Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Perché il nostro PIL non cresce?

PIL PIL

di Renato Gatti

Il nostro prodotto interno lordo, dopo il crollo conseguente alla crisi del capitalismo finanziario del 2007, ha ripreso a crescere: nel 2015 dell’1%, nel 2016 del ,09%, nel 2017 dell’1,5%. Ma già nel 2018 la previsione di crescita scende al 1,4% (per l’Istat) ma all’1,3% per il Centro studi Confindustria e, sempre per lo stesso centro, scenderà al 1,1% nel 2019.

Le ragioni del trend negativo sono individuate soprattutto in fatti internazionali: le manovre degli USA sui dazi, le tensioni geopolitiche conseguenti, la fine del Quantitative easing, il probabile aumento dello spread, ma anche in fattori nazionali quali il rallentamento degli investimenti legato all’avvicinarsi della fine degli incentivi. Ma questi fattori, che ci accomuneranno per molti versi, al trend di altri paesi, non ci spiegano il perché la crescita del nostro PIL sia da anni al di sotto della media di tutti i paesi avanzati, vedendoci spesso all’ultimo posto nella corsa che la globalizzazione ci costringe a ingaggiare se non vogliamo scivolare in un declino che ci emarginerebbe dal gruppo dei paesi sviluppati.

C’è evidentemente una ragione strutturale che caratterizza il nostro modello di crescita, se non anche il modello redistributivo, che ci rende incapaci di sviluppare appieno le nostre potenzialità produttive, premessa per un maggior benessere dell’economia e dei cittadini, ma anche preludio al miglioramento dei nostri indici finanziari, debito pubblico in primis. L’Istat ha elaborato un modello di previsione economica, il Macro Econometric Model (MEMo-It) che contiene 65 equazioni stocastiche e 81 identità contabili, che con non semplici algoritmi calcola il PIL potenziale (P) ed il PIL effettivo (E) ed il rapporto tra i due secondo la formula   (P – E) / P. Il differenziale, assoluto o percentuale tre P ed E è noto come “OUTPUT GAP”.

Il PIL potenziale è calcolato secondo una formula (funzione di produzione Cobb-Douglas) che semplifico qui di seguito:

YP = PFP * LP(a) * K(1-a)

Dove YP : è il PIL potenziale

           LP : è il fattore lavoro potenziale

           K   : è lo stock di capitale

         PFP : è la produttività dei fattori della produzione

             a : è la quota percentuale del fattore lavoro

         1-a  : è il complemento a 1 che misura la quota percentuale del capitale.

Molto in sintesi il PIL potenziale è calcolato come una equazione dove il lavoro potenziale ed  il capitale sono combinati in base allo stato della tecnologia in essere, ovvero la produzione potenziale è il risultato della combinazione di capitale e lavoro secondo la produttività adottata.

Gli elementi che dobbiamo allora prendere in considerazione sono: lavoro, capitale e produttività.

IL LAVORO

Naturalmente nel calcolo del PIL potenziale si prende in considerazione il totale della forza lavoro disponibile ( per i tecnici il NAWRU: non-accelerating-wage rate of unemployment); mentre invece nel calcolo del PIL effettivo si tiene in considerazione il lavoro effettivamente occupato, costituendo quindi l’inoccupazione uno degli elementi fondamentali dell “output gap”.

Attenzione però che non bisogna guardare agli indici dell’occupazione, questi indici certificano quante persone sono occupate, nella definizione che di occupato si dà, ovvero:

 “occupato secondo l’Istat nella rilevazione forze lavoro è armonizzata a livello europeo  ed è coerente con quella internazionale definita dall'ILO, tutti i paesi europei sono tenuti ad adottare la stessa definizione in base ai regolamenti comunitari. 
Sono Occupati le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:
- hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;
- hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente; 
- sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia)”

L’indice che bisogna guardare invece sono le “ore lavorate”. In particolare negli ultimi decenni l’avanzata globale del lavoro precario causa una differenza notevole tra occupati e ore lavorate, per la sempre più rilevante presenza di part time. Se osserviamo la dinamica delle ore lavorate nel periodo 1995-2017, con l’indice 2010= 100, rileviamo che le ore lavorate hanno mostrato il seguente trend:

Livello pre crisi 2007             104

Anno 2010                              100

Anno 2013                                95

Anno 2015                                96

Anno 2017                                98

siamo cioè 6 punti sotto i livelli pre crisi e come noi la Spagna, mentre Francia e Germania hanno superato quei livelli. Quindi rileviamo un primo elemento negativo rispetto alle economie tedesche e francesi: ovvero il basso livello delle ore lavorate.

