Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

A proposito del "vero" partito delle lavoratrici e dei lavoratori

di Renato Gatti

Mi sono soffermato molto sull’ultimo editoriale di Manuel Santoro, attratto fin dalla lettura del titolo con quel “vero” virgolettato, ma poi stimolato dal contenuto dell’articolo che, come ogni testo intelligente pone domande e sollecita riflessioni.

Prima domanda

La prima domanda che mi è sorta spontanea è stata: ”perché Manuel ha sentito l’esigenza di scrivere questo articolo?” e la risposta che mi sono dato è che Manuel sente con forte preoccupazione il collocamento elettorale della classe operaia in questo contesto storico. Le scelte elettorali dei lavoratori appaiono sparpagliate tra molti partiti, in primis la Lega, ma anche i 5 stelle ed in forte minoranza nel Pd un partito che si autodefinisce di centro-sinistra ma che, non dico di comunista, ma neppure di socialista non ha proprio nulla, al massimo è vagamente keynesiano, i partiti di sinistra sono poi divisi ed elettoralmente a livello di prefisso telefonico, ma soprattutto temo che l’astensionismo sia la scelta predominante. Siamo chiari, il nostro paese scegliendo di stare nell’Unione Europea condiziona la sua politica a quei trattati con valenza prevalente sulle nostre leggi, che condizionano fortemente le scelte politiche e rendono difficile per la classe operaia il posizionarsi su obiettivi che sono condizionati dal contesto europeo. Ci si rende conto che lo stare in Europa è una necessità storica, rifiutando la quale ci si troverebbe come l’Italia al tempo dei comuni quando attorno si stavano costituendo gli stati nazionali. Oggi non aderendo all’Europa ci troveremmo come uno stato marginale in un mondo dove gli altri stati si stanno organizzando a livello continentale, come USA, Cina, Russia.

Ovviamente il trovare una linea politica all’interno di questo scenario diviene un compito estremamente difficile aggravato dalla assenza di un riferimento di intellettuali in grado di individuare, indicare, proporre una linea percorribile. Ma è indubbio che solo lo studio teorico della situazione esistente, delle sue contraddizioni, l’analisi e la “comprensione delle forze degli attuali attori della produzione”, la proiezione e lo sviluppo che l’attuale situazione potrà assumere rendendo attuali nuove contraddizioni delle quali fare strumento di elaborazione e di lotta, solo questo ripartire può creare quelle condizioni per le quali il mondo del lavoro può pensare di modellare un futuro senza classi per una vera realizzazione dell’essere umano. Importantissimo, in questa fase, è il confronto tra mondo del lavoro ed intellettuali, quella dialettica gramsciana ove teoria e prassi, pensieri teorici e problemi pratici si incanalano in un comune rivolo per trasformarsi in fiume possente.

La situazione attuale è ben lontana dal quadro che abbiamo prospettato alimentando il pessimismo e il disorientamento del mondo del lavoro, che si traduce, elettoralmente in una frantumazione del voto o forse, più probabilmente, nell’astensione.

Riflettendo poi sulla parola “vero” riferentesi al partito, ne deduco che non è sufficiente che i lavoratori si uniscano e fondino un partito per avere un partito dei lavoratori vero, serve al contrario che questo partito abbia tre componenti: teoria, politica ed economia; senza le quali il mettersi insieme porta ad una strada senza uscita. La sollevazione dei lavoratori del porto di Trieste in questi giorni, può essere uno di quei casi in cui non ci troviamo di fronte ad un vero partito, ma ad una esasperazione della situazione operaia da tempo repressa che può tuttavia essere prodromica ad uno sviluppo verso il partito vero.

Due discutibili forme dello status dei lavoratori.

Mi riferisco a due situazioni in cui i lavoratori sono: a) nella prima, strumentalizzati al fine di raggiungere obiettivi altri e b) nella seconda, in cui sono ipostatizzati.

La prima situazione è quella tipica in cui alcune forze organizzate usano lo scontento e la potenza dei lavoratori per realizzare le loro mire di potere; si tratta di un uso strumentale che non ha nulla a che vedere con il rapporto gramsciano tra intellettuali e subordinati. In questo rapporto è chiarissima la situazione immatura dei lavoratori, spesso sensibili solo a stimoli economico-corporativi, e la funzione della crescita congiunta, dialettica con gli intellettuali, con lo scopo dichiarato di trasformare, in questo approfondito rapporto dialettico, i subordinati in classe dirigente.

Questa strumentalizzazione è spesso presente nella storia dei paesi comunisti, un elemento che forse è alla base del crollo di quei regimi.

La seconda situazione è quella che chiamo ipostatizzazione (santificazione) della figura dei lavoratori in quanto tali indipendentemente dal fatto che in essi siano presenti quegli elementi che caratterizzano un partito vero. Uno dei motti del Partito socialista storico è quello di stare sempre dalla parte dei lavoratori, dando per scontato che essi siano depositari della verità indipendentemente dalla realtà della situazione di cui si tratti. Si parla anche di “compagni che sbagliano” come di palese eccezione alla regola dell’essere sempre depositari della verità.

Questa ipostatizzazione è in palese contrasto, ad esempio, con la distribuzione attuale del voto dei lavoratori, distribuzione inesplicabile con la tesi ipostatizzante che viene così palesemente abbattuta.      

