Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il mito del privato

di Renato Gatti

Uno dei miti creati dall’egemonia del capitale è quello della maggior efficienza del privato rispetto alla gestione pubblica.

Ne abbiamo un esempio nel caso dell’OPA KKR sulle azioni di TIM. Il sito “Istituto Bruno Leoni”, campione del liberismo italiano, dimenticando quanto Einaudi scrisse sui monopoli naturali (vedi nota 1) dopo aver negato che un fondo straniero potesse condizionare la libertà degli italiani qualora acquisisse il 100% di TIM, aggiunge che il vero discrimine su cui pronunciare la scelta da parte del governo se utilizzare o meno il golden power, è:

La richiesta di far scattare il semaforo rosso, allora, non può essere mossa da chissà quale sospetto. Essa si spiega solo in due modi, non mutuamente esclusivi: l'onnipresente tic nazionalista e la pretesa, o la speranza, che un investitore nazionale sia più mansueto di fronte alle richieste della politica.”

In effetti la scelta fra pubblico e privato, che spesso diventa un campo di contrapposizione quasi a livello di tifo calcistico, andrebbe, a mio modo di vedere, meglio sviscerato, evidenziando cioè la diversa cultura che sta dietro alle due gestioni.                                        

La logica del privato        

Non è altro che la logica del profitto, ovvero della valorizzazione del capitale. La logica esprime la sua natura nelle scelte che l’impresa deve fare, e le sue scelte dipendono dalle risultanze dell’espressione D-M-D’. Nelle sue scelte operative il capitale si orienterà su quelle soluzioni che massimizzano la differenza tra D’ e D avendo operato sulla merce M.

La domanda sarà poi chiamata a scegliere tra le M scelte dal capitale, e sarà sì, in un certo senso, la signora del mercato, ma di un mercato fatto di merci scelte dal capitale tra quelle che massimizzano il profitto.

E’ chiaro che il capitale non ha nessuna competenza o esperienza nelle merci che sceglie in base alla massimizzazione del profitto (siamo lontani anni luce dalla produzione sviluppata a partire dall’artigiano in cui esisteva un rapporto intimo tra produttore e prodotto) deve quindi procurarsi dette esperienze andando alla ricerca di un capitale umano, dalla dirigenza all’operaio specializzato, che lo stato, a mezzo sistema scolastico e formazione, avrà costruito. L’attuale crisi  nasce da una mancata programmazione che coniughi il da fare con le risorse necessarie a fare quelle cose.

Rimane comunque l’ineliminabile conseguenza che la produzione, le merci, i servizi che l’impresa capitalistica sceglie ha come obiettivo principale il profitto mentre la soddisfazione dei bisogni o dei desideri o le necessità dei cittadini sono solo il mezzo per raggiungere l’obiettivo.

Ho detto “il solo mezzo” ma debbo correggermi, infatti per realizzare la valorizzazione del capitale, con il capitalismo che da produttivo è diventato finanziario, non serve più il mezzo merci, operando invece con l’espressione D-D’, ovvero creare il profitto direttamente dal denaro senza passare dalla fase produttiva.

E’ il caso dei fondi che, come KKR vorrebbero acquistare TIM, per farne una ristrutturazione cancellando le aree meno produttive e valorizzando quelle più produttive, in termini tecnici si dice fare lo “spezzatino” per poi rivendere le azioni, magari con la quotazione in borsa o il delisting, realizzando il massimo capital gain. La cosa poi, nel caso di TIM, significherebbe tagliare servizi in zone dove il costo del servizio è più alto del possibile ricavo. Significherebbe cioè ignorare la filosofia del servizio pubblico cosa che è necessariamente coerente con la logica del capitale.

Tra i criteri del dna del capitale è la realizzazione della valorizzazione nel breve termine, difficilmente il capitale quarda al lungo termine necessario, ad esempio, quando si lancia una nuova tecnologia che necessita investimenti in ricerca e sviluppo. Questo tipo di business è scarsamente intrapreso da un capitalismo miope lasciando ad altri i rischi della innovazione, tradendo la figura scumpeteriana dell’imprenditore.

