Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Tra flat tax e reddito di cittadinanza

Salvini Di Maio Salvini Di Maio

di Renato Gatti

Premessa

In questo scritto intendo chiarire quali, a mio parere, sono le caratteristiche macroeconomiche e le conseguenze che le due proposte del “governo del cambiamento” recano in sé. Quando parlo di “flat tax” intendo il progetto originario presentato dalla Lega e non quel provvedimento che sta circolando in questi giorni e che, nonostante il nome di flat tax, altro non è che una estensione dell’esistente regime forfettario; parimenti quando parlo “reddito di cittadinanza” intendo quel reddito subordinato alla sola condizione di essere “cittadino” e non a quella proposta del movimento 5S attualmente in discussione che altro non è che una estensione dell’esistente reddito di inclusione (una indennità di disoccupazione estesa ai non occupati).

La flat tax consiste nell’eliminazione delle aliquote progressive che colpiscono il reddito imponibile e nella riforma del calcolo del reddito imponibile; il nuovo regime avrebbe una unica aliquota calcolata su un reddito imponibile da cui sono eliminate tutte o quasi le detrazioni e deduzioni esistenti, lasciando solo un abbattimento basato sul coefficiente familiare, inoltre l’imposizione non sarebbe più sulla singola persona, ma calcolata sul reddito familiare.

Occorre precisare che la flat tax si applicherebbe solo sui redditi soggetti ad Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), infatti l’Ires (l’imposta sui redditi delle persone giuridiche) è da sempre flat, così come l’Iva (anche se le aliquote fisse sono 3, ma non progressive), ugualmente è assoggettata ad aliquota fissa il reddito delle imprese individuali e delle società di persone che optino per l’Iri (imposta sul reddito imprenditoriale); inoltre la progressività dei redditi delle persone fisiche è esclusa dalle imposte sostitutive (ad aliquota fissa) per i redditi derivanti da locazioni di immobili (se si opta per la cedolare secca) e per i redditi di capitale (senza opzione).

Praticamente la flat tax toglierebbe la progressività ai soli redditi di lavoro dipendente, dei pensionati e dei lavoratori autonomi. L’area di rettifica prevista dalla flat tax è quindi limitata ma comporterebbe (adottando il 15% come aliquota fissa) un minor gettito di 50 miliardi di €.

Di questa proposta voglio esaminare due elementi: a) l’origine della progressività, b) gli effetti macroeconomici:

  1. La progressività dell’imposta (una volta era personale ed unica) nasce come conseguenza della teoria marginalistica, secondo la quale il valore marginale di un bene diminuisce al crescere delle quantità possedute di quel bene. L’esempio classico è quello della persona a digiuno che dà un valore a panini che gli vengono offerti: il primo panino avrà un altissimo valore, mentre il secondo panino avrà un valore minore così come decrescerà il valore dei panini successivi fino ad un azzeramento di valore. Ecco allora che il valore marginale (ovvero delle ultime quantità possedute) di un bene diminuisce al crescere delle unità possedute. Similmente il valore marginale del denaro decresce al crescere del denaro posseduto. E’ chiaro allora che un € di imposta su un reddito di 100€ (pagato cioè con il centesimo € posseduto) vale molto di più di un € di imposta pagato su un reddito di 1.000€ (pagato cioè con il millesimo € posseduto). La progressività delle aliquote tende cioè ad eguagliare il sacrificio marginale che ciascun contribuente deve subire nel pagamento delle imposte.   

La flat tax rispetta il criterio costituzionale della progressività applicando una deduzione di una cifra fissa in funzione della composizione familiare; ora è matematicamente vero che deducendo una cifra fissa da redditi crescenti ed applicando un’aliquota fissa il risultato è un’imposta progressiva, ma non può non osservarsi che, da un lato la progressività risultante è ben distante da quella che persegue la parificazione del sacrificio marginale che la teoria marginalistica perseguiva, ed inoltre parte della progressività deriva dalla composizione familiare piuttosto che dall’importo del reddito.

