Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Mark to market

BCE BCE

di Renato Gatti

I principi contabili

Il mark to market (mtm) è un principio contabile che prescrive alle banche di valutare i titoli posseduti al valore di mercato. Ciò comporta che se la quotazione di mercato è positiva la banca può registrare utili non realizzati;  ma se le quotazioni di mercato sono negative  gli assets detenuti dalle banche vanno svalutati al loro valore di mercato, si genera quindi una perdita non realizzata ma che va a ridurre il patrimonio netto e di conseguenza riduce i prestiti che la banca può erogare essendo parametrati al patrimonio netto in base ai criteri del Common Equity Tier 1 (CET1). La valutazione è determinata dal mercato, principalmente dal mercato dei Cds, dai credit default swaps che sono basati sul rischio di credito ovvero sul rischio che quel titolo possa non essere rimborsato per default dell’emittente.

L’altro principio contabile che viene contrapposto al mtm, è quello del costo storico, ovvero i titoli vanno iscritti a bilancio al costo sostenuto per acquistare i titoli stessi. La banca con questa valutazione non registra perdite se non al momento in cui, vendendo i titoli, realizzasse un eventuale ricavo inferiore al costo di acquisto. E’ ovvio che se parliamo di titoli di stato, che vengono rimborsati a scadenza, nessuna banca registrerà mai una perdita (a meno che lo stato vada in default). La banca, adottando il principio del mtm, dovrebbe invece registrare una perdita nei momenti in cui il mercato quotasse un valore inferiore.

I principi contabili sono determinati da istituzioni internazionali (FASB, IASB) e sono ispirati a principi economici che seguono filosofie orientate al liberismo. Il principio fondamentale è quello per cui il mercato dà sempre i valori corretti stante le informazioni di cui esso dispone, per cui nel rispetto della trasparenza, per correttezza verso i risparmiatori e gli investitori, i bilanci delle banche devono adeguarsi al principio del mark to market. Va altresì osservato che il mtm è coerente con il ragionamento per cui se la banca vendesse quell’asset, oggi ricaverebbe quello che il mercato indica; ma d’altra parte se la banca non vende non subisce nessuna perdita e non si vede perché perdite “potenziali” ma anche improbabili, debbano causare conseguenze reali e di grave portata nell’erogazione dei prestiti, causando un credit crunch ingiustificato, che oltretutto avrebbe riflessi pro-ciclici. 

D’altro canto va osservato che la contabilizzazione al prezzo d’acquisto negherebbe di riconoscere il rischio di una reale difficoltà dell’emittente, nascondendo a risparmiatori e investitori i rischi che un default dell’emittente potrebbero causare alle banche, ai risparmi, alla finanza.

Non va infatti dimenticato che il valore di mercato viene determinato dalla valutazione del rischio che l’emittente non sia in grado di onorare il suo debito; lo spread è calcolato infatti dai credit default swaps ovvero quanto debbo aggiungere al tasso di interesse di riferimento (Bund tedesco ad esempio) come costo di assicurazione, come premio che dovrei pagare per assicurarmi contro il rischio di default dell’emittente.

La domanda è se il valore di mercato, determinato sul mercato secondario o dei cds, sia una risposta talmente valida ed equa, da generare difficoltà al sistema bancario e, a cascata, difficoltà alle imprese e alle famiglie richiedenti prestiti e in definitiva all’economia di un paese.

C’è anche da chiedersi se i mercati, nel caso in cui le banche adottassero il criterio del costo storico, si accontenterebbero della valutazione fatta dalle banche stesse, o procederebbero per conto proprio a rideterminare la valutazione con il criterio del mark to market.

Per completezza va ricordato che il principio mtm fu cancellato negli USA nel 1938 perché esso stava contribuendo al disordine finanziario durante la Grande depressione. Reintrodotto nel 2007 con il FASB n. 157 il principio mtm fu alla base del fallimento della Lehman Brothers e quindi fu contestato da più parti e fu sospeso il 2 aprile 2009.

I titoli tossici

Va ricordato che alcune banche detengono i famosi titoli tossici che non hanno una valutazione di mercato. In tal caso è applicabile il criterio del costo storico ma non il criterio del mark to market. Come si comporta la BCE? Incredibilmente la BCE accetta l’autovalutazione fatta dalle banche, senza costringere le stesse a svalutazioni e ricapitalizzazioni.