L’ignavia del capitalismo si misura negli incentivi 4.0 di Calenda; miliardi sono stati erogati dalla nascita degli incentivi e ben 13 ne prevede il PNRR più altri 5 previsti dal fondo complementare. Sembrerebbe che il capitalismo italiano sia restio ad innovare e ad introdurre nuove tecnologie che stanno cambiando il modo di produrre nel mondo; ci vuole lo stato a regalare incentivi, a spingere ad innovarsi, a detassare le spese di ricerca e sviluppo, perché senza questi regali il capitale preferisce restare con un modo di produzione basato sul basso costo della mano d’opera che comunque il capitale continua a ritenere troppo alto, rigido e non cooperativo. Ma che capitalismo è quello che non persegue l’innovazione e le nuove tecnologie ed ha bisogno degli incentivi statali per innovarsi?

Se poi consideriamo che quegli incentivi sono soldi dei contribuenti che praticamente investono nelle imprese, così come hanno investito gli azionisti, ma mentre gli azionisti hanno il diritto di radunarsi in assemblea per decidere il futuro dell’azienda, di essere nominati amministratori e di ricevere i dividendi e maturare il capital gain, i contribuenti o almeno lo stato che li rappresenta non matura alcun diritto: eroga regali al capitale e non ha nulla in cambio.

Il non rendersi conto che la futura divisione internazionale della produzione sarà riservata a quelle imprese che avranno sviluppato una produttività derivante da innovazioni e nuove tecnologie, condanna la più parte delle nostre imprese all’emarginazione e all’irrilevanza. La produttività nel nostro paese rispetto alla Germania segna i seguenti numeri: nel periodo tra il 2000 e il 2017 nel caso della Germania si nota una variazione di ben 18,53 punti (totale economia), rispetto al (misero) incremento di 1,58 punti dell’Italia. Focalizzando l’attenzione sul settore manifatturiero e mantenendo lo stesso lasso di tempo, le variazioni sono pari, rispettivamente, a 34,01 e a 19,17 punti.

Il non rendersi conto che o si innova o si è emarginati grava sul futuro del nostro paese, anche se siamo consapevoli che l’innovazione tecnologica può portare ad un calo dell’occupazione temporanea e comunque non comparabile con quella causata dall’emarginazione. Questa consapevolezza ci spinge a ribadire che gli incentivi fiscali devono invece essere erogati come capitale azionario o societario di modo da incrementare i fondi per politiche attive sul lavoro.

Eppure nel PNRR dedichiamo pochissimi fondi alla ricerca e sviluppo in sè; nel capitolo “Dalla ricerca all’impresa” il grosso dei fondi è destinato agli incentivi 4.0 e l’evoluzione di un computer quantistico non è neppure citato pur sapendo che il futuro concorrenziale passa di lì. Ma detto investimento andrebbe forse meglio sviluppato come progetto europeo per salvaguardare la potenzialità competitiva del nostro continente rispetto ai colossi USA e Cina.

Peraltro, con uno sguardo al passato, rileviamo che il nostro capitalismo ha celebrato molti funerali di imprese che erano eccellenze e che per miopi logiche sono scomparse o sono state acquistate da capitali stranieri. Ricordo per prima la Olivetti che alla mostra di New York nel 1965 presentò il primo computer da tavolo definito dalla stampa statunitense come “the first desk top computer of the world” e poi ceduta alla concorrenza statunitense a seguito della storica decisione di Vittorio Valletta allora nel cda dell’impresa. (Nota 2)

Ricordo poi la scomparsa di molte imprese operanti nell’aeronautica civile (Officine Aeronautiche Trieste, Breda, SIAI Marchetti, Aeronautica Macchi, Fiat Avio etc) così pure nel campo della chimica (Montecatini, SNIA, Liquichimica, etc). Nel settore dell’elettronica di consumo sono scomparsi marchi dell’industria radio (Autovox, Brion-Vega, Synudine, Seleco etc) scomparsi nella produzione di televisori e completamente assenti dalla produzione di telefonini.         

 

La logica del pubblico

Il servizio pubblico, sia sottoforma di scelta di produzione di beni che di fornitura di servizi, ha come primo obiettivo la soddisfazione dei desideri della popolazione con una gerarchia che parte dai bisogni primari (ad esempio la sanità) per arrivare a bisogni obiettivo (ad esempio la cultura) passando per ogni altro bisogno programmaticamente selezionato. Primaria importanza assume la gestione dei monopoli naturali ed in particolare quei monopoli che riguardano i fondamenti del lavoro (ad esempio l’elettricità) o la sicurezza (telecomunicazioni).