Approfondendo notiamo che nel 2017 la quota occupati con titolo di istruzione terziaria (universitaria) è del 23,1% in Italia, del 31,3% in Germania, del 41,0% in Francia e del 43,2% in Spagna.  Secondo l’Istat le distanze sembrano riconducibili sia ad una offerta relativamente modesta di forza lavoro con livello di istruzione universitaria, sia ad una ridotta capacità di assorbimento di capitale umano con elevato titolo di studio da parte del sistema produttivo, fattori che tendono a rinforzarsi l’un l’altro.

Infine dal 2014 al 2017 il tasso di crescita degli occupati in professioni che richiedono alte competenze è stato  in Italia del 4,7%, in Francia del 5,2 mentre è stato ben superiore in Germania 7,4% ed in Spagna 8,8%.

Tutti questi dati sul mondo del lavoro e sulla sua composizione ci indicano elementi sistemici negativi che incidono sulla nostra capacità di stimolare la crescita del PIL. Consideriamo inoltre che in questi anni in cui si sviluppa la rivoluzione 4.0, l’economia diventa sempre più una economia della conoscenza, per cui per recuperare occorre una svolta decisa nella formazione della forza lavoro, dalle scuole (ITS 9.000 in Italia, 250.000 in Francia, 800.000 in Germania), ai corsi interni nelle imprese. Più avanti vedremo che quest’ultimo fattore è viziato in Italia dall’esorbitante presenza di imprese con meno di 10 dipendenti.

IL CAPITALE

L’analisi dell’Istat rileva che dal 2010 ad oggi il tasso di accumulazione del capitale ha evidenziato un andamento prevalentemente negativo. La riduzione dell’input di capitale, accentuatasi nel 2013, si è tradotta in una diminuzione significativa del contributo del capitale per ora lavorata alla crescita della produttività del lavoro. La dinamica del contributo del capitale per ora lavorata e la sua composizione per tipologia riflettono l’evoluzione delle scelte di investimento delle imprese che, soprattutto nel periodo della crisi, hanno risentito del peggioramento delle attese sulla domanda, della riduzione dei profitti e dell’instabilità dei mercati finanziari  che hanno reso difficili le condizioni di accesso al credito. Il contributo del capitale per ora lavorata alla crescita della produttività del lavoro si è quasi uniformemente aggirata  nella fascia dallo 0 all’1% per tutti e quattro i paesi in esame (Italia, Germania, Francia e Spagna) nel periodo dal 1995 al 2007, l’anno della crisi. Nel 2009 è salito al 2,5% in Spagna, all’1,3% in Italia e all’!% in Francia e Germania. Dal 2009 al 2012 si è posizionato in tutti e quattro i paesi nella fascia tra lo 0 e l’ 1%. Nel periodo 2013-2016 l’Italia ha fatto segnare un crollo dello -0,5% nel 2016 e deilo - 0,3% nel 2017 mentre la Spagna si è piazzata allo 0% e Germania e Francia invece rispettivamente al +0,2 e +0,5%.

A partire dal 2008, in Francia e Spagna la quota di investimenti in beni della proprietà intellettuale (beni intangibili) sul PIL è aumentata in media rispetto al periodo precedente. In particolare in Francia la quota di investimenti intangibili (5% di cui 2,2% in Ricerca e sviluppo) ha superato quella degli investimenti in beni tradizionali (beni tangibili 4,9%) evidenziando un processo di potenziale sostituzione tra le due tipologie di asset con ricadute positive sulla crescita della produttività. Le cifre dei rapporti tra investimenti tangibili vs. intangibili nel periodo 2008-2017 per i quattro paesi in esame si presentano come segue:

Paese            tangibili     intangibili  

Francia              4,9%           5,0%

Germania           6,7%           3,8%

Spagna              6,2%           2,8%

Italia                  6,1%           2,7%

L’Italia rimane caratterizzata da una riduzione del contributo del capitale per ora lavorata associata a un significativo ritardo nella sostituzione di capitale tangibile a favore di capitale innovativo, in particolare ricerca e sviluppo, che costituisce uno degli elementi fondamentali del nuovo modello di sviluppo delle economie avanzate.