Da Il Sole 24 ore

Per cinque grandi banche europee la terribile crisi finanziaria che ha rischiato di far implodere il sistema bancario mondiale non è ancora dietro le spalle. Le scorie della crisi del 2007 sono ancora lì, depositate come una nube radioattiva nei loro bilanci. Sono i famigerati Cdo, gli Abs, i mutui subprime cartolarizzati e le altre diavolerie della turbo-finanza speculativa che non sono stati del tutto metabolizzati e “valgono” tuttora per 5 colossi bancari la cifra di 549 miliardi di dollari.
Le banche in questione che Moody's ha messo nel mirino, segnalandole in un report, sono nomi blasonati della finanza europea. Si tratta delle due britanniche Royal Bank of Scotland eBarclays; dei due colossi svizzeri dell'investment banking Credit Suisse e Ubs e della tedesca Deutsche Bank. Sono gli istituti su cui, secondo le valutazioni dell'agenzia Usa i cosiddetti legacy asset, i residui illiquidi e tossici dell'era travagliata dei subprime e dei derivati, pesano ancora in modo significativo. Nei bilanci dei 5 colossi sono infatti ancora contabilizzati, a dieci anni dall'avvio della crisi, ben 549 miliardi di dollari di asset illiquidi parcheggiati in attesa di uno smaltimento che è in buona parte avvenuto, ma che conserva questa pesante coda velenosa.
La parte del leone la fanno i due big inglesi: Barclays ha in pancia tuttora 303 miliardi di spazzatura finanziaria, ben il 20% del suo attivo di bilancio. Rbs ne vanta per 133 miliardi. Seguono le due svizzere Ubs e Credit Suisse con un ammontare di 57 e 56 miliardi di dollari, rispettivamente. In una posizione di maggior tranquillità sta Deutsche Bank che ha venduto molto e ha un residuo di soli 5,8 miliardi.

La Cassazione con sentenza 47421/11 sostiene che il mark to market “non esprime affatto un valore concreto ed attuale, ma esclusivamente una proiezione finanziaria basata sul valore teorico di mercato in caso di risoluzione anticipata. Il valore del mark to market, infatti, è influenzato da una serie di fattori ed è quindi sistematicamente aggiustato in funzione dell’andamento dei mercati finanziari, dovendosi poi attrarre nell’ambito dei relativi parametri di determinazione anche l’up to front erogato e l’utile per la banca”.   

Conclusioni

Con quanto riportato nei paragrafi precedenti, mi pare evidente che la materia è ostica e complessa ma una conclusione, anche se non r

I principi contabili

Il mark to market (mtm) è un principio contabile che prescrive alle banche di valutare i titoli posseduti al valore di mercato. Ciò comporta che se la quotazione di mercato è positiva la banca può registrare utili non realizzati;  ma se le quotazioni di mercato sono negative  gli assets detenuti dalle banche vanno svalutati al loro valore di mercato, si genera quindi una perdita non realizzata ma che va a ridurre il patrimonio netto e di conseguenza riduce i prestiti che la banca può erogare essendo parametrati al patrimonio netto in base ai criteri del Common Equity Tier 1 (CET1). La valutazione è determinata dal mercato, principalmente dal mercato dei Cds, dai credit default swaps che sono basati sul rischio di credito ovvero sul rischio che quel titolo possa non essere rimborsato per default dell’emittente.

L’altro principio contabile che viene contrapposto al mtm, è quello del costo storico, ovvero i titoli vanno iscritti a bilancio al costo sostenuto per acquistare i titoli stessi. La banca con questa valutazione non registra perdite se non al momento in cui, vendendo i titoli, realizzasse un eventuale ricavo inferiore al costo di acquisto. E’ ovvio che se parliamo di titoli di stato, che vengono rimborsati a scadenza, nessuna banca registrerà mai una perdita (a meno che lo stato vada in default). La banca, adottando il principio del mtm, dovrebbe invece registrare una perdita nei momenti in cui il mercato quotasse un valore inferiore.

I principi contabili sono determinati da istituzioni internazionali (FASB, IASB) e sono ispirati a principi economici che seguono filosofie orientate al liberismo. Il principio fondamentale è quello per cui il mercato dà sempre i valori corretti stante le informazioni di cui esso dispone, per cui nel rispetto della trasparenza, per correttezza verso i risparmiatori e gli investitori, i bilanci delle banche devono adeguarsi al principio del mark to market. Va altresì osservato che il mtm è coerente con il ragionamento per cui se la banca vendesse quell’asset, oggi ricaverebbe quello che il mercato indica; ma d’altra parte se la banca non vende non subisce nessuna perdita e non si vede perché perdite “potenziali” ma anche improbabili, debbano causare conseguenze reali e di grave portata nell’erogazione dei prestiti, causando un credit crunch ingiustificato, che oltretutto avrebbe riflessi pro-ciclici. 

