Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Europa e socialismo

Europa e socialismo Europa e socialismo

di Renato Gatti

  1. La mia prima scelta è di stare in Europa. In una economia mondiale che si sta, o forse lo ha già fatto, organizzando a livello di continenti, pensare ad una Italia fuori dall’Europa con le sue debolezze, le sue incapacità, la sua inconsistenza, mi fa schierare per una soluzione che persista in una Europa unita e da rafforzare. Lo slogan “prima gli italiani”, che con scarsa fantasia scimmiotta l’”America first” di Trump, individua la debolezza del paese ai “non italiani” da cui dovremmo difenderci, nascondendo il fatto, che considero più avanti, che la debolezza nasce prima che da altri, da noi, solo da noi (vedasi l’andamento dei nostri indici di produttività, non certo esaltati dalla piccola impresa osannata dalla Lega).
  • Fatta questa scelta sono estremamente consapevole che l’Europa così com’è sta facendo acqua da tutte le parti, per moltissime ragioni che non considero per brevità, crollando nelle preferenze di moltissimi europei di tutti i paesi, così come è successo nel Regno Unito con la Brexit. Così come sono consapevole che i mercati sono un elemento reale della nostra vita, elemento che critico e combatto ma di cui non posso irresponsabilmente non tener conto; vero che lo spread non può essere un ricatto per le nostre libere scelte, ma altrettanto vero che le nostre libere scelte non possono non tener conto delle conseguenze delle variazioni dello spread. Lo spread non è un concetto astratto, ma rappresenta una situazione reale; rappresenta ad esempio, anche la propensione di milioni di pensionati (organizzati nei fondi pensione) a comperare ogni anno i titoli di Stato che emettiamo per far fronte ai nostri debiti. C’è anche la speculazione, è vero, ma o siamo in grado di combatterla o ne saremo vittime. Fregarsene è una vecchia parola d’ordine. Tornando all’Europa, prendere atto che essa non funziona porta molte intelligenze alla facile soluzione di auspicarne, magari con un referendum, l’uscita. Non è così per Paolo Savona che vedendo grossi limiti nella attuale situazione (mancata creazione di un’Europa politica, limiti alle funzioni della BCE specie come pagatore di ultima istanza) raccomanda lo studio di un Piano B.
  • Anch’io penso ad un piano B, che tuttavia prenda atto che al momento l’elettorato europeo è a maggioranza di destra e si sta spostando ulteriormente a destra. Pensare di trasformare l’Europa attuale negli Stati Socialisti d’Europa è un mio obiettivo che dichiaro espressamente ma che, realisticamente non ritengo oggi attuabile. Me ne rendo conto, ma non è per questo che prendo il pallone e me ne vado fuori dal campo di gioco.
  • Lavorerei allora per una convocazione di tutti i partiti socialisti europei per la costituzione di un tavolo che individui gli obiettivi effettivamente perseguibili (certo lottando con determinazione) per il cambiamento di alcune regole di funzionamento dell’Europa. Il fiscal compact, per esempio, va sottoposto al voto che ne propone la fine della transitorietà e la trasformazione in trattato (regola vincolante recepita nelle legislazioni locali). Votare NO al fiscal compact sarebbe già un passo, votare NO controproponendo l’adozione della Golden Rule di Delors sarebbe, a mio parere, molto più di un passo, ma sarebbe una grande vittoria per l’Europa, specie se si rafforzasse l’importanza di una programmazione europea partecipata per quegli investimenti che tendono a far convergere i fondamentali di tutti i paesi.
    • Ricordo che la separazione degli investimenti nel calcolo del deficit è presente nel “contratto” 5S-Lega, e che l’eventuale inserimento nelle nuove regole europee ci costringerebbe a rimodificare ancora una volta il famoso art. 81 della Costituzione (ma forse basterebbe specificare che l’equilibrio di bilancio riguarda le sole spese correnti).
