Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il mantra del governo del cambiamento

Governo del cambiamento Governo del cambiamento

di Renato Gatti

Le linee direttrici del governo del cambiamento sembrano essere, in campo economico, due, e precisamente:

  • Riduciamo, con la flat tax, le imposte di modo che le imprese possano rilanciare la loro attività anche emergendo dal nero; il rilancio della attività produrrà a catena la ripresa dalla stagnazione.
  • Diamo ai cittadini un reddito di cittadinanza che, combattendo la povertà, aumenterà i consumi e di conseguenza la domanda, la produzione, l’occupazione.

Mia intenzione è quella di verificare se questa strategia è credibile e se veramente risolverà la stasi in cui il paese si trova. Premetto intanto che la via della riduzione delle imposte non è una via nuova, basti ricordare che l’IRPEG/IRES è passata dal 33% al 27,5% e poi al 24%; l’Irap è passata come aliquota dal 4,2% al 3,8% ma nel contempo è sceso enormemente il calcolo dell’imponibile togliendo prima il costo dei contributi previdenziali a carico azienda e poi tutto il valore del costo del lavoro; la patrimoniale IMU messa da Monti per evitare il baratro è stata tolta, per l’abitazione principale, prima per i redditi al di sotto di una certa soglia, poi per tutti tranne ville e castelli; si è introdotta la cedolare secca sugli affitti abitativi che ora si vorrebbe estendere anche agli affitti commerciali. Sono finiti i tempi in cui Padoa Schioppa affermava che “le tasse sono belle” (nel senso che rappresentano lo sforzo comune della società per risolvere problemi che i singoli non sono in grado di risolvare) ora per tutti, indistintamente le tasse sono eccessive, vanno tagliate e un sottosegretario, a suo tempo, teorizzò addirittura “l’evasione di sopravvivenza”.

Ho elencato sopra tutti i tagli di imposta fatta negli anni recenti e conseguono due osservazioni:

  1. a) l’unica imposta che non è diminuita, anzi è aumentata dal 19 al 21 e infine al 22% è l’Iva, quella che colpisce i consumi dei cittadini;
  2. b) la pressione fiscale non è diminuita e gli effetti benefici sull’economia nazionale, se ce ne sono stati, sono irrilevanti. Qualche dubbio su questa strategia è più che legittimo.

Per quanto riguarda la prima direttrice, ovvero la flat tax, tralascio il  gravissimo aspetto del regalo fatto ai contribuenti privati ricchi, e commento solo gli effetti sulle imprese.

 La flat tax dovrebbe stanare le imprese dal sommerso e rilanciare l’attività produttiva. Questa finalità evidentemente riguarda solo le piccole imprese non di capitale, in quanto le società di capitale già sono soggette a tassa ad aliquota fissa da sempre. Ci si rivolge quindi alle imprese individuali e società di persone che pullulano al nord e che sono il target di riferimento della Lega. A mio parere l’aiuto o meglio l’indirizzo da dare a queste imprese sarebbe quello di superare le catene rappresentate da nanismo, sottocapitalizzazione, familismo, dipendenza dal credito bancario, scarsa propensione allo sviluppo tecnologico, catene che fanno di questo settore la palla al piede alla produttività dell’azienda Italia e che ci condannano alla stasi.

La filosofia della flat tax, o meglio l’estensione del regime forfettario che praticamente sembra essere il vero provvedimento in cantiere, è quella per cui una minor imposizione fiscale riduce il gettito per singola impresa ma, facendo emergere dal sommerso nuove aziende, il gettito totale dovrebbe aumentare.

Al proposito voglio riportare un caso similare in cui, promettendo una aliquota di favore si prevedeva l’emersione dal nero in misura tale da generare un effetto combinato positivo. Si tratta della cedolare secca per gli affitti, ovvero i contribuenti hanno la facoltà di sotrarre alla imposizione progressiva l’importo degli affitti attivi maturati nell’anno ed assoggettarli a imposta sostitutiva del 21%, evitando così di pagare l’aliquota marginale che va dal 23 al 43% a seconda del reddito dichiarato, ma evitando altresì di pagare le sovraimposte locali, l’imposta di registro e quella di bollo, a contrario il canone non può essere rivalutato con l’aggiornamento Istat. Ovviamente chi ha i redditi più alti passa da un’aliquota del 43% ad una del 21% dimezzando l’imposta, ma anche chi ha redditi inferiori ha un risparmio d’imposta, anche se di importo inferiore, negligibile per i meno abbienti. D’altra parte affitti prima in nero sono emersi per essere assoggettati ad imposizione. Ma secondo la relazione ministeriale “Gli immobili in Italia 2017 “ a pagina 156 “la perdita di gettito derivante dall’opzione per il regime di cedolare secca è stimata in circa 2.2 miliardi; i maggiori risparmi di imposta (1.86 miliardi) sono fruiti dal decimo di popolazione relativamente più ricco.

Insomma, pare che nella prassi, la riduzione di aliquote per combattere il sommerso non sia la strada più promettente.

Veniamo ora alla seconda direttrice cioè quella di dare ai cittadini un reddito di cittadinanza che, combattendo la povertà, aumenterà i  consumi e di conseguenza la domanda, la produzione, l’occupazione. Direi che su questa strategia abbiamo conosciuto l’istituto degli 80 euro che, ormai da quattro anni, grava sulle nostre spese correnti per la ragguardevole cifra di 10 miliardi, guarda caso l’importo che, più o meno, ritroviamo nelle previsioni di questo governo. Anche quell’istituto fu varato per rilanciare i consumi e quindi la domanda, la produzione, l’occupazione.

Una indagine fatta da tre analisti (Andrea Neri, Concetta Rondinelli e Filippo Scoccianti) di area Bankitalia riporta le seguenti conclusioni:

“Utilizzando la componenete panel dell’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane, si stima l’effetto del bonus fiscale sulla spesa delle famiglie italiane nel 2014. Si stima che le famiglie che hanno ricevuto il bonus abbiano aumentato la spesa mensile per alimentari e mezzi di trasporto di circa 20€ e 30€, rispettivamente, consumando circa il 50-60 per cento del bonus nel corso dello stesso anno.”

Senza entrare nel merito del bonus che tra l’altro ha ignorato i dipendenti incapienti, anche per questo tipo di strategia, possiamo concludere che  essa non sia tra le strade più promettenti.

 

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