LA PRODUTTIVITA’

Gli indici di produttività dei quattro paesi considerati dall’Istat si possono confrontare in tre date significative:

Paesi                        2007 pre crisi                 2010                 2017

Germania                        100                          100                  107

Spagna                            95                           100                  107

Francia                            100                          100                  105

Italia                               100                          100                  101

Il sistema economico italiano è caratterizzato da una fase di prolungata bassa crescita della produttività con conseguenze rilevanti sui livelli di sviluppo economico e sulle prospettive future. Dalla data della crisi il saggio della produttività si è mantenuto a livelli vicini allo zero, nel 2013 si è registrata una decisa contrazione dell’input di capitale, contribuendo al generarsi di una forbice di divaricazione rispetto agli altri paesi (si notino gli indici della Spagna) per cui si rende tanto indispensabile quanto difficoltoso un riavvicinamento.

Sul Sole 24 ore del 26 giugno, Carlo Bastasin addebita la caduta della produttività italiana a tre fattori:

  1. Rigidità del mercato dei prodotti (oneri burocratici, piccola dimensione delle imprese, imprese con insufficiente capacità manageriale di assorbimento della tecnologia, scarsa competizione nei servizi professionali, cattivo funzionamento della giustizia);
  2. Rigidità dei mercati del lavoro (struttura di tassazione che pesa troppo sul lavoro, protezione degli insiders);
  3. Debolezza della pubblica amministrazione (corruzione, deficit nell’amministrazione fiscale e degli appalti pubblici).

Nota da tempo la carenza autocritica dell’organo confindustriale, mi pare che dalle analisi fatte sulla base del documento “La lenta crescita della produttività italiana” dell’Istat che abbiamo commentate in queste pagine, la caduta della produttività sia dovuta a elementi che solo marginalmente sono riconoscibii al punto 1 delle osservazioni di Bastasin. La difficoltà del nostro paese di assorbire la moderne tecnologie (fatte le doverose e virtuose eccezioni per quel minoritario gruppo di imprese che accedono ad esempio ai benefici Calenda per l’industria 4.0) dipende in grande parte dalla preponderanza di imprese al di sotto dei dieci dipendenti, dimensione che ragionevolmente è incapace di innovarsi sia per la carente capacità manageriale che per la scarsa capitalizzazione o capacità di ricorrere al credito ed infine da scarsa propensione al rischio.       

    Numero       Imprese       %    Dipendenti    %   Numero medio

Da         A         (000)                      (000)  

0            9          4.180       95,2       7.600         48          1,8

10        49             184         4,2       3.300         20        17,9

50       249              22         0,5       2.100         11        95,5

250      up                 4         0,1       3.600         21       900,0

Sembra logico che dall’esame della composizione strutturale delle nostre imprese, dalla preponderanza di quelle minime, se ne deduca una componente di debolezza sistemica caratterizzata da sottocapitalizzazione, banco-dipendenza, familismo, clientelismo e scarsa propensione al rischio e all’innovazione. Nella sua relazione il presidente di Confindustria Boccia, sosteneva che “ Tutte le imprese devono crescere senza distinzione tra grandi e piccole” riferendosi alle parole dei giorni precedenti del ministro degli interni Salvini (temporaneamente nei panni di ministro dello sviluppo economico) che sosteneva che si dovesse prestare maggior attenzione per le piccole imprese, per aiutarle (ad esempio con i dazi) non certo per promuoverne un mutamento strutturale.

