Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

I conti della flat tax

Flat Tax Flat Tax

di Renato Gatti

Ho comparato le dichiarazioni di 8 contribuenti per il 2017 con l’imposizione derivante dall’applicazione della flat tax. Naturalmente mentre conosco benissimo le modalità di imposizione vigente, per la flat tax ho considerato l’ultima versione nota, ovvero: due aliquote 15% fino a 80.000 euro, 20% oltre gli 80.000; deduzioni dall’imponibile di 3.000 € per ogni componente familiare per redditi fino a 35.000€, 3.000 per ogni persona a carico fra 35.000 a 50.000€, nessuna deduzione oltre i 50.000€.

I risultati:

Casistica                                Reddito annuo lordo         (Maggiori) minori imposte annue

Forfettario con 3 figli                               37.158                                  (2.516)

Pensionata senza figli                                 8.578                                  (1.287)

Casalinga con due figli                              19.672                                  (1.145)

Pensionata senza figli                                16.162                                  (135)

Pensionata senza figli                                 21.375                                  490

Dipendente con 2 figli                                41.658                                  4.817

Dipendente senza figli                                98.849                                 13.862

Dipendente con un figlio                           250.000                                  54.671

Nota: il leghista Siri ha precisato che i contribuenti eventualmente danneggiati dalla nuova tassazione possono optare per la vecchia tassazione (a parte che così sfuma la semplificazione, nel contratto pubblicato non c’è però traccia di questa clausola).

  1. Sul piano costituzionale: il meccanismo delle detrazioni decresenti produce sì una certa progressività come richiesto dalla nostra Costituzione, ma il quantum di progressività è decisamente ridicolo se non una presa in giro per tentare di aggirare l’ostacolo. Luigi Einaudi, grande economista liberale, spiegava la progressività come logica conseguenza dell’impostazione economica marginalistica: la progressività tende a rendere uguale il sacrificio marginale del contribuente.
  2. Sul piano della disuguaglianza: come evidente il passaggio alla flat tax aumenta la disuguaglianza.  I redditi bassi non hanno nessun vantaggio, i redditi alti hanno vantaggi notevoli. Insomma una “Robin Hood” all’incontrario, che incredibilmente trova il consenso anche nelle persone a reddito più basso. L’indice Gini, in continua ascesa, vedrebbe così un ulteriore balzo in avanti con l’introduzione della progettata variazione fiscale.
  3. Sul piano dell’equità: Con la normativa vigente si parte da un reddito lordo cui si applicano, prima di applicare le aliquote progressive, una enorme elenco di detrazioni (alcune per il 19%, alcune per il 100% del valore della spesa detraibile) finalizzate a tenere in considerazione situazioni particolari del contribuente ovvero per incentivare alcune attività produttive. Tra le prime spese interessate ricordiamo: detrazione per la produzione del reddito, detrazione per i figli a carico, detrazione per le colf, per le spese scolastiche, per le gite scolastiche, per l’acquisto di beni per disabili, per le spese mediche, per gli interessi sul mutuo prima casa, quelle per l’avvio di nuove attività e così via. Tra le seconde ricordo le spese per il risparmio energetico, per la ristrutturazione della casa, per l’assicurazione sulla vita etc. Sono queste le complicazioni che verrebbero eliminate rendendo molto più semplice il calcolo delle imposte, ma tutte le finalità umanitarie o incentivanti che bene o male tendevano a rispondere ad obiettivi di socialità vengono a scomparire.
  4. Sul piano della lotta all’evasione: particolare enfasi viene data al fatto che la flat tax non causerebbe perdite di gettito perché l’accoppiata basse tasse e carcere vero per gli evasori, recupererebbe grossi imponibili dal sommerso. Si aggiunga che si anticipa l’eliminazione di spesometro e studi di settore quali elementi per perseguire la pace fiscale. Ricordo che lo spesometro è già abolito con l’ingresso della fatturazione elettronica e gli studi di settore son giò stati eliminati e sostituiti dagli indici di affidabilità. Sembra difficile tuttavia capire come sia possibile, in assenza di nuovi strumenti di accertamento o di enfatizzazione di quelli esistenti, indurre chi evadeva a ravvedersi. Al contrario evidenziando l’eliminazione di strumenti quali spesometro e studi di settore, sembra volersi tranquillizzare e incoraggiare l’evasore abituale, in particolare se notiamo che la minaccia del carcere vero vale solo per i “grandi evasori”.  Ma noi che abbiamo esperienza quotidiana di evasione diffusa possiamo affidare il nostro paese alla speranza che questa evasione diffusa si ravveda non si capisce bene in base di quale convenienza.
  5. Sul piano macro economico: si conta molto sul fatto che la riduzione delle tasse sia di per sé un fatto positivo che, aumentando il reddito disponibile, va ad aumentare i consumi e quindi la domanda, e quindi la produzione ed infine  l’occupazione. Cominciamo a notare che, come evidente, la riforma aumenta il reddito dispnibile dei grossi contribuenti che, come noto, hanno una propensione al consumo molto più bassa dei piccoli contribuenti. Ciò significa che la traduzione in consumi risulta poco efficiente. Secondariamente notiamo che l’aumento dei consumi può anche non tradursi in aumento della domanda interna nella misura in cui si traduce in consumi di beni e/o servizi importati. Inoltre va rimarcato che il maggior reddito disponibile che va alla parte più ricca, potrebbe benissimo trasformarsi in tesaurizzazione (l’altra faccia della minor propensione al consumo) se non (come il target 2 insegna) nell’esportazione dei maggiori risparmi di imposta. In effetti abbiamo notato la scarsa efficienza sulla domanda, dei 10 miliardi annui derivanti dalla norma degli 80 euro.
  6. Ancora sul piano macro economico: in sintesi la flat tax sposta 50 miliardi di euro dal finanziamento della spesa pubblica alla maggior disponibilità dei contribuenti ed in particolare di quelli più ricchi. Anche assumendo che, contrariamente a quanto osservato al punto precedente, tutti i 50 miliardi di euro si tramutino in consumi interni, è ovvio che diminuiranno i consumi pubblici nella stessa misura. Poiché la formula della domanda aggregata è la somma di: Consumi delle famiglie + Investimenti + Spesa pubblica, è evidente che aumentando di 50 miliardi il primo addendo e diminuendo della stessa cifra il terzo addendo il risultato non cambia.

