Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Economia della conoscenza

di Renato Gatti

“L’economia della conoscenza è un’espressione coniata da Peter Drucker con la quale si intende l’utilizzo delle informazioni per creare valore, con particolare attenzione a natura, creazione, diffusione, trasformazione, trasferimento e utilizzo della conoscenza in ogni sua forma.” (Wikipedia)

E’ una fase economica successiva al fordismo in cui ha un ruolo fondamentale la conoscenza scientifica e la ricerca come elemento di creazione del valore; si rifà alle idee di Schumpeter che riteneva che la concorrenza non avvenisse più solamente come primato dei valori marginali presupponenti il medesimo livello tecnologico, ma come innovazioni tecnologiche di produzione o di invenzione di nuovi prodotti o mercati, atti a sgominare temporaneamente il concorrente potendo agire in un regime di vantaggio. L’innovazione cioè non funziona più come variabile esogena bensì come variabile endogena al sistema.

Alla definizione sopra riportata preferisco la seguente:

“Ma nella misura in cui si sviluppa la grande industria, la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità di lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta – questa loro powerful effectiveness – non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall’applicazione a questa scienza alla produzione” (Karl Marx Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica vol. 2 pag. 400 La Nuova Italia)

Marx, quindi, ben centocinquanta anni fa, aveva inquadrato il fenomeno della meccanizzazione della produzione, anche se non aveva ipotizzato l’avvento dei computers e dei robots. E la posizione di Marx era assolutamente contraria al luddismo, quel movimento che prendeva il nome da Ludd un operaio che distrusse il telaio meccanico introdotto in fabbrica e che aveva causato il licenziamento di alcuni operai.

Marx, invece, vedeva nell’intervento delle macchine, da una parte un aumento della produttività dell’operaio, dall’altra una liberazione dell’operaio dal lavoro alienato al capitale recuperando tempo libero da impiegare per attività scelte liberamente e dal contenuto scelto fra attività più culturalmente attraenti, come il dedicarsi allo studio, alle arti, alla ricerca etc. L’avvento delle macchine per Marx è una affermazione della creatività dell’uomo così come espresso poco dopo il brano sopra riportato.

“La natura non costruisce macchine, non costruisce locomotive, ferrovie, telegrafi elettrici, filatoi automatici, ecc. Essi sono prodotti dell’industria umana: materiale naturale trasformato in organi della volontà umana sulla natura o della sua esplicazione nella natura. Sono organi del cervello umano creati dalla mano umana; capacità scientifica oggettivata. Lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a qual grado il sapere sociale generale, knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del general intellect, e rimodellate in conformità ad esso; fino a quale grado le forze produttive sociali sono prodotte, non solo nella forma del sapere, ma come organi immediati della prassi sociale, del processo di vita reale”.(ibidem)

Ma nel modo di produzione capitalistico, l’avvento delle macchine non si tramuta in liberazione del lavoro dal lavoro, ma in una nuova forma di sfruttamento che non riguarda più lo sfruttamento del lavoro fisico dell’uomo ma nello sfruttamento del suo cervello sociale, Marx scrive infatti che:

“In questa trasformazione non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza.

Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa.”(ibidem)

L’effetto contradditorio della robotizzazione

La robotizzazione porta ai livelli più alti il trasferimento di lavoro dall’uomo alla macchina, aumentando quindi la produzione per ora lavorata; questo aumento di produttività riduce il tempo necessario per ripagare il costo dell’operaio, aumentando, a parità di lunghezza della giornata lavorativa, la parte di lavoro superfluo ovvero le ore che vanno a creare quello che si chiama pluslavoro relativo.

Non concordo con quanto scrivono alcuni economisti secondo i quali l’incremento di produttività “permettendo di produrre sempre più merci in tempi equivalenti” permette di produrre la singola merce con meno lavoro e quindi anche il valore delle merci salario diminuisce e “ciò causa una diminuzione del salario unitario e quindi un aumento del plusvalore relativo”. Non concordo perché il costo di riproduzione dell’operaio specializzato richiesto dal lavoro robotizzato è più alto del costo di riproduzione dell’operaio non specializzato. Inoltre, una delle regole dell’economia anche capitalista è quella che richiede un aumento dei salari commisurati all’aumento della produttività (anche se ciò molto spesso non si concretizza), e ciò anche per diminuire l’eventuale sovra produzione causata dall’incremento della produttività.

Rimane comunque unanimemente condivisa la conclusione per la quale l’aumento della produttività comporta un aumento del pluslavoro relativo.

Ma l’aumento della produttività comporta, d’altro canto, a parità di produzione, la necessità di meno ore di lavoro e quindi di meno lavoratori, fenomeno che Keynes battezzò come “disoccupazione tecnologica” e che coinvolge non solo i lavoratori della catena di montaggio ma anche si riverserà anche sul lavoro di impiegati, avvocati, giornalisti, autisti con dimensioni che qualcuno stima nella misura del 47% dei posti di lavoro. Verrà così a perdersi una massa di lavoro che possa essere appropriata dal capitale: a fronte dell’aumento del pluslavoro relativo c’è una contestuale perdita di pluslavoro assoluto. Anche se il lavoro umano sarà sempre necessario nel mondo robotizzato e dell’intelligenza artificiale, la sua presenza sarà sempre più marginale e quantitativamente renderà sempre minore l’appropriazione di ore superflue, abbattendo il plusvalore, ragione di vita del capitale.

