Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Socialisti per l'Europa

Europa e banche Europa e banche

di Renato Gatti

L’analisi

Mundell nel 1961 individuò tre condizioni affinchè si potesse realizzare con successo un processo di unificazione monetaria, ovvero la realizzazione di un Area Valutaria Ottimale AVO. Analizzando l’area euro possiamo verificare la presenza o meno dei tre criteri indicati da Mundell:

  • Apertura al commercio all’interno dell’area considerata;
  • Elevata mobilità dei fattori della produzione all’interno dell’area considerata;
  • Presenza di trasferimenti fiscali intra-area.

Il primo criterio, considerando lo stato dell’unione doganale, della circolazione delle merci e dello standard internazionale di produzione, si può ritenere sufficientemente rispettato.

Meno realizzata appare invece la mobilità dei fattori della produzione, in particolare quella del fattore lavoro, permanendo notevoli squilibri relativamente al costo del lavoro, degli oneri fiscali connessi, dei trattamenti contributivi. Non vanno dimenticati, inoltre, i limiti di natura linguistica e culturale e soprattutto quelli relativi alle differenze in termini di potere d’acquisto fra i vari paesi membri, limiti che frenano la flessibilità delle retribuzioni spingendo invece a delocalizzazioni delle produzioni all’interno della stessa area.

Decisamente carente è poi lo stato dell’unione relativamente al terzo criterio. Questo criterio richiederebbe la presenza di un certo grado di uniformità dei fondamentali (o quanto meno un processo di convergenza degli stessi) dei paesi aderenti all’area di moneta unica, ma richiederebbe soprattutto un certo grado di  solidarietà tra i paesi stessi in caso di difficoltà all’interno dell’area.

Ma è proprio su questo punto che si riscontrano le maggiori difficoltà di una unione che ha una moneta unica ed un’unica banca centrale, ma la gestione della politica economico fiscale è lasciata a 19 governi nazionali. Chiaramente esiste una contraddizione interna a questo sistema che, a dire il vero, nei primi anni ha funzionato con soddisfazione. Con la crisi del 2007, però, questa situazione non ha più retto, si è reso evidente che i problemi che richiederebbero un approccio sovra-nazionale sono gestite da governi nazionali, con logiche nazionali che scaricano sui singoli paesi il farsi carico dei problemi, senza neppur considerare che un approccio sovra-nazionalistico sarebbe più efficace per la realizzazione di un’area valutaria ottimale.

Keynes a Bretton Woods aveva presentato un piano geniale; il progetto “bancor”, una moneta virtuale, cui le monete nazionali erano legate da tassi sostanzialmente fissi ma rivedibili dal FMI in caso di grave defaillance, in modo da poter venir incontro, con un effetto svalutativo, a casi di straordinaria difficoltà;  il piano prevedeva inoltre, anche la creazione di un fondo, finanziato da penalità applicate ad eccessi di esportazioni, finalizzato ad aiutare i paesi membri in difficoltà. La solidarietà era quindi insita nel sistema ed essa era gestita da una istituzione super-nazionale, il FMI, senza che gli aiuti risultassero come “regali” fatti dai paesi più ricchi ai paesi più poveri, ma come normali interventi previsti da un sistema al di sopra dei singoli paesi.

La questione della solidarizzazione dei rischi è quella che trova la maggior contrarietà della Germania che considera ogni atto solidaristico come una elemosina fatta dai tedeschi “formiche” ai popoli del Sud “cicale”. Quando quindi si propongono strumenti solidaristici, come il fondo europeo per la tutela dei depositi bancari, la risposta è che ciascun stato si faccia il suo fondo per evitare trasferimenti; quando si propone che tutti i debiti degli stati (o anche solo la parte eccedente il 60% del PIL) vengano ceduti alla BCE che emette per pari importo bond europei eguagliando rischi e tassi per tutti i paesi, la reazione è un sonoro “niet” o meglio “nein”.

Un altro punto debole della attuale unione monetaria europea va considerato, perché su di esso esistono forti differenze di vedute: l’austerità. La politica di austerità attuata per affrontare la crisi del 2007, ha perseguito con logica ragionieristica l’applicazione ed il rispetto dei parametri di Maastricht ma si è dimostrata strutturalmente incapace di rilanciare lo sviluppo dei paesi ancora sotto lo shock causato dalla crisi del capitalismo finanziario.

