Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

L'economia della conoscenza

Nuova produzione Nuova produzione

di Renato Gatti

Chiunque legga il Manifesto oggi, sarà sorpreso di scoprire un’immagine di un mondo molto simile al nostro, in bilico sulla soglia dell’innovazione tecnologica. Al tempo del Manifesto, il motore a vapore rappresentava la più grande sfida per i ritmi e le routine della vita feudale. I contadini furono travolti negli ingranaggi e nelle ruote di questo macchinario e una nuova classe di padroni, i proprietari delle fabbriche e i mercanti, usurparono il controllo della nobiltà terriera sulla società. Ora, è l’intelligenza artificiale e l’automazione che incombono come minacce dirompenti, promettendo di spazzare via “tutti i rapporti stabili e irrigiditi“. “Rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione“, il Manifesto proclama, trasforma “tutti i rapporti sociali“, determinando “l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca“.(da VAROUFAKIS: IL MANIFESTO DI MARX HA PREDETTO LA NOSTRA CRISI)

La doppia globalizzazione

La globalizzazione ha visto l’ingresso sui mercati internazionali di economie caratterizzate da salari bassissimi e da condizioni di lavoro con pochissimi diritti e garanzie, determinando così, di conseguenza, la divisione internazionale del lavoro con spostamenti di sempre più iniziative manifatturiere laddove questo fattore della produzione diveniva determinante. Si tratta soprattutto di quelle manifatture ad alta intensità di lavoro di non alta specializzazione facilmente occupabili da una mano d’opera a scarso contenuto di capitale umano

Nel contempo la liberalizzazione  dei movimenti di capitale ha favorito l’accesso degli stessi nei paesi di nuova industrializzazione; i capitali sono quindi emigrati in quei paesi che, grazie alle caratteristiche di un mercato del lavoro decisamente più favorevole, potessero espandere la loro capacità di sfruttamento e di valorizzazione.

Si è realizzata in questo modo una dislocazione, a livello internazionale, delle attività produttive da paesi a economia avanzata a paesi di nuova industrializzazione con conseguente flusso di beni prodotti nei paesi di nuova industrializzazione verso i paesi ad economia avanzata. Nel contempo sono mutate le condizioni sul mercato del lavoro sia nei paesi di nuova industrializzazione, con l’incremento di posti di lavoro, sia nei paesi ad economia avanzata con perdita di posti di lavoro.

Quindi in questa prima fase muta la divisione internazionale del lavoro, mutano le bilance commerciali, muta il mercato del lavoro. La rivoluzione più significativa avviene negli Stati Uniti che da esportatori netti hanno ribaltato la loro posizione divenendo importatori netti per cifre significative. Questa mutata condizione ha fatto saltare gli equilibri monetari impostati a Bretton Woods causando il provvedimento di Nixon che cancellò la convertibilità in oro del dollaro. A far esasperare la situazione fu una nave francese carica di tonellate di dollari che si presentò negli USA richiedendone la conversione in oro.E’ negli anni 80 che questi avvenimenti portarono ad un nuovo scenario: il capitalismo finanziario alla Volker che ebbe il suo epilogo nel 2007 con la crisi dei sub-prime.

LA DISTRUZIONE CREATIVA DI SCHUMPETER

La reazione dei paesi avanzati, ma qui siamo tornati al capitalismo produttivo abbandonando quello finanziario, ricalca il modello schumpeteriano, ovvero attraverso una globale innovazione  dei processi produttivi, essi hanno rilanciato un nuovo sistema tecnologico “digitale” basato sulle tecnologie dell’informazione, della comunicazione, della robotizzazione e poi anche su bio e nano tecnologie.

I rapporti tra i fattori della produzione sono spesso esaminati ed analizzati assumendo un “certo stadio tecnologico” che si considera come un dato esterno i cui mutamenti vengono ignorati, nel breve periodo. Ma dalla rivoluzione fordiana in poi il fattore della produzione “lavoro” si è scisso in due sub-fattori: la forza lavoro e la tecnologia; il sub-fattore tecnologico viene internalizzato all’analisi dei fatti economici, cessando di essere considerato come un dato esterno. E tale sub-fattore viene esaltato nei paesi ad economia avanzata per creare un vantaggio competitivo fondato sulla generazione della conoscenza, stante il fatto che è nei paesi avanzati che si ritrova, più che altrove, la capacità di produrre  e usare capitale umano per sfruttare la conoscenza come bene economico. Fintantoché i paesi ad economia avanzata saranno in grado di detenere una egemonica superiorità nell’aver a disposizione ed ad utilizzare “capitale umano”, avranno un vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi. Se una volta il capitalismo si basava sull’esercito di riserva di mano d’opera, il nuovo modello schumpeteriano si basa sulla ricchezza accumulata di capitale umano, ma questo capitale umano non è un prodotto naturale, frutto del processo riproduttivo del proletariato com’era l’esercito di riserva dl mano d’opera; Il capitale umano è il prodotto di un insieme di istituzioni conoscitive che si organizzano in un disegno organico di collaborazione finalizzato alla creazione di nuova conoscenza capace di liberare ulteriori ricchezze conoscitive che vanno ad arricchire il capitale umano; un prodotto quindi decisamente sociale.

Tornano alla mente le parole di Marx nei Grundrisse:” non è né il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, ma l’appropriazione della sua produttività generale, la sua comprensione della natura e il dominio su di essa attraverso la sua esistenza di corpo sociale – in una parola, è lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilone di sostegno della produzione e della ricchezza. Il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa”.

