Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La finanziarizzazione dell'economia

di Renato Gatti

Nel processo di scambio M-D-M uno scambista in possesso di un bene, di una merce M scambia a mezzo denaro la merce posseduta con una merce diversa posseduta dall’altro scambista che desidera la merce del primo scambista. Marginalisticamente si può pensare che i due scambisti possiedano la loro merce in quantità abbondanti (e quindi con bassa utilità marginale) mentre non possiedano la merce altrui (quindi con alta utilità marginale).

Cedendo entrambi gli scambisti merce di bassa utilità marginale ed ottenendo in cambio merci ad alta utilità marginale, lo scambio acresce l’utilità di entrambi gli scambisti. D in tal caso è solo uno strumento che agevola lo scambio, e al limite, nel baratto, potrebbe anche non esistere. La funzione della moneta consiste nel rendere possibili scambi che nel baratto non sarebbero possibili. Se il soggetto 1 possiede il bene A e desidera il bene C, il soggetto 2 possiede il bene B e desidera il bene A ed infine il soggetto 3 possiede il bene C e desidera il bene B, il baratto non sarebbe possibile. L’intervento della moneta D rende invece possibile lo scambio per cui 1 cede il bene A a 2 in cambio di D e cede D a 3 ottenendo il bene C; 3 acquista da 2 il bene B cedendo D ed infine 3 otiene B da 2 in cambio di D. Tutto funziona assumendo che 2 sia anche in possesso di D, che alla fine degli scambi ritorna a 2. Lo scambio tra due M uguali non avrebbe senso, lo scambio presuppone quindi una diversità qualitativa tra i beni scambiati, si tratta quindi di scambi di valori d’uso.

Nel processo D-M-D’ invece, il produttore usa D per acquistare il bene M (beni e/o forza–lavoro) che rivende con un plusvalore (ottenuto dal pluslavoro non pagato) al prezzo D’. In tal caso la differenza tra D e D’ non è una diversa qualità del bene D (come invece era nel caso precedente) ma si tratta dello stesso bene d in quantità maggiore; D’>D per un ammontare pari al plusvalore. Ora tale plusvalore può essere utilizzato per acquistare beni d’uso per il produttore, ovvero può essere trattenuto in azienda che godrebbe così di più liquidità, per acquistare maggiori quantita di beni M (beni e/o forza-lavoro) incrementando il suo giro d’affari. Il produttore può accantonare plusvalori per più anni, ad esempio 5 anni, e alla fine comperarsi macchine di nuova tecnologia con cui sbaragliare la concorrenza. In tal caso il lavoro vivo del progettista della macchina viene incorporato nella macchina stessa e acquistato come lavoro morto dal produttore che riesce, grazie alla tecnologia, ad aumentare i beni prodotti con lo stesso numero di ore di lavoro necessario a ripagare la forza-lavoro. Aumenta così il plusvalore relativo ma non necessariamente quello assoluto se il lavoro delle macchine sostituisce in maggior misura il lavoro vivo.

Se invece la banca riesce a convincere i risparmiatori a depositare in conti correnti i denari che si nascondono sotto al materasso, la banca può prestare i soldi al produttore che può in tal modo acquistare la ,acchina di nuova tecnologia con 5 anni di anticipo rispetto al produttore che accantona plusvalori. E’ vero, il secondo produttore deve pagare gli interessi alla banca (magari con il plusvalore) ma riuscendo a sbaragliare la concorrenza da subito rende la sua scelta vincente. Ecco che la finanza si affaccia sul mercato e rende possibile lo spostamento del plusvalore del primo produttore al secondo produttore. La finanza non genera plusvalore ma permette che un soggetto produttore sottragga plusvalore ad un altro profuttore.

Fintanto che il denaro è rappresentato dall’oro, è impossibile “creare” denaro, lo sviluppo finanziario rimane vincolato al quantitativo di oro in circolazione ed alla sua velocità di circolazione. Ciò sarebbe vero anche se l’oro viene sostituito in monete cartacee “convertibili in oro”, ma la realtà è che la moneta cosiddetta fiduciaria è stata emessa in misura eccedente alla quantità di oro sottostante. Quando il dollaro era convertibile, il generale De Gaulle inviò una nave carica di dollari affinchè fossero convertiti in oro al prezzo di 25 dollari l’oncia, quando sul mercato l’oro valeva molto di più. Gli Stati Uniti d’America infatti per finanziare la guerra del Vietnam avevano stampato dollari in abbondanza, rendendo onerosissima la conversione in oro. Il 15 agosto 1971 Nixon, in pieno ferragosto, dichiarò la fine della convertibilità del dollaro. Iniziò la marcia trionfale della finanziarizzazione.