  • Se si riuscisse a fare della componente socialista del Parlamento Europeo il nucleo propositivo delle proposte di cambiamento, la forza propulsiva per una nuova presenza delle idee socialiste in Europa, considererei il fatto come un nuovo Rinascimento Europeo, unica speranza pragmatica in un mondo che cigola e che presenta orribili mostri, generati dal sonno della ragione, nel nostro futuro.
  • Uso, come si può notare, il termine “socialista” che prediligo al termine “di sinistra”. Nel sonno della ragione che ci ammorba, si afferma il superamento dei termini ideologici di destra e di sinistra. Noto che con molta più ironia la stessa domanda se la poneva Giorgio Gaber mezzo secolo fa. Prediligo il termine socialista perché nel mio ragionamento il discrimine tra i due campi è molto chiaro.
    • La qualità della conduzione di un paese è in gran parte determinata dalle scelte economiche. Chi ha il potere di formulare e attuare quelle scelte determina, egemonizza la qualità della vita di un paese. Ora ci sono due opzioni (e mezzo):
      • l’opzione mercato in cui le scelte, oggi come oggi, sono fatte dal capitale;
      • l’opzione socialista in cui le scelte sono co-determinate tra mondo del lavoro e capitale
      • la seconda opzione e mezzo è quella scelta dai trattati europei dell’economia sociale di mercato in cui il mercato è riconosciuto fallibile e là dove sbaglia interviene lo stato a rimediare (di solito con le tasse pagate dalla parte esclusa dalle scelte sbagliate fatte).
    • Ora, con questo semplicistico schema, ho un meccanismo abbastanza agile per giudicare ogni provvedimento. Per esempio nel “contratto” 5S-Lega l’abbassamento dell’imposta sulle società (che calcola l’acconto che il capitale paga sugli utili di impresa) accoppiata con la flat-tax che abbassa drasticamente le imposte che i capitalisti devono pagare, sposta ingenti risorse di politica economica che prima erano a disposizione dello Stato e che ora vengono fatte dal capitale. Il trucco di abbindolare i lavoratori riducendo (non sempre e di pochissimo) anche le loro tasse, si basa sul fatto che il contribuente non realizza che i 60 miliardi in meno di imposte significano 60 miliardi che lo Stato spenderà in meno in servizi ai cittadini. Addio asili nido, detrazioni per le gite scolastiche, spese per la produzione del reddito, via insomma a tutte quelle detrazioni che (in verità tantissime e farraginose e difficili da gestire) bene o male cercavano di intervenire nelle scelte di investimento con un certo grado di socialità. Ora quei soldi sono dati al capitale che ha quattro scelte: 1) quei soldi li consuma ed allora  ( per la parte non consumata all’estero)  il calo della domanda creato dal calo della spesa pubblica viene in parte attutito; 2) li investe in produzione e allora l’economia ne trae un incentivo (ma la scelta è sempre estranea alla società delegata com’è al capitale); 3) li  investe in attività finanziarie distogliendo fondi alla produzione, 4) li porta all’estero come si deduce seguendo il meccanismo del Target 2.
    • Tutto il contratto 5s-Lega, che nella parte economica è scritto prevalentemente dalla Lega ( e a tutto vantaggio degli elettori della Lega nel nord Italia) sposta le decisioni economiche dallo Stato al capitale. Riconosco che preferirei che le scelte economiche fossero fatte con una partecipazione più esplicita del mondo del lavoro (in cui particolare peso e responsabilità devono avere gli imprenditori schumpeteriani) del tipo dei Fondi del lavoro svedesi, o delle socializzazioni del Nobel James Meade, ma la mia perplessità sul come lo Stato operi con le sue scelte economiche, non mi fa condividere la proposta del contratto, di spostare dette scelte dal sociale al capitale. Ecco allora il mio giudizio che il “contratto” 5S-Lega è un programma decisamente di destra.
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