D’altro canto va osservato che la contabilizzazione al prezzo d’acquisto negherebbe di riconoscere il rischio di una reale difficoltà dell’emittente, nascondendo a risparmiatori e investitori i rischi che un default dell’emittente potrebbero causare alle banche, ai risparmi, alla finanza.

Non va infatti dimenticato che il valore di mercato viene determinato dalla valutazione del rischio che l’emittente non sia in grado di onorare il suo debito; lo spread è calcolato infatti dai credit default swaps ovvero quanto debbo aggiungere al tasso di interesse di riferimento (Bund tedesco ad esempio) come costo di assicurazione, come premio che dovrei pagare per assicurarmi contro il rischio di default dell’emittente.

La domanda è se il valore di mercato, determinato sul mercato secondario o dei cds, sia una risposta talmente valida ed equa, da generare difficoltà al sistema bancario e, a cascata, difficoltà alle imprese e alle famiglie richiedenti prestiti e in definitiva all’economia di un paese.

C’è anche da chiedersi se i mercati, nel caso in cui le banche adottassero il criterio del costo storico, si accontenterebbero della valutazione fatta dalle banche stesse, o procederebbero per conto proprio a rideterminare la valutazione con il criterio del mark to market.

Per completezza va ricordato che il principio mtm fu cancellato negli USA nel 1938 perché esso stava contribuendo al disordine finanziario durante la Grande depressione. Reintrodotto nel 2007 con il FASB n. 157 il principio mtm fu alla base del fallimento della Lehman Brothers e quindi fu contestato da più parti e fu sospeso il 2 aprile 2009.

I titoli tossici

Va ricordato che alcune banche detengono i famosi titoli tossici che non hanno una valutazione di mercato. In tal caso è applicabile il criterio del costo storico ma non il criterio del mark to market. Come si comporta la BCE? Incredibilmente la BCE accetta l’autovalutazione fatta dalle banche, senza costringere le stesse a svalutazioni e ricapitalizzazioni.

Da Il Sole 24 ore

Per cinque grandi banche europee la terribile crisi finanziaria che ha rischiato di far implodere il sistema bancario mondiale non è ancora dietro le spalle. Le scorie della crisi del 2007 sono ancora lì, depositate come una nube radioattiva nei loro bilanci. Sono i famigerati Cdo, gli Abs, i mutui subprime cartolarizzati e le altre diavolerie della turbo-finanza speculativa che non sono stati del tutto metabolizzati e “valgono” tuttora per 5 colossi bancari la cifra di 549 miliardi di dollari.
Le banche in questione che Moody's ha messo nel mirino, segnalandole in un report, sono nomi blasonati della finanza europea. Si tratta delle due britanniche Royal Bank of Scotland eBarclays; dei due colossi svizzeri dell'investment banking Credit Suisse e Ubs e della tedesca Deutsche Bank. Sono gli istituti su cui, secondo le valutazioni dell'agenzia Usa i cosiddetti legacy asset, i residui illiquidi e tossici dell'era travagliata dei subprime e dei derivati, pesano ancora in modo significativo. Nei bilanci dei 5 colossi sono infatti ancora contabilizzati, a dieci anni dall'avvio della crisi, ben 549 miliardi di dollari di asset illiquidi parcheggiati in attesa di uno smaltimento che è in buona parte avvenuto, ma che conserva questa pesante coda velenosa.
La parte del leone la fanno i due big inglesi: Barclays ha in pancia tuttora 303 miliardi di spazzatura finanziaria, ben il 20% del suo attivo di bilancio. Rbs ne vanta per 133 miliardi. Seguono le due svizzere Ubs e Credit Suisse con un ammontare di 57 e 56 miliardi di dollari, rispettivamente. In una posizione di maggior tranquillità sta Deutsche Bank che ha venduto molto e ha un residuo di soli 5,8 miliardi.

La Cassazione con sentenza 47421/11 sostiene che il mark to market “non esprime affatto un valore concreto ed attuale, ma esclusivamente una proiezione finanziaria basata sul valore teorico di mercato in caso di risoluzione anticipata. Il valore del mark to market, infatti, è influenzato da una serie di fattori ed è quindi sistematicamente aggiustato in funzione dell’andamento dei mercati finanziari, dovendosi poi attrarre nell’ambito dei relativi parametri di determinazione anche l’up to front erogato e l’utile per la banca”.   

