Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Transizione schumpeteriana

di Renato Gatti

Premessa

La teoria economica che vedeva nel mercato il terreno dove le varie imprese si confrontano facendosi concorrenza soprattutto lottando con lo strumento del prezzo, è il regno del marginalismo e dei suoi equilibri completamente avulsi dalla concretezza del mondo economico. Si tratta di una elegante modellistica che oltre ad introdurre concetti interessanti, quali quello dell’utilità, marginale, si muovono in uno spazio virtuale con scarsi riscontri con la vita reale.

Traggo da FEdUF:

La teoria economica prima di Schumpeter descrive le economie di mercato come dei sistemi essenzialmente statici in cui le imprese producono sempre gli stessi beni ed utilizzano sempre le stesse tecnologie produttive. In questo schema, la concorrenza per la conquista di nuovi clienti si svolge essenzialmente sul fronte dei prezzi. La concorrenza è una battaglia tra imprese combattuta esclusivamente a colpi di ribassi sui prezzi.

Il mondo reale però è molto diverso da questa costruzione teorica. Nel mondo reale, osserva Schumpeter, le imprese non producono sempre gli stessi beni con tecniche immutate ma introducono di tanto in tanto nuovi prodotti, migliorano la qualità dei prodotti preesistenti, adottano nuove tecnologie produttive come pure nuovi modelli di organizzazione del lavoro. Anzi, l’introduzione di prodotti innovativi oppure di processi produttivi più efficienti rappresentano proprio gli strumenti più usati dalle imprese per farsi concorrenza. I clienti non si conquistano solamente con prezzi più bassi ma, soprattutto, si conquistano sfornando beni più appetibili e sviluppando tecniche di vendita più sofisticate. Insomma, l’interpretazione tradizionale della concorrenza basata solo sul prezzo non rappresenta per Schumpeter una descrizione soddisfacente di quello che accade nel mondo concreto degli affari. In questo mondo, gli imprenditori non combattono solo con i prezzi ma anche con altre armi come l’innovazione ed il marketing.

Il termine solitamente usato per sintetizzare la visione del capitalismo di Schumpeter è quello di Distruzione Creatrice. Al centro di questa visione si staglia la figura dell’imprenditore. L’imprenditore è colui che rischia sia risorse proprie sia risorse prese in prestito per investire in innovazione. L’innovazione, a sua volta, assume forme diverse. In alcuni casi, si tratta dell’introduzione di un prodotto a cui nessun altro imprenditore ha pensato prima. In altri casi, invece, consiste nell’introduzione di macchine e di tecniche produttive che abbattono i costi di produzione. Altre volte ancora, l’innovazione consiste nell’adottare nuove forme di organizzazione del lavoro che permettono di reagire con maggiore prontezza ai mutamenti del mercato.

Anche la modellistica economica, che ha sempre operato con le variabili del risparmio, della propensione al consumo, del rapporto risparmio investimenti, ed altre variabili (vedansi i Mathematical models of economic growth di Tinbergen), ha ignorato la componente “innovazione” considerandola una componente esogena. Recentemente la modellistica tende ad incorporare la innovazione tecnologica come variabile endogena al sistema stanti gli scarsi risultati che si ottenevano considerando quel fattore come estraneo ai modelli economico-matematici.

Possiamo allora pensare ad una economia schumpeteriana ove l’innovazione, la tecnologia rappresentano una componente critica della competizione per la divisione internazionale del lavoro. Pensiamo per esempio alla lotta titanica che si sta svolgendo tra Cina e USA sul fronte del 5G, ovvero alla competizione legata alla fusione nucleare, o sul fronte delle nanotecnologie, come pure microprocessori.

R&S, infrastrutture e “capitali pazienti”

Approfondendo scopriamo che l’innovazione altro non è che il risultato della ricerca di base, della ricerca applicata e sull’utilizzo da parte delle imprese dei risultati di quella che viene definita come R&S; e osserviamo anche che la R&S è una attività sia pubblica che privata, ma quella pubblica rappresenta quantitativamente la parte più rilevante, anche se le multinazionali si affiancano alle cifre della ricerca pubblica di cui tuttavia non disdegnano i risultati.

Osserviamo anche che la ricerca pubblica investe maggiori importi in quei paesi (Cina e USA) che hanno dimensioni continentali, per la logica insufficienza degli sforzi che i singoli paesi possono mettere in campo. Ecco allora la necessità che l’Europa operi come ente continentale con un budget comune per la R&S, che coordini le ricerche di tutti i paesi, unificando gli sforzi e creando campioni europei, supera tutte le sterili obiezioni fatte dai sovranisti contrari all’istituzione europea.

