Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La guerra asimmetrica contro Venezuela continua: una guerra “sucia” e illegale. Illegale per il diritto internazionale

di Maddalena Celano

Durante la cosiddetta "epidemia del secolo", la bellicosa diplomazia degli Stati Uniti, ha deciso di approfondire la sua guerra non convenzionale e asimmetrica contro il Venezuela. Con una serie di azioni che cercano di generare paura e terrore (shock e timore referenziale) nei ranghi "nemici". L'Amministrazione Trump ha attivato, questo 26 marzo 2020, il miserabile piano progettato dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, e dal rappresentante speciale per il Venezuela, Elliott Abrams, il cui obiettivo finale è cercare di provocare un "cambio di regime" nel paese che ha le riserve di idrocarburi più grandi al mondo.

Quel giorno, in quello che sembra segnare un nuovo punto di non ritorno sotto “il quadro” giudiziario del colpo di stato (Lawfare), il procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, ha annunciato accuse penali di narco-terrorismo, traffico di cocaina, riciclaggio di denaro sporco e corruzione contro il legittimo Presidente del Venezuela, Nicolás Maduro; e una dozzina di alti funzionari civili e militari, nonché leader del processo bolivariano - e persino un paio di fuggitivi generali della giustizia venezuelana - sotto la grottesca dicitura di "aver partecipato a un'associazione criminale" che avrebbe coinvolto una "organizzazione terroristica estremamente violenta "- le estinte forze armate rivoluzionarie della Colombia, FARC -, oltre a "cospirare" per la vendita di droghe come "arma" contro gli Stati Uniti.

Il 31 marzo 2020, in un'altra inammissibile interferenza - che viola il diritto internazionale e i principi delle Nazioni Unite, tra cui quello di non ingerenza, l'autodeterminazione dei popoli e la prescrizione dell’ uso della minaccia o dell'uso di forza nelle relazioni internazionali, Pompeo e Abrams, hanno pubblicato il loro "piano" eufemisticamente denominato "Quadro per la transizione democratica in Venezuela" (il cui unico scopo è rovesciare Maduro), seguito il 1 aprile dall’annuncio di Donald Trump del lancio di una nuova operazione militare antidroga navale, nelle acque dei Caraibi e del Pacifico.

Trump, che è apparso affiancato nell'Ufficio Ovale dal Segretario alla Difesa Mike Esper e dal Capo di Stato Maggiore Generale, Mark Milley, ha dichiarato che le operazioni marittime antidroga saranno dirette contro quella che ha definito una "minaccia crescente" di "trafficanti di droga e terroristi" che cercheranno di "approfittare" della crisi causata dalla pandemia di coronavirus per introdurre droghe negli Stati Uniti e colpire i cittadini.

A sua volta, il segretario Esper, ha identificato il Venezuela come una minaccia particolare, accusando “l’illegittimo regime Maduro" di dipendere dai profitti del traffico di droga per rimanere al potere.

Pino Arlacchi e le bufale della CIA e del Pentagono

Nel quadro della nuova fase della guerra ibrida degli Stati Uniti, contro il processo bolivariano in Venezuela, vale la pena ricordare che il 15 aprile 2019, durante una sessione di domande e risposte presso l'Università del Texas, il Segretario di Stato, Mike Pompeo, ha affermato, con risate e applausi: “Ero direttore della CIA (Central Intelligence Agency). Mentiamo, imbrogliamo e rubiamo. Abbiamo anche istituito dei corsi di formazione." (Sebbene la trascrizione ufficiale del Dipartimento di Stato non includesse tali affermazioni, sono state registrate in video).[1]

La confessione di Pompeo è arrivata a confermare ciò che è pubblico e noto ed è registrata in centinaia di documenti ufficiali e letteratura sulla CIA, degli ultimi 60 anni. Ma è singolare che il capo della diplomazia americana si riferisca a se stesso come un bugiardo e un ladro. Soprattutto nell'attuale congiuntura, quando gli esperti di comunicazione del Pentagono e della CIA hanno lanciato una nuova fase della guerra non convenzionale contro il Venezuela, progettata sulla base di operazioni di guerra psicologica, propaganda segreta e messaggi indiretti attraverso i media.[2] A questo proposito, le accuse del procuratore generale, William Barr, contro il presidente Maduro, il ministro della Difesa Venezuelano, Vladimir Padrino López, il presidente della Corte Suprema di Giustizia del Venezuela, Maikel Moreno, il ministro degli interni, Néstor Reverol e il presidente dell'Assemblea Costituente Nazionale Diosdado Cabello, tra gli altri, di intraprendere una "cospirazione narcotorica" per inondare gli Stati Uniti di cocaina, insieme alle FARC, è assolutamente pretestuosa. La teoria di un "narco-stato”, in Venezuela, è pura finzione e le agenzie statunitensi lo sanno bene. Dopo aver appreso l’operazione statunitense, Pino Arlacchi (ex vice segretario dell’ONU ed ex direttore esecutivo del Programma anti-droga UNODC dell'ONU) scrive sul suo account Facebook, questo primo Aprile 2020: “Maduro narcoterrorista? Spazzatura politica priva di alcun fondamento. I veri problemi del Venezuela sono le aggressioni USA e la corruzione che il governo sta combattendo seriamente e i cui profitti finiscono nelle banche di Miami.