L’austerità comporta caduta della domanda e quindi della produzione e dell’occupazione; il PIL non cresce o cresce troppo poco, insufficiente a far diminuire il ratio debito/PIL; per quanto si riduca il debito, per quanto si riduca il numeratore della frazione, lo sforzo, il sacrificio sarà vanificato dalla non o scarsa crescita del denominatore. Investimenti produttivi a moltiplicatore positivo farebbero invece crescere sensibilmente il PIL riducendo altrettanto sensibilmente il rapporto Debito/PIL. Politiche keynesiane sono fondamentali in caso di non piena occupazione dei fattori della produzione; stimoli alla crescita generati da investimenti sono essenziali per il rilancio produttivo senza pericolo di tensioni inflazionistiche, ed alla fine contribuiscono a costruire una comunità più solida e più coesa anche perché più solidale. Se negli USA lo stato della California entra in crisi, il governo federale ha a disposizione i fondi ed ha il potere politico per intervenire con un piano di risanamento; piano debitamente finanziato dal budget federale. In Europa se uno stato è in crisi deve vedersela da solo, al più entra in funzione la troika, eventualmente gli viene concesso un prestito a mezzo del Fondo Monetario Europeo (Fme) che continua a praticare logiche intergovernative e non persegue, come ente sovranazionale, logiche di politica di sistema ma è chiamato invece a quindi verificare, insieme alla Commissione, il rispetto da parte dei paesi finanziati, delle condizioni sottoscritte per riceverli, riducendosi a tutore della non contaminazione di un paese sull’altro.

L’ultimo punto che voglio prendere in considerazione è quello del mercantilismo tedesco, che si riscontra considerando gli avanzi commerciali che quel paese realizza sia nei confronti dei paesi comunitari che in quelli extra-comunitari. Premetto subito che riconosco la grande efficienza del sistema produttivo tedesco cui contribuiscono sia l’alto livello di tecnologizzazione, sia il clima delle relazioni industriali connotate da una partecipazione che, anche se impallidita, permea di sè i rapporti tra i fattori della produzione. Non nascondo che molta parte del sistema tedesco è basato su masse di lavoratori precari, i cosidetti mini jobs, i lavoratori dello Ot Status (Ohne Tarifvertrag), lo sbocco di quelle riforme,  progenitrici dei Job acts renziani, denominate Hertz I-IV. “I settori con paghe basse e la dispersione salariale crebbero in modo massiccio. La quota del monte salari nel Pil decrebbe (...). L’effetto principale fu un aumento sostanziale della competitività di prezzo della Germania e la crescita dell’export.” (W.Streeck ReForming Capitalism Institutional Change in the German Political Economy- Oxford University press 2009).

Ma più di esaminare il come la Germania abbia raggiunto questi surplus fuori norme (queste però non sanzionate) europee, mi preme ricordare quanto Keynes scrivesse nelle sue “Activities 1940-1944. Shaping the Postwar World”:

“Un paese che si trovi in posizione di creditore netto rispetto al resto del mondo, dovrebbe assumersi l’obbligo di disfarsi di questo credito, e non dovrebbe permettere che esso eserciti nel frattempo una pressione contrattiva sull’economia mondiale e, di rimando, sull’economia dello stesso paese creditore. Questi sono i grandi benefici che esso riceverebbe, insieme a tutti gli altri, da un sistema di clearing multilaterale.(...). Non si tratta di uno schema umanitario filantropico e crocerossino, attraverso il quale i paesi ricchi vengono in soccorso ai poveri. Si tratta, piuttosto, di un meccanismo economico altamente necessario, che è utile al creditore tanto quanto al debitore”.

La riflessione di Keynes mette sotto diversa luce la mercantilistica posizione della Germania, non si tratta di invidiarne la potenza esportatrice, o di condannarne il superamento del limite del 6% concordato a livello europeo, si tratta, invece, di riflettere, in una prospettiva a lungo termine, sulla semplice considerazione per cui: alla posizione di creditore cronico corrisponde quella di debitore cronico, in un primo tempo sarà il creditore cronico che presterà ulteriori fondi al debitore cronico affinchè questo si indebiti ulteriormente, ma è evidente che a lungo andare il debitore cronico va in default e trascina con sè anche il creditore cronico. Se quest’ultimo o entrambi i paesi sono membri della comunità, il default dilaga a livello comunitario.  

Quali allora le proposte per fare dell’Europa un paese valutariamente ottimale?