La gestione ha come obiettivo la copertura dell’intero paese eseguita con rigorosa conduzione economica con continuo aggiornamento delle tecnologie mentre l’eventuale, ma non necessario profitto, va investito in altri cespiti di utilità sociale.( Nota 3)

La logica del pubblico è completamente diversa da quella del privato e decisamente più adatta di quella a operare per la collettività. E’ una logica razionale che segue le indicazioni della scienza e non è intaccata dalla speculazione o dall’interesse di una entità autoreferenziale come il capitale.

In pratica mi rifaccio a quanto scrissi ne “Il socialismo quantico”.

“Sostituire il mercato con la scienza significa riconoscere che il tema di cosa e come produrre partendo da beni e mezzi limitati e volendo raggiungere una ottimizzazione degli obiettivi che ci si pone. Si tratta cioè di impostare un modello matematico da ottimizzare e che presenta enormi complessità, vincoli e che sia solubile in tempi ragionevoli a costi compatibili.

Il modello matematico richiede l’elaborazione di un algoritmo con input, vincoli, obiettivi e la tecnologia ci può offrire gli strumenti, in continua evoluzione, per far elaborare il modello. L’impostazione del problema consiste nel partire dalle risorse attualmente disponibili, dalle tecnologie esistenti e dalle schede di consumo (possibili, esistenti o desiderate). L’obiettivo del calcolo è di definire la miglior combinazione di risorse atte a soddisfare al meglio le schede di consumo.  

Gli strumenti tecnologici oggi disponibili sono i computers che hanno la capacità di elaborare calcoli, operare iterazioni a velocità irraggiungibili dall’uomo.

I computer quantistici (…) sono per il momento indicati soprattutto in simulazioni, ottimizzazioni, machine learning e crittografia. Ma sono questi, in particolare ottimizzazione e simulazione, i campi che possono rendere ancora più economico, veloce ed efficace il processo di pianificazione economica.

L’obiettivo è la pianificazione da attuare ma può essere ampliato per simulare il mutamento o l’evoluzione dei parametri immessi; per esempio si può simulare cosa cambia migliorando la produttività (ad es. l’ingresso di robots); oppure come possa essere influenzata l’agricoltura e le attività a valle dal mutamento del tempo atmosferico; o, ancora, l’aumento o la diminuzione della popolazione e quindi la dimensione dei consumi. Tutto ciò comporta un sistema di raccolta dati, monitoraggio delle ricerche tecnologiche in corso, studio di nuovi sviluppi del quantum computing che impegnano non poco le nostre intelligenze.”

La classe operaia                                                                                               

Che c’entra in tutto questo discorso la classe operaia? C’entra moltissimo per il semplice fatto di avere interessi antagonistici a quelli del capitale, ma avere interessi divergenti non è sufficiente se a tale fattore oggettivo non corrisponde una presa di coscienza dei propri interessi e del proprio compito nella storia. E quando parlo di interessi non mi riferisco solo a quelli economicisti quali il salario minimo o gli investimenti in welfare che attutiscono lo scontro di classe, ma penso al compito storico di far trionfare la scienza della programmazione sulla giungla del mercato.

Su questo passaggio Gramsci nei suoi quaderni dal carcere ha dedicato il meglio del suo pensiero; il compito di promuovere il subordinato, detentore di un oggettivo interesse antagonistico, a dirigente è il compito primario dell’intellettuale singolo e collettivo, in quella guerra di posizione che ha sostituito nel mondo sviluppato il modello delle rivoluzioni ottocentesche.

Note

  1. Luigi Einaudi nelle sue “Lezioni di politica sociale”

“ In altri casi il monopolio è dovuto a cause indipendenti dalla legge, a cause quasi tecniche. Ad es., la concorrenza in una stessa città e negli stessi rioni di molte tranvie, di molte imprese di acqua potabile o di gas o di luce elettrica, ed, entro certi limiti, la concorrenza di parecchie ferrovie tra le stesse città, non è possibile e, se tentata, non dura. Siccome qui il monopolio si può dire quasi naturale, non lo si può più abolire, e bisogna regolarlo. Lo stato interviene per fissare le tariffe massime, il genere dei servizi, ovvero può decidersi ad esercitare lui stesso l'industria monopolistica, facendosi rimborsare il puro costo.”

  1. Disse Valletta che sul futuro della Olivetti “pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”.
  2. Non ignoriamo i peccati della gestione pubblica spesso causati dalla ricerca di consenso clientelare o dalla corruzione di basso livello, ma ciò, mentre da un lato ci spinge a combattere queste deviazioni, dall’altro non ci distoglie dal progetto.

 
    

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