Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il contratto di governo di M5S e Lega

Contratto di Governo M5S Lega Contratto di Governo M5S Lega

di Renato Gatti

Premessa

Commento gli aspetti economici del “Contratto per il governo del cambiamento” nella versione del 15/5/2018 ore 18.00.

I punti che prendo in esame sono:

  1. Punto 4: Ambiente, green economy e rifiuti zero;
  2. Punto 7: Debito pubblico e deficit;
  3. Punto 10:Fisco:flat tax e semplificazione;
  4. Punto 13:Lavoro;
  5. Punto 18:Reddito di cittadinanza e pensione di cittadinanza;
  6. Punto 23:Banca per gli investimenti;
  7. Punto 26:Turismo
  8. Punto 28:Unione europea.

Non commenterò i punti sopra elencati nella specifica analisi dei singoli propositi, cercherò invece di delineare che tipo di “economia” il contratto, volente o nolente, sta perseguendo ovvero si pone come obiettivo.

L’economia reale del contratto.

Il contratto prevede : “L’adozione di coraggiose e rivoluzionarie misure di riforma, nell’ottica di una riduzione del livello di pressione” misure a cui conseguirebbe il seguente circolo virtuoso:”maggior risparmio di imposta, maggior propensione al consumo e agli investimenti, maggior base imponibile tassabile grazie anche al recupero dell’elusione, dell’evasione e del fenomeno del mancato pagamento delle imposte”.

Sul fronte delle imposte si prevede, per le imprese, una IRES al 15% a fronte dell’attuale 24%, e per le persone fisiche una flat tax con due aliquote che riduce drasticamente il gettito fiscale.

Sul fronte del lavoro,  fissato un salario minimo, si prevede un ritorno ai voucher ponendo “in essere una riforma complessiva della normativa vigente volta ad introdurre un apposito strumento, agile e semplice, che non si presti ad abusi, attivabile per via telematica attraverso un’apposita piattaforma digitale, per la gestione dei rapporti di lavoro accessorio”.

Inoltre lo Stato “dovrà favorire, nell’ambito delle scuole secondarie di secondo grado e dell’università, la nascita di nuove figure professionali idonee alle competenze richieste dalla quarta rivoluzione industriale ed in possesso degli opportuni profili, nonché prevedere misure di sostegno alle micro e piccole imprese nel rinnovamento dei loro processi produttivi quale presupposto per lo sviluppo di una strategia che miri alla più ampia diffusione delle tecnologie avanzate.”

Se poi la quarta rivoluzione industriale creerà un maggior livello di disoccupazione sarà il cosiddetto reddito di cittadinanza, che a questo punto diventa un sussidio alla disoccupazione, a farsi carico della situazione dei lavoratori espulsi.

Allo Stato sono tuttavia riservati gli investimenti per il miglioramento delle infrastrutture idriche, elettriche, nella green economy, investimenti cioè per migliorare il funzionamento delle imprese, Sono invece da tagliare tutte quelle spese, in particolare nel welfare, al fine di diminuire il debito pubblico.

Agli investimenti poi provvederà una apposita banca che “deve usufruire di una esplicita e diretta garanzia dello Stato Italiano, con conseguente facilità di reperire risorse per attuare tutte le iniziative che intende intraprendere”, vale a dire: “cofinanziamento con il sistema bancario, soprattutto con le banche di medie e piccole dimensioni radicate sul territorio, a supporto delle PMI;

 Finanziamento di iniziative di interesse pubblico e all’export,

 aiuto alle imprese italiane che operano nei paesi in via di sviluppo;

 gestione di un fondo di Garanzia per le PMI;

 innovazione”.

L’economia reale del contratto è basata quindi su una piena liberalizzazione delle imprese private in particolare piccole e medie  che lo stato deve incentivare e favorire in mille modi: detassandole, finanziandole, riducendo drasticamente gli oneri connessi al cuneo fiscale, fornendole di una mano d’opera da una parte specializzata ai tempi della rivoluzione 4.0, dall’altra con una parte di lavoro cosiddetto accessorio basata sulla voucherizzazione digitale e per un ultima parte assistendo i lavoratori che la produzione non riesce ad assorbire con il cosiddetto reddito di cittadinanza.

