Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Sulla relazione fra cultura e politica, in America Latina In evidenza

di Tomas Emilio Silvera

Prima di iniziare, voglio dire grazie al partito di Convergenza socialista, che mi permette con continuità mensile di dedicare ai lettori un articolo peculiare su temi concernenti il mio continente dell'America Latina. 

Credo sia davvero importante considerare i nostri valori culturali soprattutto alla luce dei concetti quali "colonialismo", "dipendenza", "sottosviluppo”, “liberazione" e "rivoluzione".

Porre cioè la cultura in riferimento con il potere, sia economico che strettamente politico, in un continente la cui storia è rappresentata da una costante sequenza di colonizzazioni. 

Proprio da una analisi più profonda della nostra realtà, sorge l'esigenza di una visione e un approccio critico focalizzato dal punto di vista del potere. 

È vitale la necessità di integrare la sfera della cultura nel regno della politica e dell'economia. Così, invece di presentarsi dilemmi secondari come " originalità" o " imitazione", "autenticità" o " inautenticità”, sarebbe meglio parlare direttamente di una cultura rivoluzionaria o di una cultura reazionaria.

Il tema della originalità non interessa più, quando si procede sulla strada di questo criterio. Si è visto ad esempio come nel passato alcuni regimi e ideologi politici hanno stimolato la demagogia della " originalità" per non compromettersi nella grande lotta verso il socialismo. Così ad esempio Haja De La Torre parlò della " specificità" indigena d’America, per non intraprendere la direzione verso il socialismo e appellarsi alla necessità di un capitalismo nazionalista e umanizzato.

Peròn si è riferito alle essenze argentine, alle originalità argentine, alla argentinità per proporre una rivoluzione né socialista né capitalista ma " giustizialista", molto originale e personale. 

"L'originalità politica" è terminata in una specie di riformismo in cui alcune aggiunte o trasformazioni al liberalismo classico sono state presentate come obbligatorie, a causa di una realtà molto peculiare e " sui generis" (ad esempio nello Stato Nuovo di Vargas o in alcuni governi della rivoluzione messicana).

Nel secolo passato, molti intellettuali si sono lanciati alla ricerca di questo " sui generis" senza prevederne le conseguenze. Dove è stato possibile, hanno cercato tale cultura nella realtà indigena o nello specifico folklore delle regioni o in certi atteggiamenti psicologici, altri nel fatto stesso di costruire paesi emigranti, ecc.

Curiosamente, nella alchimia politica queste " peculiarità" sono divenute strumenti antisocialisti, contrari alle dottrine internazionaliste che non difendono le originalità nazionali.

Così di conseguenza un socialista è visto come un antimessicano o un antiargentino ecc.

Alcuni partiti politici hanno preteso giustificare il loro dominio con la loro autenticità, il loro 'ancestrale nazionalismo'.

Inoltre, si parla troppo generalmente di un padrone occidentale della cultura, e vengono proposte nuove attitudini verso di esso. Si propone allora una imitazione o una assimilazione, un comportamento passivo o strumentalizzato che ci permetta di assorbire

lo spirito del padrone occidentale, o selezionare " aspetti" più appropriati a noi.

Con questa attitudine di selezione dobbiamo affrontare il problema della dipendenza: dobbiamo separare i beni della cultura occidentale come ci viene presentata dalle potenze coloniali.

Poi, le considerazioni semplicemente sociologiche della cultura latino americana si limitano a segnalarne il carattere sottosviluppato, ovvero il suo carattere di élite. 

Il concetto di sottosviluppo si riferisce soprattutto alla struttura socio-economica del paese e consiste nell'affermare che questa è formata da due tipi economia: una come prodotto della penetrazione imperialista, e un'altra con carattere meno moderno che non è incorporato ad essa.

Un simile dualismo si ripete anche nelle strutture sociali: esiste un tipo sociale che vive nel primo tipo di economia, e un altro emarginato la cui incorporazione è problematica. Secondo il pensiero dei sociologi che si preoccupano del sottosviluppo si dice alternativamente che i gruppi e le economie emarginate devono incorporarsi alla società e alla economia moderna, o meglio che la penetrazione imperialista determina simile dualismo (che invece di ridursi si separa sempre più). 

Tale struttura provoca un danno alla cultura, e si desidera che la maggioranza emarginata si impossessi di essa al più presto.

Infatti, il carattere elitario della cultura viene determinato dalla struttura  della società sottosviluppata.

Sottosviluppo, cultura, ed economia

Un criterio che potremmo chiamare " evoluzionista" comprenderebbe la cultura dal punto di vista quantitativo. Considera la percentuale della popolazione che ha accesso ad essa e ne determinino se un paese è o non è sottosviluppato. 

