Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

L'articolo 46 della costituzione

Lavoratori e Costituzione Lavoratori e Costituzione

di Renato Gatti

Premessa

Quando nei miei articoli propongo un fondo di solidarietà costituito dalle partecipazioni generate da un nuovo regime delle agevolazioni fiscali e destinato a costituire uno degli elementi per diffondere tra i produttori di produttività i benefici della stessa in particolare in previsione della rivoluzione 4.0, non faccio altro che contribuire alle varie proposte per un diverso assetto delle imprese, tale da attuare quella “partecipazione” sancita dall’art. 46 della Costituzione.

L’attualità della questione è stata rinverdita dalla proposta Calenda per il nuovo assetto societario dell’Alcoa. "Sarà il primo caso - ha aggiunto il ministro - in cui i lavoratori partecipano alla gestione dell'azienda e se lo sono ampiamente meritato". A parte alcuni casi che vedremo più avanti,il caso Alcoa sarebbe effettivamente una novità per la pigra realtà della legislazione in materia, ben diversamente da quanto accade ad esempio in Germania ed in Francia. Ma già, prima ancora di nascere, nascono dubbi sull’esperimento, in particolare da parte della CGIL. "Il 5% di Alcoa a un'associazione di lavoratori': è l'idea quantomeno problematica di Carlo Calenda", scrive Gibelli, aggiungendo che "diverso il discorso per il 'consiglio di sorveglianza' (se con questo nome non si intende il CdA). Sarebbe un primo e importante passo verso l'applicazione dell'art. 46 della Costituzione".

  1. Precedenti storici.

1.1 Una interessante legislazione in materia di economia socializzata, la troviamo nello Statuto della Repubblica Sociale di Salò. Gli articoli dal 125 al 134 erano infatti dedicati alla “Gestione socializzata dell’impresa”. L’art. 129 prevedeva:  “Le imprese pubbliche sono amministrate da un Consiglio di gestione eletto dai lavoratori dell’impresa, operai, impiegati tecnici” mentre l’art. 130 prevedeva che “Nelle imprese private, degli organi collegiali (…) fanno parte i rappresentanti degli operai, impiegati e tecnici dell’impresa in numero non inferiore a quello dei rappresentanti eletti dall’assemblea dei portatori del capitale sociale (…)”. Infine l’art. 133 stabiliva che “La legge (…) stabilisce i limiti massimi e i modi con cui può essere determinato il compenso al capitale impiegato nell’impresa” e l’art. 134 concludeva con la norma per cui “Gli utili dell’impresa, dopo la deduzione del compenso dovuto al capitale, sono distribuiti tra il capo, gli amministratori e gli operai, impiegati e tecnici dell’impresa, nelle proporzioni fissate per legge (…). La parte degli utili non distribuita, è assegnata alla riserva nei limiti minimi e massimi stabiliti per legge, e se vi sia ancora un’eccedenza, questa è devoluta allo Stato che l’amministra o la impiega per scopi di carattere sociale”.

E’ facilmente rilevabile che la partecipazione repubblichina non disegna tanto la collaborazione tra capitale e lavoro, quanto l’irregimentazione di capitale e lavoro sotto il comando onnicomprensivo di uno Stato autoritario. Va tuttavia rimarcato che il decreto sui Consigli di Gestione di attuazione della “Gestione socializzata dell’impresa”, rimase in vita anche dopo che il Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia (CLNAI) nell’aprile del 1945 aveva cancellato la legislazione sociale fascista, ma con l’eccezione proprio dei CdG, di fatto affidati ai Comitati di Liberazione Nazionale Aziendale (CLNA).

1.2  L’art. 46 recita:” Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”. La formulazione finale di questo articolo deriva dall’emendamento Gronchi che fissa la finalità dell’elevazione economica e sociale del lavoro che sia in armonia con le esigenze della produzione; tale formulazione contempera le posizioni scettiche dell’on. Martina secondo cui “anziché essere strumenti propulsivi e migliorativi della produzione, sono quasi sempre ragione di inceppo e spesse volte di disordine, specialmente quando sono adoperati come arma politica per raggiungere finalità che spesso nulla hanno a che vedere con il buon andamento della produzione”; mentre per l’on. Nobili Tito Oro si trasforma l’operaio da “cieco strumento di lavoro materiale a … elemento consapevole del processo della produzione, desideroso di migliorare l’industria nella collaborazione intelligente, volenterosa e assidua con le dirigenze”. Rimarchevole l’intervento di Einaudi che, contrario all’emendamento (poi bocciato) che intendeva costituzionalizzare la partecipazione degli orperai agli utili aziendali, sostenne che “non occorre incoraggiare in aggiunta gli operai ad accordarsi con gli imprenditori per taglieggiare la collettività”. L’art. 46 non trovò mai una legge ordinaria che attuasse i suoi principi.