Più avanti Marx usa due termini inglesi “knowledge” e “general intellect” per individuare i fattori chiave del nuovo modello produttivo: la conoscenza e il carattere decisamente sociale del nuovo fattore produttivo. La costruzione di questo general intellect si basa sui rapporti scuola-università-centri di ricerca-imprese, del tipo delle riunioni che stanno creando questa sinergia all’INFN di Frascati. La nascita di questo processo sociale da una parte vede lo Stato come soggetto indispensabile per la costituzione della conoscenza come bene economico; dall’altro ne vede l’appropriazione da parte del capitale che si contrappone all’appropriazione del lavoro fisico riducendo quest’ultima a base miserabile di fronte all’appropriazione di un bene sociale quale il knowledge del general intellect.

Quando parlo di economia della conoscenza non penso solo alla messa in rete (in particolare dei fattori della produzione), ma ai contenuti di progetti, piattaforme, algoritmi che stanno a monte della nuove produzioni nelle quali appunto il quantum di “intangible” che sta a monte si presenta come molto più importante del conseguente investimento fisso produttivo. Recenti dati statistici testimoniano in vari paesi il sorpasso degli investimenti in intangibles rispetto all’investimento in beni tangibili.

Una domanda sorge spontanea.

SI PUO’ PARLARE DI NUOVO MODO DI PRODUZIONE?

Basta una nuova tecnologia, per radicale che essa sia, a legittimare la categoria di “nuovo modo di produzione”? Sarebbe meccanicistico e semplificatorio proporre il parallelo per cui se “il mulino ad acqua ci regala il modo di produzione feudale, il mulino a vapore genera i presupposti del modo di produzione capitalistico”. Ci ricorda Carlo Formenti che “nell’impianto teorico marxiano l’innovazione tecnologica, pur svolgendo un ruolo importante, è sovradeterminata da ulteriori fattori giuridici e socioculturali”. Si tratta quindi di esaminare se la rivoluzione 4.0 e la introduzione della conoscenza come fattore determinante del sistema produttivo, costituiscano un nuovo modo di produzione, cui si possa collegare nuovi fattori giuridici e socioculturali.

Vorrei quindi sottolineare gli sviluppi nella tutela della proprietà intellettuale divenuta area critica del nuovo modello di sviluppo, tempo fa Tremonti modificò le regole di appropriazione dell’”invenzione”, ma ciò che è sicuramente più eclatante è lo scontro tra USA e Cina che ha per oggetto proprio lo sfruttamento della proprietà intellettuale. Ma molto sarà da osservare, negli sviluppi futuri, sul come verrà gestita la proprietà di nuove conoscenze nate dall’auspicabile collaborazione scuola-università-centri di ricerca- imprese. Vorrei spiegarmi con un esempio: i super, iper ammortamenti degli investimenti in industria 4.0 previsti dalla legge Calenda non sono altro che fondi dei contribuenti che vanno alle imprese che virtuosamente investono in innovazioni 4.0, e che si traducono in minori imposte per gli utili di impresa, e conseguente vanno ad arricchire il capitale. Volendo sintetizzare i contribuenti fanno sacrifici per finanziare il capitale, premiato per un comportamento virtuoso delle imprese.

Ma se passiamo a vedere l’aspetto giuridico del mercato del lavoro, notiamo anche e soprattutto qui un mutamento nella regolamentazione legislativa che mi pare molto significativa. L’economia della conoscenza crea un frazionamento nel mondo del lavoro: da una parte i “lavoratori della conoscenza” superspecializzati, produttori di piattaforme, programmi, algoritmi super specializzati in produzioni di elementi anche, se non soprattutto, “labor saving”; dall’altra una massa di lavoratori non digitalizzati espulsi dal lavoro o che non trovano collocazione, da una parte per la delocalizzazione delle produzioni ad alto contenuto di lavoro non specializzato, dall’altra per le produzioni “labor saving” sviluppate dai “lavoratori della conoscenza”. Questo movimento all’interno del mercato del lavoro ha connotato le regole della Germania di Shroeder con la creazione dei mini jobs, è stata importata in Italia dalle riforme Treu e Renzi con il “jobs act” ed infine è oggetto in questi giorni del decreto “dignità” del governo 5S-Lega. Riprendendo la chiusura del paragrafo precedente possiamo allora così arricchirla: Volendo sintetizzare i contribuenti fanno sacrifici per finanziare il capitale, premiato per un comportamento virtuoso delle imprese che comporta perdita di posti di lavoro tra i contribuenti stessi. Ancora più in sintesi i contribuenti pagano le tasse per perdere posti di lavoro.

Il problema diventerà sempre più universale quando la tecnologia arriverà al punto di produrre macchine pensanti (intelligenza artificiale) capace di progettare altre macchine pensanti, eliminando dal mondo del lavoro anche i “lavoratori della conoscenza”. Vorrei quindi rispondere in modo affermativo alla domanda con cui si è aperto questo capitolo, ovvero sì, l’economia della conoscenza oltre all’introduzione di radicali innovazioni tecnologiche coinvolge anche quella sovrastruttura giuridico socio-culturale che determina un “nuovo modo di produzione”.

CONCLUSIONI

La principale conclusione di queste mie riflessioni mi pare sia quella di porre l’economia della conoscenza al centro della politica dei socialisti di tutto il mondo, un modo veramente socialista marxiano di studiare e prefigurare la rivoluzione che il nuovo modo di produzione sta già apportando nei rapporti tra le forze sociali e che in misura sempre maggiore apporterà in un futuro non molto remoto ma al contrario molto prossimo.

Per parte mia ho proposto altrove che la socialità del prodotto delle nuove conoscenze rimanga tale, ostacolandone l’appropriazione da parte del capitale. Come? Semplificando propongo un nuovo piano Meidner ove confluiscano come fondo di solidarietà tutti i finanziamenti, contributi, esenzioni fiscali, defiscalizzazioni etc. che lo Stato oggi regala al capitale.  

 

 

 

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