Conclusioni

Con quanto riportato nei paragrafi precedenti, mi pare evidente che la materia è ostica e complessa ma una conclusione, anche se non risolutiva di tutti i problemi, mi pare possa essere raggiunta, a mio parere, nei seguenti termini.

Partiamo dall’assunto che sta alla base dell’applicazione del criterio del mark to market: “Il principio fondamentale è quello per cui il mercato dà sempre i valori corretti stante le informazioni di cui esso dispone, per cui nel rispetto della trasparenza, per correttezza verso i risparmiatori e gli investitori, i bilanci delle banche devono adeguarsi al principio del mark to market.”

Mi pare poter affermare che se il mercato “non sbagliasse mai” non si spiegherebbe il fenomeno delle “bolle speculative”, ricorrenti, continui, distruttivi quasi congeniti disastri che originano dal mercato smentendo l’assunto filosofico del liberismo. Quello che a mio parere va contestato non tanto il principio di trasparenza (se una banca è a rischio è bene che risparmiatori e investitori lo sappiano), quanto l’assumere il cosiddetto valore di mercato come parametro di riferimento delle valutazioni degli assets bancari e dei titoli di stato in primis. Quel tipo di valore di mercato estremamente sensibili ad influenze di fattori esterni (o forse meglio, interni alla logica capitalista) quali la politica (Draghi afferma che lo spread è una questione politica), e la speculazione (i ribassisti hanno facile gioco a svalutare titoli di stato con vendite a consegna differita, la storia ce lo insegna). Sarà, ritengo, legittimo dubitare:

  • di un principio contabile accusato del fallimento della Lehman Brothers che, dopo il fallimento, è stato sospeso forse anche perché quei titoli che furono svalutati, causando il fallimento, tornarono a quotazioni positive;
  • di un “mercato” che non riesce a spiegare la sua infallibilità nelle ripetute, ricorrenti, sempre più gravi “bolle speculative” che nascono non da difetti del sistema ma sono al contrario insite nel meccanismo del libero mercato, nel suo dna (vedasi il lungo elenco di bolle in Roubini);
  • di un principio contabile di dubbio fondamento che tuttavia se applicato crea fasulli utili non realizzati ma anche perniciose perdite potenziali che tuttavia incidono sul funzionamento delle banche e incidono sulle potenzialità di credito alle famiglie e alle imprese.
  • di un principio contabile che ignora come comportarsi, dichiarando la sua impotenza, nel valutare quei titoli tossici alla base della crisi del 2007, che ancora sono contabilizzati dalle banche secondo loro autovalutazioni.

Ci sono alcune prassi o proposte alternative ai due principi contabili sopra esaminati; una proposta è quella di valutare gli assets per il 50% al mtm e per l’altro 50% al costo storico; in Spagna le plusvalenze sulle quotazioni vanno accantonate in un fondo cui attingere in momenti di caduta delle quotazioni. Non ho ancora una proposta da avanzare, sono tuttavia convinto che il principio mtm vada superato e sostituito da un criterio meno isterico e manovrabile, sia dalla politica che dalla speculazione, e che sta diventando oggetto di conflitto tra i nazionalismi interni all’Unione Europea.

A conferma dell'irrazionalità del principio del "mark to market", rilevo che è stata recentemente  introdotta una importante novità contabile per cui le banche hanno la possibilità di trasferire i titoli di Stato posseduti dal portafoglio di "trading" ovvero portafoglio di titoli destinati ad essere rivenduti sul mercato, al portafoglio in cui vengono custodite i titoli liquidabili solo alla loro scadenza. Questo criterio evita alle banche di svalutare i propri assets con le conseguenze sul patrimonio e quindi sulla capacità di erogare prestiti, praticamente è un ritorno al principio contabile del costo storico purchè quei titoli siano mantenuti in portafoglio fino a maturazione.

Tuttavia questo principio di buon senso disconosce ogni valore a quello che lo spread dovrebbe rappresentare, ovvero il costo di una polizza assicurativa contro il rischio di default dell'emittente; il principio così come innovato dà per scontato che a scadenza l'emittente onorerà completamente il suo debito. E ciò, in un momento in cui si parla anche di rischio di denominazione, non appare totalmente condivisibile.

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