1.3   La principale ragione che non ha consentito, salvi rari casi di partecipazione sperimentati ma poi successivamente falliti, sta nelle posizioni opposte dei sindacati (CGIL in particolare) e Confindustria. La CGIL, da una parte, cercava di evitare che gli operai assumessero responsabilità di cogestione perché ciò avrebbe contraddetto l’approccio classista nei rapporti con il padronato; la Confindustria espresse un parere nettamente contrario perché sarebbe stata irrimediabilmente compromessa l’efficienza della economia impedendo il riassetto dell’industria costituendo elemento deleterio per la pace sociale; “nessuno può dubitare che il comando debba essere unico, come unica deve essere, ed è, la piena responsabilità”.

L’unica proposta di legge organica, che tentò di sistemare e riorganizzare i Consigli di Gestione, fu il regolamento proposto dal ministro dell’industria Rodolfo Morandi. Il progetto proponeva una posizione paritetica tra direzione e lavoratori, rappresentanza dei lavoratori in consiglio di amministrazione senza diritto di voto, poteri deliberativi sulla produzione e solo consultivi per gli aspetti finanziari, coordinamento tra realtà aziendale e il sistema economico nel suo complesso. Il progetto fu travolto, era il 1947, dall’evoluzione negativa della situazione sociale: da una parte gli industriali che intendevano fiaffermare il pieno controllo della gestione, dall’altra il PCI che riteneva il progetto non praticabile ed infine la democrazia cristiana che vedeva nel progetto una nascosta possibilità di socializzazione dei mezzi di produzione. Il fallimento della commissione convocata da De Gasperi per avviare una definizione dei termini della collaborazione dei lavoratori nella gestione delle aziende, bloccò definitivamente ogni ipotesi di percorrere la strada indicata dall’art. 46 della Costituzione.

  1. L’esperienza italiana

Nel campo della partecipazione non abbiamo molti casi di sperimentazione ma tra gli altri ricordiamo il caso Olivetti, Electrolux Zanussi, Dalmine.

Nel caso Olivetti, alla fine del gennaio 1948, le parti si accordano su una bozza di statuto su cui lavora Franco Fortini, e che si rifà alle linee della proposta Morandi. Il Consiglio di Gestione ha poteri consultivi e deliberativi, i secondi riguardano la ripartizione delle somme destinate ai servizi sociali di assistenza.

Da ricordare un fatto avvenuto nel 1958; Adriano Olivetti accoglie la richiesta di partecipazione agli utili e accorda un premio ai dipendenti per un importo pari al 58% degli utili di bilancio. Ma il CdA dell’Olivetti boccia la proposta, estromette Adriano Olivetti dalla carica di presidente ed accantona il progetto di azionariato operaio. Il CdG olivetti dura per ben 23 anni, è stata una esperienza preziosa, “avanzata ma non troppo” ed ha coinvolto intellettuali della caratura di Musatti, Momigliano, Fortini, Volponi, Pampaloni, Gallino, Pizzorno. (da una ricerca di Stefano Musso pubblicata da Il Mulino Bologna 2009).

Nel 1997 il gruppo Electrolux Zanussi e le segreterie generali dei sindacati metalmeccanici Fiom-Fim-Uilm firmano un “testo unico sul sistema di relazioni sindacali e di partecipazione” che si articola in cinque livelli di sistema fra loro integrati: 1) sistema delle conoscenze; 2) sistema della contrattazione; 3) sistema della consultazione; 4) sistema del controllo attivo; 5) sistema della regolazione e delle tutele.  Vengono costituiti organismi congiunti quali: la commissione paritetica Ecologia e Sicurezza; la commissione Tecnica Paritetica; la commissione “Ipazia” per le pari opportunità. Il modello Electrolux ha permesso di conseguire standards positivi nel campo della flessibilità, dell’efficienza organizzativa, di contenimento del costo del lavoro e di riduzione del conflitto sociale.

Il caso Dalmine è quello che più di ogni altro, ha mostrato un ruolo attivo e di proposta della rappresentanza dei lavoratori. Tra i contributi offerti da questa esperienza va ricordato l’accordo realizzato tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, relativo alla riforma del sistema di riconoscimento e di valutazione della professionalità, che ha ridotto l’area di discrezionalità aziendale nel sistema di remunerazione della professionalità. Ma il punto più significativo è quello sull’azionariato ai dipendenti il cui soggetto promotore è stato il sindacato. L’obiettivo è quello di realizzare una forma di partecipazione finanziaria strategica e su questa proposta l’azienda ha accettato di aprire il confronto. Dal dicembre 2000 tuttavia, il progetto si è arenato.