Cambierebbe invece se i 50 miliardi andassero ad aumentare il secondo addendo ovvero gli Investimenti sia privati che pubblici. Il che con la flat tax, anche se con essa intendiamo la riduzione dell’IRES, non avviene. Gli investimenti sono più virtuosi della minor imposizione, in una fase congiunturale o anche sistemica di disoccupazione dei fattori della produzione, potendo attivare il moltiplicatore keynesiano e spingendo per l’innovazione tecnologica schumpeteriana, madre di quella produttività che langue da decenni anche a causa della piccola dimensione di troppe delle nostre imprese.

  1. Sul piano politico: come abbiamo visto la flat tax sposterebbe 50 miliardi dal gettito fiscale al reddito disponibile. I piccoli contribuenti, come per esempio la pensionata senza figli con 21.375 euro di reddito lordo (vedasi l’esempio in apertura) che guadagnerebbe 490 € l’anno di imposte pagate in meno, dovrebbero considerare che lo Stato dovrà per forza ridurre i servizi che esso eroga alla società (gli investimenti sono già ridotti al minimo) per cui potrebbero vedersi tagliare i servizi ospedalieri, scolastici, di assistenza, insomma vedrebbero ridursi ulteriormente l’area dello “Stato sociale” che è pur alla base della cultura dell’economia sociale di mercato.

Inoltre  non si può non osservare che lo spostamento di risorse a favore dei grossi contribuenti, sposta le decisioni sull’uso di sostanziose risorse dal pubblico al privato, aggiungerei dal lavoro al capitale, che vede così rafforzato il suo ruolo di classe come decisore e guida egemone delle nostre vite.

 

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