Osserviamo pure che lo stesso ragionamento fatto per la R&S, possiamo farlo per le spese infrastrutturali. Esemplifico subito: negli anni ’60 lo stato italiano ha investito miliardi nella costruzione di autostrade migliorando i trasporti nazionali ed unificando il paese, ma nel contempo ha creato un incentivo concreto all’industria automobilistica, determinandone un rilancio esorbitante.

Ma possiamo estendere il ragionamento agli investimenti nella pubblica istruzione, investimenti che sicuramente migliorano il paese, ma che contestualmente rappresentano un incentivo di capitale umano finanziato dallo stato a beneficio delle imprese emergenti.

La logica economica che sta a monte degli investimenti in R&S e in quelli infrastrutturali e in quelli formativi, consiste nel fatto che tali investimenti richiedono i cosiddetti “capitali pazienti”, intendendo per pazienti due elementi fondamentali: a) l’alto rischio che contraddistingue la possibilità di successo dell’investimento, b) successo che comunque quando arriva, arriva dopo molti anni. Due elementi che né le imprese, né i “ venture capital” sono in grado di sostenere (con l’eccezione di alcune multinazionali che hanno bilanci simili a quelli degli stati), anche per la natura del loro c.d. shortermismo ovvero una logica di breve periodo in grado di massimizzare il  shareholders’ value nel breve termine, dimenticando le prospettive di lungo periodo.

La natura del nuovo modo di produrre riflette il passaggio dallo sfruttamento del lavoro fisico dell’operaio, scimmia ammaestrata cui vengono rubate alcune ore di lavoro eccedenti a quelle necessarie, allo sfruttamento del cervello umano, del potenziale intellettuale umano, passaggio che, come ricorda Marx nei Grundrisse, fa apparire miserevole il precedente sfruttamento del lavoro fisico. Tale passaggio porta ad un nuovo sistema tecnologico digitale basato sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e successivamente sul bio e nano tecnologico. I paesi avanzati se vogliono mantenere questa caratterizzazione devono contare sulla loro capacità di produrre ed usare capitale umano per produrre e sfruttare la conoscenza come bene economico.

La formazione della conoscenza come bene economico richiede una stretta collaborazione tra imprese e istituti di ricerca, Università in primis: “solo una sistematica interazione strutturata tra sistema delle imprese e sistema della ricerca può mettere  capo allo svolgimento di quelle funzioni di generazione e sfruttamento della conoscenza come bene economico”(Cristiano Antonelli)

Il vasto campo che sta dietro a questa transizione da una economia manifatturiera ad una economia della conoscenza richiede una fortissima presenza e direzione dello stato: sia perché lui solo può stanziare i capitali pazienti così come può avere una capacità di programmazione globale che l’impresa privata non è in grado di avere. Anzi seguendo questo ragionamento neppure il singolo paese è una dimensione sufficiente, rendendo l’Europa (ma forse un’altra Europa) unione necessaria in questo momento storicamente determinato.

Lo sfruttamento tramite fiscalità

Da tutto quanto abbiamo finora descritto, risulta evidente la nascita, o meglio l’esplosione di una forma di sfruttamento che si attua tramite fiscalità, intendendo la fiscalità come quella forma di raccolta dei fondi necessari per finanziare i capitali pazienti che sono alla base del nuovo modello economico. In sintesi lo stato raccoglie i fondi dai contribuenti per poi finanziare R&S e infrastrutture che rafforzano il modo di produzione egemonizzato dal capitale privato. In fondo non è stato proprio Keynes ad insegnare ad un capitalismo asfittico come usare lo stato per salvare il capitalismo usandolo come raccoglitore di fondi escluso però dalle scelte politiche?

Questa contraddizione va superata con la trasformazione dei sussidi dello stato al capitale in partecipazioni dello stato nel capitale. Se gli investimenti sono fatti dalla comunità dei contribuenti, tali investimenti devono appartenere alla comunità. Quindi benissimo i fondi dati alle imprese, il trasferimento tecnologico dagli istituti di ricerca alle imprese, ma sempre e solo come apporto in natura nel capitale delle imprese per avviare così quella socializzazione dei mezzi di produzione necessaria al nuovo modo di produzione. . Anche il sindacato deve guardare al futuro elaborando un progetto di intervento capace di guidare la transizione all’economia della conoscenza e gestire il cambiamento strutturale (Carrieri e Militello).

Ecco che allora si evidenzia la necessità di una guida di questo processo di transizione, che sia egemonica e non subalterna; guida che sia in grado di gestire un’azione politica di alto livello che contempli gli aspetti sociali, economici, istituzionali, fiscali esaltando l’azione collettiva che collabori ad un chiaro disegno programmatorio; la transizione non può essere abbandonata alla spontaneità del libero mercato.

Quale altro compito per i socialisti?

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