Con questo criterio, molti sociologi hanno affermato che l'indice del sottosviluppo culturale è stato superato. Ostili a tutto ciò che rappresentano considerazioni oggettive, essi scrivono statistiche di alfabetizzazione, di incremento di studi universitari, di edizioni di libri, per affermare che manca solo superare alcuni ostacoli d'ordine economico per iniziare "lo sganciamento".

Assimilando il problema della cultura al processo della educazione e della formazione professionale, questi sociologi si occupano che la società potrà occupare il cumulo di professionisti laureati o se vi é denaro e commercio che possano incrementare la ricerca scientifica. Qualcuno tiene in considerazione l'imperialismo, ma solo come un processo che causa la fuga di cervelli o come importazione innecessaria di tecnologia che sostituisce la ricerca nazionale. È chiaro che tali problemi culturali hanno certo la loro soluzione nelle strutture sociali ed economiche.

Si tratta di una sociologia molto limitata, perché si può dire che la cultura latinoamericana è fondamentalmente classista e dipendente, non solo per il fatto che pochi usufruiscono di essa, ma per sue caratteristiche proprie.  È poco avanzato il socialismo, almeno quello latino americano ed è per questo che non ha potuto esprimere con chiarezza i contenuti della cultura rivoluzionaria.

A Cuba, ad esempio, due anni dopo la rivoluzione socialista si riunì un 'Congresso nazionale di educazione e cultura' ed emise una dichiarazione che fra le altre cose ebbe lo scopo di stabilire quale fosse il profilo di una cultura rivoluzionaria.

D'altra parte, si assicura il criterio quantitativo: la cultura nata dalla lotta rivoluzionaria

 "è per la classe lavoratrice in genere…per la conquista e lo sviluppo del più valido sforzo culturale umano, il cui accesso fu impedito durante i secoli dagli sfruttatori ".

L'universalismo di questa dichiarazione è costituito dal criterio con il quale i rivoluzionari devono intraprendere questo dinamico processo umano sentito con una certa unità 'monolitica ed ideologica'; monolitismo che Fidel Castro avverte con soddisfazione in un discorso preliminare attraverso cui ogni rivoluzionario può avvicinarsi ed esaminare ad esempio " questo fenomeno di mode, costumi, stravaganze della putrefatta società borghese" senza esserne contaminato.

In questa dichiarazione vi sono indicazioni interessanti, per esempio che: "l'aspetto fondamentale per considerare la valorizzazione di un giovane nella rivoluzione deve essere la sua condotta sociale, cioè la sua partecipazione nello sforzo collettivo di trasformazione rivoluzionaria della società".  È questa dimensione sociale, questa sensibilità per il sociale ciò che può più portare il socialismo alla cultura latino americana. 

Già Fidel Castro lo aveva detto: "una rivoluzione non può esser solo opera della necessità e della volontà di un popolo". Il popolo, la società è il prisma attraverso il quale deve vedersi tutto, non solo i problemi politico- economici, ma anche i valori della cultura. "Per noi sarà buono ciò che lo sarà per le masse, per noi sarà nobile, utile e bello tutto ciò che è nobile, utile e bello per esse. Se non pensiamo per le masse sfruttate del popolo, per queste immense masse che vogliamo redimere, allora semplicemente non abbiamo un comportamento rivoluzionario".

Che Guevara definì questa sensibilità per il sociale come una forma di amore.

"Lasciatemi dire - scriveva all'amico Carlos Quijano - a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti di amore, è impossibile pensare ad un rivoluzionario autentico senza questa qualità. Forse questo è uno dei grandi drammi del dirigente, che deve unire ad uno spirito appassionato una mente fredda, e prendere decisioni dolorose senza contrarre un muscolo. I nostri rivoluzionari di avanguardia devono idealizzare questo amore al popolo, alle cause più sacre, e renderlo unico, indivisibile".

"...bisogna avere una grande dose di umanità, una grande dose del senso della giustizia e della verità per non cadere in estremismi dogmatici, in nozionismo freddo, in isolamento dalle masse; ogni giorno bisogna lottare perché questo amore alla umanità vivente si trasformi in fatto concreto, in atti che servano da esempi, da mobilizzazioni".

Fidel Castro ha inoltre sottolineato che il marxismo non può dimenticare che la sua dottrina è poco statista, che di fatto postula l'eliminazione dello Stato, e che l'ideale non è la coscienza dell'individuo con lo Stato, ma dell'individuo con la Società.

La critica, tanto pratica come teorica, tanto politica come culturale è uno dei motori della trasformazione storica, non possiamo rinunciarvi; affermare che la autocritica socialista favorisce il capitalismo  significa mettere le condizioni per creare il dogmatismo, lo Stato dispotico rifiutato da Che Guevara; e voler sostituire le critiche che provengono dalla società ( della quale sono parte gli intellettuali o gli artisti) con una autocritica che solo lo Stato o il capo di Stato è autorizzato,  equivale a comparare questo con il Dio hegeliano che nel suo monolitismo ed unità si nega e  afferma a se stesso.