  1. Gli effetti macroeconomici. Abbiamo due effetti redistributivi; uno che riguarda gli effetti tra i contribuenti, l’altro che riguarda gli effetti sulla domanda aggregata e sulle conseguenti scelte per l’economia del paese.

b1) Gli effetti tra i contribuenti:

con l’eliminazione della progressività abbiamo tre effetti redistributivi tra i contribuenti:

  • i contribuenti incapienti potrebbero divenire capienti a causa della eliminazione delle deduzioni e detrazioni previste dalla legislazione attuale (detrazioni per redditi da lavoro, spese sanitarie, spese scolastiche, mutuo prima casa etc. etc.) ovvero, se così non fosse, non avrebbero nessun vantaggio;
  • i redditi bassi e medi risparmierebbero imposte da pagare (salvo l’effetto della eliminazione delle deduzioni e detrazioni) in misura limitata e comunque apprezzabile;
  • i redditi alti risparmierebbero importi molto consistenti.

In pratica c’è una redistribuzione a favore dei redditi più alti, anche se i redditi più bassi qualche vantaggio ce l’avrebbero, ma non è un sistema “win win” perché occorre considerare che 50 miliardi di gettito in meno produrranno, presumibilmente, minori servizi sociali che sarebbero persi soprattutto dai redditi più bassi, servirebbe quindi un conteggio tra: più soldi disponibili e minori servizi sociali ricevibili; da ultimo i maggiori fondi resi disponibili ai redditi più alti solo in parte andranno in consumi (a causa della minor propensione al consumo) per il resto potrebbero andare in altre destinazioni che vedremo più avanti. Ma qui passiamo al secondo punto relativo alla domanda aggregata e alle scelte di impiego dei fondi.

b2) Gli effetti sulla domanda aggregata e sulle conseguenti scelte per l’economia del paese. Se definiamo la domanda aggregata come la somma di Consumi + Investimenti + Spesa pubblica + esportazioni – importazioni

                            D = C + I + S + E – I

notiamo che la flat tax fa aumentare i fondi a favore dei contribuenti e fa diminuire di un pari importo, 50 milardi di €, il gettito fiscale verso lo stato, quindi come prima approssimazione, il risultato finale non cambia, ovvero l’effetto sull’economia del paese è nullo.

Se consideriamo ora i maggiori fondi a disposizione dei contribuenti possiamo immaginare che essi si tramutino in parte in maggiori consumi (ivi inclusi i consumi esteri ovvero importazioni); in parte, magari, in maggiori investimenti ma potrebbero anche essere tesaurizzati o portati all’estero. Quindi i maggiori fondi a disposizione dei contribuenti non tutti necessariamente vanno ad aumentare la domanda aggregata, mentre, d’altra parte, S, la spesa pubblica, perde fondi per 50 miliardi di €, diminuendo quindi la possibilità di consumi e/o investimenti pubblici. Resta indubbio che 50 miliardi di € si spostano dalla disponibilità dello Stato e vanno nelle disponibilità dei contribuenti ed in particolare dei contribuenti più ricchi. Con la flat tax si realizza quindi che le scelte economiche per il Paese vengono sottratte alla comunità, comunque essa sia rappresentata, per passare nelle mani della parte più ricca della popolazione. Non è detto che le scelte che la parte più ricca della popolazione siano necessariamente nocive per la comunità, ma, d’altra parte, è indubbio che la comunità perde potere decisionale nelle scelte economiche per il Paese. Questo forse è, in sintesi, il capitalismo.