  1. Contributi teorici e proposte di legge.

3.1 Il testo base per la partecipazione è quello scritto da Rudolf Meidner su incarico della Confederazione generale dei sindacati svedesi Lo. Il progetto disegna una graduale acquisizione, da parte dei lavoratori salariati, della proprietà delle imprese, tramite una assegnazione di nuove azioni emesse dalle imprese stesse con determinati meccanismi: il 20% dei profitti delle medie e grandi imprese sarebbe stato trasferito, tramite l’emissione forzosa di corrispondenti azioni, in un fondo nazionale con ripartizioni settoriali. La rendita sarebbe stata reinvestita in formazione, sicurezza, ricerca infine, il meccanismo di nomina degli organismi di controllo avrebbe reso i fondi, di fatto, controllati dal sindacato.

L’obiettivo era dunque duplice. Da un lato, redistribuire la capacità di investimento: d’altra parte, coesisteva un obiettivo chiaramente politico: la conquista della maggioranza nei consigli di amministrazione, e dunque del potere economico nelle grandi aziende. Ammesso apertamente da Meidner come obiettivo a lungo termine, questo punto contribuì a ideologizzare grandemente il dibattito.

3.2 Ricordiamo ora il contributo di Weitzman: “L’Economia della Partecipazione”. L’autore propone un rapporto salariale basato su una ripartizione proporzionale del ricavo aziendale  tra monte salari e compenso al capitale. In tal modo l’azienda fa compartecipi i lavoratori della congiuntura aziendale; all’aumento del fatturato aumenterà il monte salari e quindi anche il numero dei dipendenti ovvero, se c’è un aumento di produttività aumenta anche il compenso orario del lavoro. In caso di flessione dei ricavi, l’azienda non sarà costretta a licenziare i propri dipendenti anche se questi vedranno ridotto il monte salari e quindi il compenso per ora lavorata. La partecipazione à la Weizman è concentrata solo su una partecipazione monetaria (non agli utili ma al fatturato) ma esclude assolutamente la partecipazione alle decisioni aziendali; non si parla quindi di co-gestione o co-determinazione ma solo di far ricadere sui salari dei lavoratori le performances dell’impresa, ma dalle decisioni a monte di queste, i lavoratori sono esclusi essendo chiamati invece a far sacrifici  se le scelte padronali fossero infelici.

3.3 Il contributo di James Meade. In due testi ritroviamo il contributo di questo autore: “Agathotopia” e “Efficiency Equality and the Ownership of property”.  Meade era profondamente pessimista sulle prospettive a lungo termine dello sviluppo del capitalismo, ritenendo che il progresso tecnologico avrebbe inesorabilmente incrementato i profitti del capitale contestualmente ad un decremento del lavoro. Egli pensava che, in assenza di una riforma strutturale dell’economia, i tempi sereni per il mondo del lavoro stavano per esaurirsi. “Ma che succederà in futuro?  Ci sarà un ristretto numero di grandi possessori di ricchezza; la proporzione dell’apporto dei lavoratori alla gestione di industrie robotizzate altamente profittevoli sarà molto bassa, il livello dei salari sarà quindi depresso”.

Sulle cose da fare per scongiurare questa prospettiva Meade è piuttosto ottimista, e propone una serie di idee su ciò che potrebbe essere fatto; ne abbozza in particolare quattro:

  1. Uno Stato dei sindacati (trade union state) finalizzato a elevare i salari rafforzando il potere del lavoro organizzato;
  2. Uno stato del benessere esteso (extended welfare state) che amplii gli interventi per ridurre la disuguaglianza attraverso una redistribuzione massiva, tassando i ricchi a favore dei poveri arricchendo i servizi pubblici e concedendo sussidi ai bassi salari;
  3. Una “democrazia di proprietari” (property-owing democracy) che realizza una diffusione della ricchezza (inclusiva di capitale umano e non) a tutta la società, assicurando che tutti i settori della società abbiano redditi sia di lavoro che di capitale;

4.Uno Stato socialista (socialist state) con la creazione di un capitale pubblico attraverso fondi sovrani, o, secondo Meade, una attività nazionale (National asset) finalizzata a costruire un importante quantitativo di capitale pubblico controllato democraticamente, utilizzato per fornire ai cittadini un reddito base. Meade credeva maggiormente nella democrazia di proprietari  capace di creare condizioni favorevoli per la sicurezza dei cittadini, della loro libertà e indipendenza, concludendo che l’assetto proprietario è così rilevante per cui occorre riformare radicalmente la distribuzione delle proprietà e non limitarsi a controllare i flussi di reddito.