Una delle critiche più importanti alla cultura borghese da parte del socialismo è il suo carattere individualista, per il fatto che sia solo per alcuni. Manca alla cultura borghese questo amore sociale difeso dalla cultura socialista.

Va aggiunto che non si dovrebbe concepire la cultura popolare come una cultura inferiore, e molto meno conservatrice: il problema che devono presentarsi gli intellettuali e gli artisti rivoluzionari concerne piuttosto i modi della comunicazione pubblica, da un lato, e il valore ritrovato nella espressione delle caratteristiche sociali, dall'altro lato.

Un ulteriore aspetto della cultura socialista, già fatto notare' dal grande pittore messicano dei' murales' Diego Rivera (1886/ 1957), poi ampiamente sviluppato da marxisti come Marcuse, riguarda l'integrazione dell'arte e in generale dei criteri estetici nella sfera delle necessità economiche e politiche.  

In America Latina l'ambiente dell'arte e della cultura è stato isolato dalla vita quotidiana, appartato dal mondo del lavoro, dalle industrie e perfino dalla scuola; partecipare in esso ha significato spesso confinarsi ad un angolo della vita, una specie di rifugio contro le durezze della vita; l'ambiente della cultura appare una realtà astratta, artificiale, come una evasione. Perciò in una società veramente libera, bisogna integrare l'arte e la cultura alla vita.

Diego Rivera proponeva fabbriche costruite con criteri estetici, senza danneggiarne la funzionalità; e concepiva l'architettura soprattutto quella pubblica in fusione con la cultura, la scultura e il paesaggio.

"Non dovrebbero più esistere musei d'arte - diceva - ma la città dell'uomo dovrebbe essa stessa essere cultura e arte. La stessa casa o abitazione si dovrebbe costruire con criteri estetici “, e i suoi esperimenti in questo campo - anche se a volte falliti - furono audaci e rivoluzionari. 

Rompere il carattere speciale della cultura, liquidare il suo monopolio da parte di una élite, renderla sociale in un senso ampio e profondo della parola, sono alcuni degli scopi di ciò che potremo chiamare " cultura rivoluzionaria".

La critica socialista alla economia e alla cultura borghese culmina con l'idea della creazione di un 'uomo nuovo’: in questo si fa portavoce il marxismo, nella storia.

L'uomo non ha una natura inalterabile né immutabile, anzi può cambiare profondamente. Il filosofo Marcuse distinguendo fra necessità fisiologiche e biologiche proprie della vita, annuncia un cambiamento nella biologia dell'uomo, in quanto ogni vita e sociale.

Da parte sua, Che Guevara si rivolge al futuro uomo del XXI secolo. E già il teorico comunista peruviano Josè Carlos Mariateguì (1894 - 1930) nella seconda decade del 1900 parlava della “anima mattutina" della classe proletaria. Se ciò può sembrare troppo immaginativo, Mariategui osservava che non può esistere rivoluzione senza immaginazione;

 il tradizionalista, secondo lui, solo immagina " la vita come è stata”; il conservatore "solo come è"; il rivoluzionario lotta per modificare ciò che vede e percepisce, e in questo senso è un utopista. E riferendosi a Bolivar e alla generazione della Indipendenza della nostra America, riconosce i loro meriti proprio nella capacità di immaginare. La grandezza dei liberatori è stata nell’aver visto una realtà potenziale, superiore.

Così non vi è motivo per non credere ad un uomo diverso, dove il socialismo autentico presenta valori completamente nuovi, in confronto con la selettiva e frammentaria filosofia e cultura latinoamericana. 

Così, si possono superare i "complessi di inferiorità", o incorporare gli indigeni al "mondo civilizzato", liquidare la società duale del sottosviluppo, ma a condizione di cambiare il quadro totale e affrontare tutti questi problemi come strutturati in un sistema ‘ che deve essere negato', e solo questo tipo di negazione dà la possibilità del " salto" verso il nuovo.

Qui ancora ricordiamo come certi tipi di sociologia latino americana, quando fanno astrazione dei contenuti della cultura, e quando la considerano quantitativamente, limitano la profondità dell'analisi. 

L'interesse verso le forme culturali " originali "è completamente sterile, se privo di almeno un significato liberatore. E per quanto riguarda i sentimenti nazionalisti, con estese affinità comuni alla cultura nel nostro continente, sono similmente improduttivi se non si traducono in termini di anti imperialismo.

 Una ultima considerazione da lasciare, senza sospendere le osservazioni critiche dei periodi passati della nostra storia, è comunque un auspicio e il forte desiderio che i lavoratori latino americani possano indirizzare soprattutto  verso il  futuro il  loro  impegno, la responsabilità e l'attenzione  ai difficili cambiamenti che ci aspettano. 

Ultima modifica ilDomenica, 10 Aprile 2022 06:31
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