La contraddizione tra questi due concomitanti fenomeni mette in seria crisi il modo di produzione capitalistico; scrive Marx nei Grundrisse che in tal modo “il capitale lavora così alla propria dissoluzione”. Il capitale da una parte non può rinunciare ad incrementare la sua produttività ma dall’altra parte ciò comporterà la perdita crescente del suo fine immanente, ovvero l’appropriazione di pluslavoro da tradurre in plusvalore; il capitale cioè nella continua ricerca del proprio massimo profitto, diventa “il becchino di sé stesso” ovvero si “scava da solo la propria fossa”.

Che ci aspetta in futuro?

La contraddizione del capitale sfocia in un modo di produzione che, in uno scenario estremo, non fabbisogna più di lavoro vivo, viene così a scomparire il lavoro salariato, scompare il pluslavoro ed il plusvalore; viene a finire il modo di produzione capitalistico.

Non è affatto detto che alla fine della fase storica del capitalismo subentri la “Terra della cuccagna”, ancora una volta lo sbocco dipenderà dallo scontro tra i proprietari dei mezzi di produzione (i proprietari dei robots) e gli altri, ex lavoratori, gli inoccupati, coloro la cui merce (la forza lavoro) non è più richiesta dal processo produttivo.

Se i mezzi di produzione rimangono privati

Se i proprietari dei robots saranno ancora i capitalisti essi dovranno gestire la loro egemonia su due fronti: uno interno, fra di loro, un altro con gli inoccupati.

Il primo fronte vedrà svilupparsi la lotta interna per accaparrarsi non più il plusvalore creato dal processo produttivo ora incapace di produrlo, ma la ripartizione del plusvalore residuo e ciò con le caratteristiche del capitalismo finanziario, quel capitalismo cioè ove i capitalisti cercano di sottrarsi vicendevolmente ricchezza, senza che nessuna nuova ricchezza sia creata, limitandosi a spostarla da un soggetto all’altro.

Il secondo fronte sarà quello di mantenere il dominio su una popolazione inoccupata senza più mezzi di sostentamento. Sarà necessario, per evitare sommosse sociali, garantire un sistema di redistribuzione minima universale del prodotto, una specie di reddito garantito minimo per tutti. Va da sé che l’esercito di robots sarà organizzato da una parte per produrre quel minimo di merci per soddisfare i bisogni primari degli inoccupati, dall’altra parte a produrre ogni altro bene destinato al consumo o all’uso dei soli proprietari dei mezzi di produzione. Si noti che se nel modo di produzione capitalistico il salario doveva garantire non solo la sussistenza dei lavoratori ma anche la loro riproduzione degli stessi per assicurare nuovi lavoratori nel futuro, nel modo di produzione robotico non ci sarà più la necessità di garantire la riproduzione degli inoccupati non essendo richiesta una nuova generazione di inoccupati.

Non è chi non veda in questa prospettiva il rinascere di una società di stampo schiavistico, dove un nucleo di proprietari dei mezzi di produzione decide il come, il quando, il quanto, il se di una massa di inoccupati ridotti ad una subalternità assoluta.

Se i mezzi di produzione sono socializzati

Se al contrario i mezzi di produzione sono socializzati, allora veramente si realizza quello che pensava Marx e cioè che l’aiuto delle macchine libera l’uomo dal lavoro che lo stesso doveva vendere a terzi per poter sopravvivere, ed una volta liberato potrà dedicare il suo tempo ad attività sociali o culturali, comunque più consone alla sua natura. Le macchine si dimostrano allora amiche dell’uomo e non fonte di disoccupazione per le classi subalterne come accade nel modo di produzione capitalista.

Ma la socializzazione dei mezzi di produzione non arriva come un regalo dal cielo, essa è frutto della lotta di classe, in modalità storicamente determinate; essa necessita di una presa di coscienza di tutte le classi subalterne, abbandonate in questi anni alle blandizie del populismo dilagante e confinate nei limiti economico corporativi all’interno della società esistente, disegnati per loro dall’egemonia del capitale; di un partito che torni a parlare con i lavoratori, entrando con essi in un colloquio dialettico recuperando quella missione pedagogica di fonte gramsciana da tempo abbandonata; del lavoro degli intellettuali che operino in contatto quotidiano con le classi subalterne per sviluppare il loro senso critico elaborando il loro senso comune; operando in parlamento per imboccare la strada della socializzazione dei mezzi di produzione.

A tal proposito perché devono essere i contribuenti, nella stragrande maggioranza lavoratori dipendenti e pensionati a regalare, a mezzo dei provvedimenti 4.0 di Calenda, al capitale gli investimenti materiali ed immateriali tecnologicamente avanzati? Perché non trasformare quei regali in investimenti nel capitale azionario o societario delle imprese beneficiate, divenendo così comproprietari di quei mezzi di produzione che già oggi stanno portando alla robotizzazione del sistema imprenditoriale italiano? Si inizierebbe peraltro ad attuare l’art. 46 della Costituzione.

           

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