasferisce poi a favore del capitale per il quale aumenta la quota dell’utile post imposte. Abbiamo quindi un vantaggio per l’impresa che ha effettuato investimenti grazie anche agli incentivi fiscali connessi, e un vantaggio del capitale che ha un dividendo beneficiato dall’incentivo fiscale. La collettività dei contribuenti ha quindi fatto un investimento in attività produttive nel mondo del lavoro anche se parte dello sforzo finanziario è poi devoluto al capitale che, in questo caso, ha probabilmente finanziato l’impresa.

Questa seconda forma di redistribuzione della politica fiscale rientra a mio avviso nella logica dell’economia sociale di mercato, che vede nello Stato l’Ente che guida, indica strade, incentiva, tende a correggere le carenze del capitale con il suo intervento che ha comunque un che di iniziativa statale non completamente succuba della discrezionalità del capitale.

  1. La rivoluzione 4.0

Con la rivoluzione 4.0 ci troviamo di fronte ad un mutamento del modo di produzione, cambia la struttura della modalità produttiva caratterizzata da un ingresso pesante della robotizzazione in cui il lavoro umano, che già era passato da utilizzatore ad assistente delle macchine, viene in un primo tempo elevato nella professionalità e nelle competenze richieste per affiancare la robotizzazione, ma che in un secondo tempo, lontano, ma non molto, ma comunque già iniziato, potrebbe essere non più richiesto dalla completa robotizzazione dei processi produttivi.

Va subito detto che questo processo non va luddisticamente respinto, ma, al contrario va promosso e, nel contempo, governato: si tratta in fondo di un processo che attua “la liberazione dal lavoro” restituendo ai cittadini l’opportunità di vivere appieno la propria personalità senza essere obbligati a “vendere” il proprio tempo per procurarsi il necessario per la sopravvivenza, potendo così dedicarsi ad attività socialmente utili, con forme di partecipazione volontaria, democraticamente scelte.

Si tratta evidentemente di una rivoluzione sovrastrutturale che disegna un nuovo mondo emancipato dalla biblica condanna del “lavorerai col sudore della fronte”, per prospettare un rinascimento della centralità dell’uomo.

A questa visione ottimistica si contrappone però una visione fors’anche più probabile se non combattuta fin da oggi; il capitale, proprietario dei robots, subisce una trasformazione epocale; non si riproduce più sull’istituo del lavoro salariato, ma da unico soggetto che dispone dei mezzi di produzione si trova a confrontarsi con una massa di cittadini che per la loro sopravvivenza dipendono esclusivamente dalla discrezionalità del capitale stesso. Sarà il capitale a decidere chi, come, quanto e quando i cittadini possono mangiare, essendo la sua scelta svincolata da ogni limitazione. Ci troveremmo cioè di fronte ad un neo-schiavismo, con un potere oligarchico e il resto dell’umanità senza diritti e senza soggettività. Alla “liberazione dal lavoro” non corrisponde “la liberazione del lavoro”.

Questa tematica non è nuova:

  •  ne ha parlato Marx nei Grundrisse quando pensando ad una produzione completamente automatizzata afferma che l’appropriazione da parte del capitale del frutto del cervello del general intellect farà impallidire lo sfruttamento del lavoro fisico;
  • ne ha parlato Paolo Sylos Labini nel suo libro degli anni 80 del secolo scorso “Nuove tecnologie e disoccupazione” in cui prospettando un’economia completamente robotizzata pensa alla necessità di un nuovo modello di redistribuzione;
  • ne ha parlato il Nobel James Mead in “Efficiency Equality and Ownership” (1946) in cui indica come sbocchi ad una società robotizzata 4 possibili assetti: stato sindacale, stato assistenziale, proprietà diffusa e socializzazione, indicando in quest’ultima la soluzione preferita.

Marx indica nella tecnologia e nei suoi sviluppi la causa prima dei mutamenti dei modi di produzione, ma ci ricorda anche che la tecnologia è un prodotto sociale, il prodotto di soggetti che nella società sviluppano le capacità del sapere umano, chi nella scuola, nell’università, nei centri di ricerca, nelle imprese; la tecnologia è cioè il prodotto del general intellect di cui il capitale si appropria facendo impallidire l’appropriazione del lavoro fisico. La contraddizione tra l’elaborazione di un prodotto sociale frutto della comunità e la sua appropriazione da parte del capitale si presenta in tutta la sua evidenza.

Sylos Labini e Meade, invece, dando per scontato il modello di sviluppo, affrontano il tema del modello redistributivo che in un modo di produzione che è svolto interamente dalle macchine, non può più essere basato sul lavoro salariato e sul parametro “tempo di lavoro”. Ci indicano che nel cercare di governare il processo di robotizzazione del modo di produzione, occorre sin d’ora porsi l’impegno di individuare un nuovo modello redistributivo non più basato sul parametro del lavoro.

E’ in questa ottica che occorre pensare ad un reddito di cittadinanza non inteso come assistenzialismo ma come una delle possibili soluzioni all’incombente società senza lavoro.

E bisogna pensarci già sin d’ora, per impostare una strategia che costruisca gradualmente il nuovo modello redistributivo il cui principio fondamentale dovrebbe essere, a mio parere, la socializzazione dei risultati della rivoluzione tecnologica, impostare cioè un modello che distribuisca sulla collettività i risultati di un processo sociale, prevenendo l’appropriazione di tale processo sociale da parte del capitale.

  1. Elementi di socialismo

Una prima conquista che potrebbe essere realizzata con questa logica, potrebbe essere individuata nella natura degli incentivi; come abbiamo visto al paragrafo 2 gli incentivi (anche quelli condizionati) sono generalmente dati sotto forma di sgravio di imposte. L’importo delle imposte sgravate non è altro che la compartecipazione dello Stato, inteso come comunità dei contribuenti, nell’investimento in tecnologia effettuato dalle imprese. Se quindi pensiamo che i benefici delle nuove tecnologie vadano redistribuite alla comunità che le ha prodotte, dovremmo ottenere che quelle imposte sgravate siano riconosciute come un aumento del capitale sociale delle imprese che ne godono.

Si costituirebbe quindi in tutte le imprese beneficiate un fondo di solidarietà che persegue due scopi: iniziare un processo di socializzazione delle imprese e costituire un fondo di solidarietà che partecipa alla  distribuzione dei risultati di  impresa. I dividendi spettanti al fondo di solidarietà andrebbero reinvestiti con incremento della quota di partecipazione, ma tale fondo potrebbe essere incrementato come risultato di trattative in occasione dei rinnovi contrattuali, come peraltro da altri provvedimenti governativi finalizzati a questo scopo.

Ragionieristicamente invece dell’articolo:  Imposte  a Debiti verso erario  si posterà l’articolo Imposte  a Fondo di solidarietà (conto del netto, parte del capitale sociale).

In questo contesto val la pena ricordare gli articoli dal 43 al 47 della nostra Costituzione che raramente entrano nelle logiche di una cultura liberistica che hanno ispirato la politica economica dei governi succedutisi nella Repubblica italiana.

Devi effettuare il login per inviare commenti