Oggi le banche se vogliono finanziare un produttore non hanno bisogno di raccogliere i risparmi dei cittadini (cosa che naturalmente continuano a fare) ma possono creare moneta dal nulla, rovesciando i termini tradizionali dell’asserzione “i risparmi generano gli investimenti” in “gli investimenti generano i risparmi” con cui ripagare i prestiti. D cessa quindi di essere un passivo strumento di scambio per divenire un attivo agente del processo produttivo. Dire che D diventa un attivo agente della produzione non significa che esso “crei valore”, significa che esso permette di anticipare il processo di creazione del valore. Il che è tuttavia subordinato alla condizione che il processo in cui viene utilizzato D abbia successo, altrimenti quel denaro “creato” non sarà in grado di generare i risparmi per ripagare il debito.

Nel suo libro “Il valore di tutto”, Mariana Mazzucato ripercorre tutte le fantasiose manovre inventate dalla finanza per rendere efficace quella che l’autrice chiama “estrazione” del valore che i prenditori mettono in atto per appropriarsi quote sempre maggiori del valore creato dai produttori. Ella ci racconta come “Nel Regno Unito, il deficit di finanziamento dei clienti, ossia la differenza fra i prestiti concessi e i depositi delle famiglie (visti tradizionalmente come la forma più sicura di finanziamento delle banche) crebbe da 0 nel 2001 a più di 900 miliardi di sterline  nel 2008, prima che la crisi lo portasse a meno di 300 miliardi di sterline nel 2011)”.  Inoltre evidenzia le pratiche di estrazione del valore messe in atto dalle case farmaceutiche tramite l’istituto brevettuale, fenomeno cui assistiamo in questi giorni con questa battaglia cosmica dei vaccini.

La finanziarizzazione tende a rimpiazzare la creazione di valore generata dalla formula D-M-D’ con la più spiccia formula D-D’ illudendosi che, come scrive Bernardeschi, “ la valorizzazione avviene attraverso il puro movimento del denaro, senza che intervenga non solo la produzione, ma neppure la stessa circolazione delle merci. Si crea l’illusione che il denaro possa sgorgare da sé stesso e moltiplicarsi alla stregua dei pani e dei pesci di evangelica memoria. A chi si ferma a questa manifestazione fenomenica diviene invisibile la circostanza che il guadagno del capitalista finanziario è solo una quota del plusvalore complessivo, cioè lavoro non pagato, estratto nei settori produttivi e ripartito fra tutti i capitalisti, compresi quelli operanti nei settori non produttivi. Si raggiunge quindi con questa forma il culmine del feticismo del denaro.”

Su questa illusione del D-D’ si sono scatenate le più fantasiose forme di ricerca del sovrappiù dalla speculazione borsistica, alle cartolarizzazioni di crediti di scarso valore, siamo passati, come diceva Keynes alle sale di un casinò. Ricordiamo ad esempio i credit default swap nudi per cui si scommette sulla solvibilità di un credito sperando che il debitore fallisca per intascare il premio conseguente. Naturalmente tutte questa “economia di carta”, quando è lasciata libera di inventare fantasiosi utili da D-D’, ad un certo punto crea una crisi, un crollo di valori effimeri, di bolle speculative, di azzeramento di assets. Sia chiaro, alcumi operatori , quasi sempre i cosiddetti insiders, guadagnano molti soldi, ma chi ci rimette sono gli ultimi rimasti con il cerino in mano, e gli istituti di credito che hanno finanziato i temerari scommettitori. Le perdite delle banche, spesso too big to fail, vengono coperte dallo stato, squilibrando le cifre del bilancio dello stato e creando debito pubblico. Il debito sovrano frena l’economia, crolla la domanda e alla fine, come è successo con la crisi scoppiata sui subprimes nel 2007, i disastri della finanza si trasformano in milioni di lavoratori licenziati che rimangono senza lavoro.

Ecco che allora le pratiche predatorie messe in moto dalla finanziarizzazione dopo aver arricchito pochi insiders, vengono scaricate sul debito pubblico che sarà ripagato dai contribuenti delle prossime generazioni  e sulla disoccupazione di innocenti lavoratori che cominciano a rendersi conto, a prender coscienza di come funziona il modello D-D’. Ecco lampamte una delle forme nuove di appropriazione del pluslavoro da parte del capitale.

La finanziarizzazione è ormai infilata nella vita del capitalismo di questo secolo di cui mina l’esistenza con le ripetute crisi, forse un ripensamento alle parole del Manifesto di Marx che riportava  l’ “accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo” sarebbe auspicabile.    

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