Le proposte

Alla luce di quanto detto nella nostra analisi, risulta degna della massima attenzione la proposta di governance del presidente francese Macron che tende a riformare l’Eurozona dotandola di un suo budget, derivato da una fiscalità autonoma, gestito democraticamente da un suo parlamento dove prevalgano le posizioni politiche e non quelle nazionali. Un budget, quindi, da utilizzare in funzione anticiclica o per sostenere paesi soggetti a shocks asimmetrici con logica supernazionale. Inutile rimarcare l’opposizione tedesca (e non solo) imperniata sul principio per cui “prima si riducono i rischi e poi, forse, si mettono in comune” ovvero prima i singoli paesi fanno i compiti a casa, e solo successivamente si può pensare ad un bilancio europeo, con un ministro dell’economia europeo, alla mutualizzazione dei debiti, ai trasferimenti per contrastare shocks asimmetrici. Aggiungendo: “Una forte unione monetaria richiede innanzitutto azioni decisive a livello nazionale e il pieno rispetto delle nostre regole comuni, parte dall’attuazione delle riforme strutturali e dal rispetto del patto di stabilità”. E concludendo che “il nostro principio guida è che l’assunzione di rischi da parte di uno Stato membro deve andare di pari passo con la responsabilità di tale Stato. Le sovvenzioni sono concesse solo in condizioni rigorose. Il Bundestag tedesco deve rimanere il luogo in cui vengono prese decisioni autonome sulle entrate e le spese relative alle passività derivanti dal pagamento dell’assistenza di stabilità ad altri Stati membri” E’ evidente che su questo fronte è necessaria una operazione comune di tutti i partiti aderenti al PSE e di tutte le forze progressiste finalizzata ad un’Europa più simile agli Stati Uniti d’Europa che non ha un trattato di libero scambio.

Sui singoli punti, pragmaticamente le stesse forze potrebbero e dovrebbero lavorare per stendere un elenco, su cui convergere, per rinnovare una funzione propulsiva e solidaristica della nostra unione monetaria. Senza inventarmi nulla prendo come traccia la proposta fatta a Keynesblog da economisti di tendenze politiche molto diverse (Dosi, Leonardi, Nannicini e Roventini).

1) Il Fiscal Compact è scaduto: non va sicuramente rinnovato se non dopo averlo rivoltato per bene, per esempio con l’esclusione degli investimenti in infrastrutture e ricerca dal computo del deficit e con una revisione degli algoritmi per il calcolo del prodotto potenziale.

2) Occorre resistere a ogni pressione per una ulteriore “nazionalizzazione dei rischi”, per esempio rifiutando la proposta di porre dei limiti ai titoli di Stato nazionali nei bilanci delle banche.

3) È necessario un piano per arrivare a una vera unione fiscale europea. L’Unione Monetaria Europea ha urgente bisogno di una politica fiscale comune che attenui le fluttuazioni cicliche e promuova gli investimenti e l’occupazione. Allo stesso modo, va eliminata la concorrenza fiscale tra i Paesi europei.

4) Bisogna essere coraggiosi e andare oltre un meccanismo di backstop per l’European Stability Mechanism (il cosiddetto Fondo Salva Stati). È necessaria una vera unione bancaria europea, un’assicurazione dei depositi comunitaria e la BCE deve poter diventare una vera banca centrale assumendosi anche il ruolo di prestatore di ultima istanza, come ha già sostanzialmente fatto negli ultimi anni.

5) Alcuni di noi propongono l’uso del «Fondo Salva Stati» come veicolo per l’assicurazione dei debiti nazionali con l’obiettivo di far convergere le curve dei rendimenti dei titoli di Stato di tutti i Paesi e reinvestire i proventi derivanti dai premi di assicurazione nei Paesi che li hanno pagati. Altri sostengono la proposta dei «synthetic bonds» o «safe assets» (ESBies) come paniere di titoli di Stato di Paesi diversi. Sono possibili diverse soluzioni che tendono a una condivisone dei rischi tra i Paesi europei, ma nessuna di queste costituisce una scusa per uscire dall’Euro.

6) È urgente discutere di un sussidio di disoccupazione europeo (anche se soppesato con i diversi poteri d’acquisto nazionali) che può svolgere il ruolo di stabilizzatore automatico durante i periodi di crisi, promuovendo la convergenza delle economie europee.

In prospettiva vanno considertai altre iniziative di cui una sinistra europea rivitalizzata dovrebbe tendere:

- introdurre una politica programmatoria , in ambito europeo, destinato a coprire grandi investimenti in infrastrutture strategiche europee ed in progetti di integrazione di imprese nazionali in comparti strategici, anche per tendere a far convergere i fondamentali dei vari paesi;

- impostare l’idea di un fondo europeo per la correzione di squilibri ciclici asimmetrici fra i diversi Stati membri;

- regolamentare a livello europeo i mercati finanziari,finalizzati a: separare l’attività commerciale dalla attività finanziaria delle banche; proibire le vendite allo scoperto di tipo naked e regolamentare le transazioni non connesse a movimenti reali di merci e/o servizi; costituire un’agenzia di rating  europea.

 

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