D’altra parte la riduzione delle imposte sulle persone fisiche libererà una settantina di miliardi che si tramutano in consumi che danno sviluppo alle imprese rilanciando gli investimenti e l’occupazione.

Rileviamo che l’abbattimento dell’Irpef (che tra l’altro favorisce i più ricchi senza benefici sostanziali ai più poveri) per aumentare la domanda cozza contro tre controindicazioni: a) si aumenta il reddito disponibile ai più ricchi che hanno una minor propensione al consumo, e che in questi anni (vedasi target 2) preferiscono investire in titoli tedeschi; b) non si considera che il maggior reddito disponibile potrebbe tradursi in maggiori consumi di prodotti esteri (presumibilmente più competitivi perché più produttivi) e c) la domanda aggregata è composta da consumi + investimenti + spesa pubblica, per cui se crolla il gettito fiscale, lo stato potrà spendere di meno per cui nell’equazione l’aumento di consumi privati viene corretta dalla diminuzione di spesa pubblica.

Ma la maggiore obiezione sta nel taglio incondizionato dell’Ires; questa diminuzione non va a favore delle imprese ma va direttamente a favore del capitale con la subalterna speranza che il capitale reinvesta nell’economia produttiva e non in quella finanziaria o peggio non porti i capitali all’estero (cosa consueta in questi anni).

Praticamente la proposta del “Contratto” sposta risorse dallo stato al capitale, asservendosi ad esso ed alle sue scelte discrezionali, è quindi decisamente una scelta non a favore dei cittadini o del popolo sovrano, ma una scelta a favore del  capitale.

Si privilegia poi in modo esplicito la piccola impresa che in un’economia come la nostra dove solo il 20% delle imprese ha una produttività tale da competere ed esportare nel mondo, è decisamente una zavorra così come caratterizzata dal familismo, dal corporativismo e strutturalmente a bassa produttività. E’ chiaro che l’aiuto alle piccole imprese, fiscale e finanziario è un grosso regalo all’elettorato leghista del nord Italia.

Nel contratto non leggo poi la parola produttività, che è l’elemento più debole della nostra economia e che ci costringe a inseguire con affanno tutti gli altri paesi che continuano ad allontanare le distanze nei nostri confronti.

Concludendo il contratto disegna una economia: assistenzialistica, asservita al capitale, subalterna a quello, di destra, alla faccia del superamento delle differenze tra e destra/sinistra. Un deciso passo indietro rispetto all’economia sociale di mercato, che ignora Keynes, e le politiche programmatorie riportandoci a tempi e concezioni superati.

L’economia finanziaria del contratto

Il contratto ritiene a) “necessario scorporare la spesa per investimenti pubblici dal deficit corrente in bilancio” e b) “che i titoli di stato di tutti i paesi dell’area euro già acquistati dalla banca centrale europea con l’operazione quantitative easing siano esclusi pro quota dal calcolo del rapporto debito/PIL”.

Trovo lodevole la indicazione sub a), che amo ricordare come “golden rule di Jaques Delors” mentre su quella sub b), ricordo che la BCE non ha comperato con il QE alcun titolo di stato, ma ha invece prestato euro alle banche centrali nazionali perché procedessero esse all’acquisto di detti titoli. Che poi tali titoli vengano eclusi dal calcolo del rapporto debito/PIL è un’operazione di facciata senza alcun riflesso concreto.

Sono punti che potrebbero essere portati in Europa auspicabilmente incastrando i programmi di investimento in una programmazione europea del tipo Piano Juncker, ma di tutto ciò non c’è traccia nel contratto.

Il contratto poi, condanna il “bail-in” soprattutto a quello che chiama l’obbligo costituzionale di tutelare il risparmio. Ma tale tutela si traduce in un obbligo dello stato a rimborsare tutti anche chi ha consapevolmente investito in titoli di rischio, scaricando poi sul solito Pantalone gli oneri derivanti da questa evidente ricerca di un voto di scambio. Si legge infatti che “ la platea dei risparmiatori che hanno diritto a un risarcimento, anche parziale, deve essere allargata anche ai piccoli azionisti delle banche oggetto di risoluzione.

 

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