Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Politica e consenso

Conte e Tria Conte e Tria

di Renato Gatti

Lo spettacolo, cui stiamo assistendo, sulla formazione della legge di stabilità (e sviluppo), ci offre due modalità di intendere e praticare la politica: quella che guarda alla ricerca del consenso e quella che ha un disegno strategico per il domani.

Le due anime del governo, quella pentastellata e quella leghista, resesi conto che esiste uno spread, inteso come termometro degli umori di coloro dovrebbero finanziare i nostri debiti, e che le risorse disponibili, ma delle quali il quantum è tutto da verificare, sono limitate, stanno iniziando con colpi di fioretto, destinati a divenire sciabolate, una sfida per accaparrarsi più fondi possibili per soddisfare l’elettorato di riferimento.

I pentastellati, che tanto successo hanno avuto al sud, dopo aver limitato la loro richiesta a pochi miliardi per il riassestamento dei centri del lavoro,hanno alzato la posta per rendere effettivo fin dal 2019 un reddito/pensione di cittadinanza; i leghisti non mollano sulla cosiddetta flat tax ma puntano anche sulla revisione della Fornero con la quota 100.

Per indicare qualche numero riporto uno schema semplice dal Sole 24 ore del 14 settembre:

  • Se si riuscirà ad ottenere flessibilità fino a 25/30 miliardi (che sono deficit e quindi nuovo debito cui saremmo autorizzati) essi vanno allocati per 12.4 miliardi per non far scattare l’aumento dell’iva al 25%, 3 miliardi per altre spese indifferibili rimanendo 10/15 miliardi per le finalità indicate dal governo;
  • Ma le proposte dei due vice-primiministri ammontano a 24.3 miliardi (contro i 10/15 teoricamente disponibili). La lega infatti propone 7 miliardi per la quota 100, 3.5 miliardi per l’inizio della cosiddetta flat tax e 3 miliardi per il taglio irpef dal 23 al 22%, per un totale di 13.5 . I 5S propongono 10 miliardi per il reddito/pensione di cittadinanza e .8 miliardi per la proroga dell’iper/super ammortamento, per un totale di 10.8 miliardi. Quindi un totale di 24.3.

Pare quindi, e ciò è compito del primo ministro e di quello dell’economia, che le due richieste inconciliabili vadano compresse, compito arduo anche perché con un Pil molto probabilmente inferiore a quello previsto (il che significa minori entrate) e l’aumento dello spread (il che significa maggiori interessi) la compressione potrebbe richiedere revisione di obiettivi con conseguente delusione dei rispettivi elettorati.

Sottolineo che le misure cui tanto si tiene sono tutte spese correnti, spese che vanno ad aumentare il deficit e quindi il debito denunciando una ignoranza della necessità di investimenti pubblici che creeranno (secondo alcune regole europee) deficit, ma nel lungo termine grazie ai moltiplicatori produrranno maggiori entrate e riduzione del debito oltre a rendere aggiornata tecnologicamente l’azienda Italia. Non c’è quindi strategia, non c’è una politica industriale che non sia quanto dichiarato dal sottosegretario della Lega al ministero dello Sviluppo economico  Dario Galli che afferma:”Siamo convinti che gli effetti prodotti dalla manovra di bilancio che stiamo per presentare consentiranno di accelerare l’inversione di rotta. In prima battuta rilanciando i consumi interni, attraverso una riduzione della pressione fiscale parallelamente al sostegno delle fasce più deboli. Ma l’obiettivo è intervenire sui costi di produzione e quindi sul cuneo fiscale e la bolletta energetica”. A parte il fatto che di interventi sul cuneo fiscale e sulla bolletta energetica nelle correnti discussioni non se ne parla, notiamo che basarsi solo sull’aumento dei consumi grazie alla riduzione della pressione fiscale è una vana speranza (gli 80 euro dovrebbero aver insegnato qualcosa) ma ignora una legge empirica sperimentata che dice che gli stimoli di una spesa pubblica ben formulata son maggiori di quelli derivanti da una diminuzione della pressione fiscale.

Pare quindi che la legge di bilancio che si sta per approvare sia una rincorsa all’elettorato di riferimento da parte dei due partiti, da una parte i piccoli imprenditori e i pensionati del nord, dall’altra i diseredati del sud, in quei bacini cioè dove hanno rispettivamente preso più consensi e dove il rischio di perderne è molto alto.

Ben più maturo sembra invece l’atteggiamento del ministro Savona che ripropone il suo manifesto per cambiare le regole europee. Vediamo i punti principali che il ministro propone nel suo manifesto a suo tempo sottoscritto tra gli altri da: Renato Brunetta, Pellegrino Capaldo, Stefano Cingolani, Giorgio La Malfa, Rainer Masera, Mario Sarcinelli.

  • Assegnare senza limiti alla BCE tutti i poteri attribuiti alla FED (pagatore di ultima istanza, nota mia) con facoltà di finanziare le banche, di operare sui titoli pubblici e di intervenire sul mercato dei cambi.
  • Sistema di comune assicurazione dei depositi e di recovery/resolution delle banche sistemiche.
  • Indipendenza delle autorità monetarie dai Governi.
  • Bilancio dell’Unione autonomo dai governi con proprie entrate.
  • Passaggio ad una moneta di riferimento globale del tipo SDR del FMI (richiamo al bancor di Keynes, nota mia).
  • Mutualizzazione dei debiti nazionali eccedenti il 60% del PIL, con conseguente scomparsa dello spread.
  • Sottrarre dal vincolo del pareggio le spese per investimenti pubblici per infrastrutture, ricerca, innovazione etc.
  • Pensare ad una politica estera e ad una difesa comune.

Questi temi mi paiono di una notevole rilevanza, talmente rilevanti che richiederebbero in Europa anni per la loro approvazione, ammesso ma non concesso che siano approvati. Infatti c’è da attendersi una opposizione forte su quasi tutti i punti da parte dei paesi che temono che la mutualizzazione dei rischi si risolva nel fatto che il loro paese paga per gli altri (penso in particolare alla Germania che invece sta perseguendo politiche per cui sono gli altri paesi a pagare per lei). Certo un bilancio dell’Unione autonomo dai governi, ma anche tutte le altre misure, renderebbero l’Europa più vicina al modello degli Stati Uniti d’America. Due punti poi vorrei sottolineare: il passaggio al bancor e la golden rule di Delors (o di Gordon Brown).  

Se non si inizia a percorrere la strada di un mutamento radicale di questa Europa rischiamo che tutta la costruzione della UE si dissolva, essendo acquisito che la moneta unica è in conflitto insanabile con le regole che la governano. Altri autori, Varoufakis e Minenna ad esempio, propongono per ora mutamenti delle regole che non richiedano la revisione dei trattati stante la difficoltà a poter introdurre in tempi non biblici le riforme dei trattati. Penso che le elezioni europee vadano affrontate avendo presente la drammaticità che le conseguenze di quel voto potrebbero avere, penso che da oggi a maggio occorra lavorare su questo tema, anche perché le ridefinizioni spaziali delle grandi potenze, peraltro alla ricerca di una nuova leadership, le disfide geopolitiche tra USA, Cina e Russia, vedono l’Europa come una possibile conquista tanto più facile da ottenere quanto più questa si presenta debole e divisa.

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