Il reddito di cittadinanza. Ben diversa valenza macroeconomica ha invece questo strumento, che non va inteso come puro assistenzialismo né come una diversa forma di sussidio di inoccupazione. Questo strumento non nasce oggi; è presente nell’Utopia di Thomas Moore, nel pensiero del filosofo Thomas Paine, di Franklin Delano Roosvelt e altri, come strumento per combattere definitivamente la povertà ed è caratterizzato dal fatto di essere senza condizioni se non quella di essere cittadini. Recentemente un articolo su questo tema è apparso sul numero di agosto 2018 di Le Scienze, mentre nella Silicon Valley è in corso un esperimento sociologico diffuso per testare l’efficienza di questo strumento mettendo a confronto comunità con questo tipo di reddito e comunità similari senza questo reddito. L’esperimento più diffuso è quello in Kenia con una durata prospettica di 12 anni, mentre altri esperimenti sono in corso o terminati recentemente in Canada, Finlandia e California.

Ma questi esperimenti hanno finalità umanitarie mentre il reddito di cittadinanza, cui penso io, nasce da un nuovo “modello di redistribuzione” che nasce con il fenomeno della rivoluzione 4.0 e con la sua conseguente possibile  completa robotizzazione della produzione e quindi della scomparsa di milioni di posti di lavoro ed al limite con la scomparsa dello stesso lavoro. Pare ovvio che se scompare il lavoro non è più concepibile un modello di redistribuzione del reddito basato sul tempo di lavoro. Il reddito di cittadinanza sarebbe allora un modello di redistribuzione adeguato alla società completamente robotizzata. Lo scriveva ad esempio Paolo Sylos Labini nel 1989 nel suo libro “Nuove tecnologie e disoccupazione” laddove nella prospettiva in cui “la produzione di tutte le merci sia robotizzata e che gli stessi robot siano prodotti da robot” l’autore risponde “si deve ammettere che uno Stato centrale munito, come tutti gli stati, di potere coercitivo, provveda ad una redistribuzione del reddito seguendo, come criterio guida non l’umanità, la solidarietà o la carità, ma, più semplicemente, l’esigenza di assegnare una destinazione razionale ai beni prodotti. Un criterio razionale potrebbe essere: a ciascuno secondo i propri bisogni”.

A mio parere, tuttavia, c’è una ulteriore considerazione che va fatta, ovvero se si arriva ad una produzione completamente robotizzata, in cui i robots sono frutto del lavoro di altri robots, occorre riconoscere che ciò è frutto degli sviluppi della scienza prima e della tecnologia poi. Ciò per dire che lo sviluppo del modo di produzione è dovuto ad uno sviluppo del sapere e del saper fare, ad un lavoro prima della scuola e poi dell’università, dei ricercatori che sempre più agiscono in gruppo e non più da soli, dei rapporti fabbrica scuola che si scambiano esigenze e conoscenze; in sintesi il nuovo modo di produzione è frutto del lavoro sociale, è un prodotto della società. Di tale prodotto il capitale tende ad appropriarsi, così come tradizionalmente si appropria del lavoro fisico dell’uomo; nel nuovo modo di produzione, ma in misura che fa impallidire il precedente modo di appropriazione,  il capitale tende ad appropriarsi del cervello sociale, dei frutti del “general intellect” ( K.Marx ne I Grundrisse).

Ecco che allora il nuovo modello redistributivo deve ripartire i frutti sociali della tecnologia, ed i vantaggi della produttività su tutti i soggetti che partecipano alla produzione del bene sociale rappresentato dai nuovi mezzi di produzione. In questa ottica il reddito di cittadinanza può essere un nuovo modello redistributivo che riconosca come sociale il frutto della produzione e come tale ripartito tra tutti i soggetti di un modo di produzione sociale.

Ma non basta, non basta un nuovo modello redistributivo se a monte non c’è un processo di socializzazione dei nuovi mezzi di produzione; penso alle proposte di James Meade, penso ad un nuovo piano Meidner che, socializzando i nuovi mezzi di produzione, realizzi una sincrona coerenza tra modo di produzione e modello di redistribuzione.  Ma su ciò ho già scritto altrove. 

 

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