CONCLUSIONI

Da quanto sopra esaminato sembra che la debolezza strutturale che sottende la difficoltà della crescita del Pil, vada individuata in un debole sostegno da parte del capitale congiunto con una arretratezza, rispetto agli altri paesi, del contenuto professionale della nostra forza lavoro. L’unico stimolo venuto sul fronte del processo di accumulazione del capitale è venuto dall’introduzione degli incentivi sul maxi-ammortamento e del piano d’impresa 4.0. Ricordiamo che tali incentivi hanno il pregio di essere “condizionati” ovvero maturano di fronte ad un comportamento virtuoso (indicato dal governo) delle imprese che quindi sono premiate per aver positivamente operato. Al contrario degli incentivi “incondizionati” (riduzione dell’Ires dal 27,5 al 24% effettuato da Renzi, o la visionaria flat tax del governo giallo-verde) premiano il capitale “sperando” che esso abbia un comportamento virtuoso (cosa che, guardando ai dati del contributo del capitale esposto ai punti precedenti, non pare esserci). Anzi, guardando i dati del Target 2, vediamo che di fronte a un saldo positivo generato dalle maggiori esportazioni rispetto alle importazioni, c’è un capovolgimento di saldo in zona negativa dovuta alla “fuga dei capitali”. Ne deriva che una delle difficoltà croniche alla base della bassa crescita del Pil risiede nella ignavia del capitalismo sempre più attratto dalle sirene finanziarie piuttosto che dalle concretezze di un capitalismo produttivo. Ed è in questo contesto che i nostri rapporti con gli imprenditori vanno rivisti. Gli imprenditori più attenti, soffrono per le scelte fatte da un capitale sempre più finanziarizzato, che indeboliscono le strutture imprenditoriali e laloro capacità di innovarsi. Il capitale diviene oggettivamente un estraneo all’impresa, un avversario della miglior imprenditoria che, in questo scenario diviene parte fondamentale del mondo del lavoro. Obiettivo dei socialisti è quindi quello di promuovere una imprenditoria schumpeteriana che divenga alleata del mondo del lavoro nella lotta contro la finaziarizzazione dell’economia.

Se quindi l’unico stimolo, o almeno uno dei più rilevanti, viene dagli incentivi 4.0 ciò significa che l’ignavia del capitale deve essere sostituita da investimenti pubblici condizionati e progettati con un minimo di prospettiva programmatoria. Uno sforzo dunque mirato a riqualificare il  capitale umano e quello fisico-tecnologico è necessario a ritrovare la crescita dell’economia e ciò evidentemente con l’introduzione di elementi di socialismo come alternativa al fallimento del liberismo, padre della crisi del 2007.

In questo scenario assume rilevanza estrema la rivoluzione in atto nel mondo del lavoro; la sua precarizzazione figlia dei vari job-acts (il tedesco in primis con i mini jobs o OT Status, e quello renziano poi) che spaccano il mondo del lavoro in due tronconi ormai cronicizzati, senza che il contratto di lavoro a tutele crescenti sia riuscito nel suo obiettivo principale ( o almeno di coloro che a suo tempo lo disegnarono) ovvero di eliminare tutte le forme di lavoro diverse appunto da quelle del lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti. La prospettiva si aggrava ulteriormente se pensiamo ai milioni di posti di lavoro che saranno eliminati dalla rivoluzione 4.0, e se non eliminati modificati in modo totale, richiedendo una preparazione, una formazione, una riqualificazione profonda tale da essere affrontata sin da oggi. Anche qui i decreti Calenda vengono in soccorso, ma è solo un primo passo che va portato avanti con vigore in particolare dalle forze socialiste.

Come dice sempre l’ex ministro Calenda, i soldi pubblici degli incentivi “sono soldi dei contribuenti”, in pratica sono trasferimenti dal settore famiglie al settore imprese, dove a beneficiarne però è il capitale. Ecco che allora, per concludere, devo tornare alla mia proposta di trasformare i contributi di ogni tipo (imposte, contributi, bonus, sovvenzioni etc.) che lo stato dà al capitale, in contributo in conto capitale proprio dello Stato sotto forma di “fondo di solidarietà” parte del capitale sociale delle società beneficiate ma destinato a costituire una partecipazione concreta tra capitale e lavoro, fonte anche di un reddito per il mondo del lavoro. Partecipazione che sarebbe ben più “incisiva” di quella proposta dal Ministro Calenda per il caso Embraco.

Ma su questo punto rimando a quanto scritto in proposito di socializzazione e rivoluzione 4.0.

 

Devi effettuare il login per inviare commenti