Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La Riforma Fiscale

di Renato Gatti

Premessa

Marx afferma che «il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma».

Ma, concesso che il «reddito del lavoro» non è altro che il prodotto sociale complessivo, non si sognava di dire che esso doveva andare integralmente ai lavoratori. In realtà, da questo reddito si deve detrarre: «Primo: la copertura per reintegrare i mezzi di produzione consumati. Secondo: una parte supplementare per l'estensione della produzione. Terzo: un fondo di riserva o di assicurazione contro infortuni, danni causati da avvenimenti naturali, ecc.».

Fatte queste detrazioni, proseguiva, «rimane l'altra parte del prodotto complessivo, destinata a servire come mezzo di consumo». Ma anche qui, prima di arrivare alla ripartizione individuale, bisogna detrarre: «Primo: le spese generali d'amministrazione che non sono pertinenti alla produzione. [...] Secondo: ciò che è destinato alla soddisfazione collettiva dei bisogni, come scuole, istituzioni sanitarie, ecc. [...] Terzo: un fondo per gli inabili al lavoro».

Chiariamo alcune cose

Il governo Draghi sta dimostrando (si veda l’accordo con i sindacati per una riforma del lavoro della P.A.) di voler affrontare i temi critici del nostro paese, dalla giustizia al fisco, con un approccio razionale e globale, rifiutandosi cioè al populismo.

In questo approccio occorre chiarire alcuni punti che si leggono negli interventi sui media in questi giorni.

  1. Flat tax e progressività

Non è vero che la flat tax violi il principio costituzionale della progressività se, come nelle proposte di chi la propone, essa è accompagnata da un abbattimento fisso dell’imponibile. Tale abbattimento crea una certa progressività che tuttavia è molto blanda. Nelle simulazioni fatte, che contemplano l’abbattimento, il risultato è duplice: a) una sostanziale riduzione di gettito fiscale, b) un abbattimento dell’onere fiscale a carico dei redditi più alti.

  1. Rivedere lo scaglione tra 28.000 e 55.000 € di reddito

Molti osservatori sostengono che l’attuale schema di scaglioni e aliquote, danneggia i ceti medi e propongono di spezzettare lo scaglione tra 28 e 55 mila € in due scaglioni: il primo da 28 a 40 mila euro ed il secondo tra 40 e 55 mila €. E’ importante ricordare che la riduzione dell’aliquota sullo scaglione tra 28 e 40 mila euro ha i seguenti effetti: a) riduce le imposte sui redditi che rientrano in quello scaglione, b) riduce le imposte su tutti i redditi superiori a 40 mila euro, c) non riduce il peso fiscale sui redditi inferiori a 28 mila €, d) fa perdere qualche miliardo di gettito.

  1. La progressività non riguarda tutti

Lo stravolgimento dell’impostazione della progressività, oltre a ridurre l’aliquota massima dal 75% all’attuale 43%, si applica solo ai redditi di lavoro stipendiato e salariato, delle pensioni (che contribuiscono per più dei due terzi del gettito) e di lavoro autonomo con fatturato superiore a 65.000 €.  Sono esclusi dalla progressività i redditi di capitale, dividendi, interessi etc., i redditi dei fabbricati per chi opta per la cedolare secca (e vi opta solo chi ne ha convenienza), gli autonomi con fatturato inferiori a 65.000€. Il principio dell’imposta personale onnicomprensiva è stato stravolto da interventi disorganici e scoordinati che hanno penalizzato soprattutto i redditi da lavoro e dei pensionati.

  1. Ma la progressività è redistributiva?

Il capogruppo Pd della commissione finanze, Gianni Pittella, sul Sole 24 Ore di martedì 9 marzo, pone una domanda interessante.

“In prima battuta occorre rispondere alla domanda di carattere filosofico: il reperimento delle risorse finanziarie da parte del fisco serve prevalentemente a redistribuire la ricchezza prodotta oppure deve orientare i propri strumenti alla crescita economica?”

Mi sento di poter rispondere che la progressività, così come nasce, non ha fini redistributivi ma è figlia della teoria marginalistica che assegna alle fasce marginali dei beni e dei redditi un valore decrescente. Mi pare che proprio Luigi Einaudi argomenti in proposito sostenendo che un onere fiscale di 10 €, siano un onere per il ricco marginalisticamente molto inferiore a quello sostenuto da un povero. La progressività non si pone finalità redistributive ma si pone il fine di attenuare il sacrificio che è richiesto a soggetti con diversa capacità contributiva.

La redistribuzione del reddito in questa fase storica è ricercata dalla preponderante economia sociale di mercato, il sostegno ai ceti più deboli e la lotta alla povertà è compito assegnato alla spesa per il welfare e non alla leva fiscale. Ma tale strada, che è la strada del riformismo socialdemocratico, pecca di una insostenibile leggerezza soggetta com’è alle imposizioni del capitale che, in ogni occasione, ma specialmente in questi ultimi cinquanta anni, si oppone a politiche redistributive. La polarizzazione della distribuzione dei redditi (e peggio che mai delle ricchezze) è documentata senza dubbi dall’indice Gini, e dimostra come l’attacco al welfare abbia avuto successo e quanto questo welfare sia debole.

La vera redistribuzione è quella rappresentata dalle agevolazioni fiscali, i crediti di imposta, i vari bonus previsti per orientare, come dice Pittella, alla crescita economica. Ma questa redistribuzione è esattamente il contrario di quella che uno si aspetterebbe, infatti essa è un trasferimento dai contribuenti (e sappiamo chi sono i contribuenti in Italia) al capitale.

Rimane la mia convinzione che la redistribuzione non può essere perseguita prescindendo dal modo di produzione; vi è un nesso stretto tra i due fenomeni che la strada riformistica non può ignorare.

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