Meade quindi pervenne alla proposta di un ampliamento del welfare state attraverso il parallelo e contemporaneo perseguimento a) della diffusione della proprietà diffusa tra tutti i membri della società, con la conseguente tassazione delle eredità e dei trasferimenti di ricchezza, e b) la costruzione di un capitale pubblico democratico.

  • La proposta di legge Cirielli è del 2001 e dopo la proposta Morandi era la prima che tendesse all’attuazione dell’art. 46 della Costituzione rifacendosi alla Carta Sociale Europea. Tale proposta prospettava l’adozione di uno Statuto Partecipativo delle imprese finalizzato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati d’impresa. La proposta si rifà alla realtà tedesca affermando la necessità di uno scambio tra flessibilità e partecipazione, in nome di una “comunità di destino” tra tutti i soggetti sociali ed economici che operano all’interno delle aziende italiane, ormai destinate a competere nel mercato globale. I punti salienti della proposta erano a) l’istituzione di una specie di comitato di gestione composto da lavoratori e datori preposto a indirizzare l’organizzazione del lavoro, le pari opportunità, la formazione, la sicurezza, la remunerazione per obiettivi, la soluzione delle controversie; b) le regole procedurali per il funzionamento dell’organismo congiunto; c) la distribuzione ai lavoratori di una quota del profitto aziendale; d)l’accesso collettivo dei dipendenti al capitale sociale dell’impresa.
  1. Conclusioni

La partecipazione ha quindi 2 componenti:

  • la partecipazione alle decisioni o almeno consultazioni sulla gestione aziendale, ovvero Comitati di gestione, co-determinazione e co-gestione.
  • la partecipazione ai risultati aziendale, agli utili, l’azionariato operaio.

Le due componenti possono essere combinate in proporzioni diverse; da un massimo come nel piano Meidner, ad una nascosta ipocrisia del piano Weizman.

Ma va tenuto conto anche l’elemento temporale; voglio dire che quando cambia il modo di produzione, come sta succedendo qui ed ora, con la rivoluzione 4.0, il problema della partecipazione affronta non solo un nuovo modello produttivo, un nuovo modello redistributivo ma affronta un tema di civiltà. Quando cambia il modo di produzione occorre far partecipare i lavoratori e le loro rappresentanze a progetti che affrontano il cambiamento dell’organizzazione del lavoro connesso alla schumpeteriana distruzione creatrice.

Mc Kinsey valuta che il 49% delle ore lavorate potrebbero essere teoricamente computerizzate, generando una riduzione di 11.900 miliardi di dollari di salari; in Europa il saldo negativo di operai e impiegati esecutivi che perderanno il lavoro potrebbe essere del 30% complessivo, con oltre 4 milioni di disoccupati. E’ in atto un vero panico: robocalypse now e jobless society.

A fronte di questa falcidia di ore di lavoro “esecutivo”, vengono tuttavia create posizioni di lavoro super specializzato, digitalizzato, esperto, che come tale non può essere un lavoro solitario: occorre una gestione collettiva con “architetti multidisciplinari di sitemi socio-tecnici, capaci cioè di concepire e ingenierizzare insieme modelli di business, mercati, obiettivi, tecnologie, processi organizzazione, lavoro, cultura.”(Federico Butera – La partecipazione progettuale). Una forma di partecipazione progettuale primo livello fondante di quella “partecipazione incisiva” di cui parlano Carrieri, Nerozzi e Treu.

Sembra di leggere, con termini diversi, il Marx dei Grundrisse quando parla di general intellect.

A fianco di questo lavoro arricchito, occorre pensare ai milioni di persone eliminate dal ciclo produttivo; occorre affiancare alla liberazione dal lavoro la liberazione del lavoro, sviluppando una “economia associativa” (Franco Archibugi – L’economia associativa) caratterizzata da libere attività non-profit capaci di ridare dignità a queste persone pur svolgendo un altissimo compito sociale capace di dare un nuovo senso più umano alla nostra democrazia.

Ecco che l’applicazione e lo sviluppo dell’art. 46 della nostra Costituzione diventa oggi estremamente attuale e, a mio parere, punto basilare  dell’ideologia socialista, un livello ben superiore all’istituto delle Società Benefit (SB) disegnata dalla legge di stabilità per il 2016.

 

 

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