Da un punto di vista economico

Se da un punto di vista politico si può parlare di lavoratori e di padroni, di sfruttati e capitalisti come protagonisti della lotta di classe, da un punto di vista economico sembra di dover mutare i termini determinanti della analisi economica. Voglio cioè dire che nelle pagine di Marx la contraddizione che prelude alla costruzione del socialismo è una contraddizione tra categorie economiche; nello specifico tra “capitale” e “lavoro”. Laddove sono le logiche insite nelle due categorie economiche ad entrare in contraddizione e ciò a dispetto o comunque a prescindere dai comportamenti dei soggetti che si collocano all’interno di quelle categorie. Per essere più esplicito la contraddizione tra le due categorie esiste a prescindere dalle opinioni o dal pensiero dei soggetti che appartengono a quelle categorie. Un capitalista nelle sue azioni non può non essere il prodotto della logica della categoria economica cui appartiene; nella ricerca dell’investimento più produttivo per il suo capitale, il capitalista non può che seguire le logiche del capitale senza spazio per le sue eventuali opinioni differenti.

Visto da un altro punto di vista, il valore di un prodotto è pari (tralascio qui le riflessioni sraffiane) al lavoro socialmente inglobato nel prodotto stesso stante il livello tecnologico storicamente determinato. Quindi questa legge economica fa riferimento ai tempi del “lavoro” indipendentemente dal tempo impiegato dal singolo lavoratore. Il conflitto capitalista è quindi un conflitto tra le categorie economiche del capitale e del lavoro le cui ragioni dominano le ragioni dei soggetti appartenenti alle due categorie. Ne deriva che la classe è composta da quei soggetti che ubbidiscono alle leggi delle due categorie economiche e il partito vero è quello in cui i soggetti perseguono fedelmente le logiche delle categorie economiche cui appartengono.

Una riflessione, conseguente a quanto osservato, sorge in relazione alla figura dell’imprenditore, ovvero e più esplicitamente mi chiedo se l’imprenditore appartenga al mondo del lavoro o al mondo del capitale. Esso da un certo punto di vista può essere visto come un mandatario del capitale (un servo del capitale) con lo scopo di massimizzare il profitto da erogare al capitale stesso. Questa definizione potrebbe non reggere tuttavia nel caso in cui il capitale dovesse scegliere di spostare i suoi investimenti dalla produzione alla finanza, al limite (ma sono molti i casi che si sono recentemente verificati in Italia) potrebbe chiudere la fabbrica per investire in finanza. L’imprenditore, e penso all’imprenditore schumpeteriano, in questa situazione come si colloca? Mi chiedo se esista una concreta contraddizione tra capitale e imprenditore che collochi l’imprenditore nel mondo del lavoro prospettando un inedito campo di azione comune.

La produttività

Porto nel ragionamento un elemento che ha due differenti interpretazioni da parte delle categorie economiche del capitale e del lavoro: la produttività. Questo elemento è quello che abbiamo più sopra contemplato quando facevamo riferimento al livello tecnologico storicamente determinato. Ora dobbiamo esaminare questo elemento non nella sua fase statica di livello storicamente determinato, ma nel suo processo evolutivo che dall’inizio del secolo scorso è diventato il fattore più rilevante nella divisione internazionale del lavoro.

Per il capitale la produttività è il risultato dell’innovazione che riduce il tempo di lavoro necessario per produrre il prodotto finale; ciò comporta una sostituzione di lavoro umano con una produzione fatta dalle macchine, dai robots; ciò permette di reggere alla concorrenza internazionale e di imporsi sui mercati incrementando così le quote di profitto a favore del capitale, la creazione di disoccupazione è considerata dal capitale come un effetto collaterale di cui lo stato deve farsi carico.

Se questo è il processo storico in atto, c’è da chiedersi perché nel nostro paese da trent’anni la produttività non aumenti incrementando il differenziale tra la nostra performance e quella dei maggiori competitors. Pare che la scelta fatta dal capitale nostrano, nonostante i regali degli incentivi 4.0 offerti dal governo, sia quello di ricercare la competitività basandosi sul basso costo del lavoro, con una visione miope rispetto alle prospettive a lungo termine che ci disegnano, proseguendo su questa linea, l’emarginazione della nostra economia nella divisione internazionale del lavoro.

Visto nella logica del lavoro, la produttività, ovvero il passaggio di lavoro alle macchine è l’inizio della fase della “liberazione dal lavoro” ovvero dall’obbligo di vendere il proprio tempo di vita per la propria sopravvivenza. Più lavoro viene svolto dalle macchine, dai robots, dall’intelligenza artificiale, dai computers tradizionali e da quelli quantici, dalla produzione di macchine concepita, programmata e operata da altre macchine sempre più intelligenti; più tempo viene liberato per dedicarsi ad attività utili alla collettività e a sé stessi, aprendo l’orizzonte di un nuovo modo di vivere.

Stiamo delineando un mondo dove non esiste più il lavoro (come oggi inteso) e cambia radicalmente la fase storica dello sviluppo dell’umanità (fine del capitalismo). Non possiamo tuttavia ignorare chi deve porsi alla guida di questo trapasso. Semplificando possiamo prospettare che a guidare il processo sia il capitale che detenendo progressivamente tutto l’apparato produttivo si troverà a doversi far carico di tutta una massa di ex lavoratori senza reddito cui offrire uno stato assistenziale generalizzato, radicalizzando l’egemonia di classe in un modello neo-schiavistico assistenziale.

Altro è se il mondo del lavoro contrapponesse la soluzione di una produzione che con una gestione scientifica si associ ad una redistribuzione non assistenzialistica perché conseguente alla scomparsa delle classi.

Lo snodo critico tra queste due impostazioni sta nella proprietà dei mezzi di produzione, la soluzione prospettata dal mondo del lavoro presuppone la socializzazione dei mezzi di produzione, presuppone cioè il superamento del modo di produzione capitalistico e l’avvio di una vera civiltà libera. Se è questo il compito che spetta al “vero” partito dei lavoratori e delle lavoratrici, mi pare chiaro quale sia il percorso da compiere.

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