La mia intervista per Il Periodista”.[3]

Sempre Pino Arlacchi, ha scritto sul suo account Facebook, questo 12 maggio 2020, le seguenti affermazioni:

IL RACKET MAFIOSO CHE AGGREDISCE IL VENEZUELA

L’ultima aggressione al Venezuela, la sesta in due anni, è appena fallita. Gli Stati Uniti hanno montato l'ennesima operazione coperta contro il governo Maduro, finendo per l’ennesima volta nella cacca. E negando per l’ennesima volta di avere sostenuto l'azione criminale.

Da 50 anni in qua, il copione è sempre lo stesso, cioè quello delle serie tv di bassa qualità. Un'armata Brancaleone di disertori, reietti umani, ex killer delle forze speciali vengono mandati allo sbaraglio contro un governo forte, popolare e dotato di apparati di sicurezza di prim'ordine.

In Venezuela trovano un solo pirla disposto a finanziare il loro delirio: Juan Guaidó. E quando il tutto raggiunge la sua ovvia conclusione, il capo della banda pubblica sul Washington Post il contratto criminale firmato da Guaidó e minaccia di citarlo in giudizio per non aver fatto la sua parte. Subito dopo, il direttore della CIA dice di non avere nulla a che fare con lo “sbarco dei porcellini”, e come prova di ciò non trova niente di meglio che dichiarare che se lo sbarco l'avesse preparato lui l'esito sarebbe stato differente. Facendo venire così in mente a tutti lo sbarco degli esuli cubani nella baia dei Porci, organizzato dalla CIA a Cuba nel 1961 e finito nel disastro più totale.

La cosa che non cessa di sconcertare anche i critici più sgamati dell'anonima assassini chiamata CIA è la sua incapacità di imparare dai propri sbagli. Il suo essere tutto tranne che un serio servizio di intelligence. Un servizio cioè in grado di usare il cervello prima di rapire, torturare e uccidere. Un servizio capace di suggerire al presidente degli Stati Uniti strategie di attacco che possono anche differire dal “vado, l’ammazzo e torno” degli Spaghetti Western. Se ai vertici della CIA non si fossero avvicendati degli psicopatici come Pompeo – un uomo che si è vantato di avere “rubato, mentito e ingannato” davanti ai cadetti di West Point - l'amministrazione Trump non avrebbe collezionato in Venezuela una serie così spettacolare di sconfitte dal 1999 in poi.

Solo un infermo di mente circondato da suoi pari può non arrivare a capire la ragione di fondo dei fiaschi di Caracas: i governi chavisti non sono gli esecutivi di una repubblica delle banane. Maduro ed i suoi non sono certo immuni da difetti anche seri, ma non sono al servizio dell’oligarchia compradora che ha spadroneggiato in Venezuela fino all’avvento di Chavez. Sono un governo nazional-popolare legittimato da un largo consenso espresso in regolari elezioni. I suoi ministri non sono pronti a calarsi le mutande di fronte al primo tycoon gringo o al primo bankster di Miami che dia rifugio ai loro soldi sporchi. Ed i militari venezuelani non tradiscono perché Chavez ha creato un esercito popolare, una forza armata atipica per l’America Latina, che è frutto di una profonda riforma democratica e che se ne frega del Pentagono. Una forza fedele alla Costituzione, affiancata da una milizia popolare di 4 milioni 150mila uomini e donne.

Pentagono e pianificatori militari sono consapevoli di tutto questo. Non ne fanno mistero e si oppongono ai deliri di Trump, Pompeo e simili. Basta consultare la simulazione di un attacco al Venezuela pubblicata su Foreign Affairs, la rivista dell’establishment atlantico: tutto inizierebbe come l’Iraq e finirebbe come il Vietnam.

Se è così, ci si può chiedere allora perché non scattino dei contrappesi alla crudele demenza che appesta la Casa Bianca. In fondo, anche il governo americano è un'entità complessa, e se il capo della CIA non è in grado di ragionare, ci dovrebbe essere qualcun altro – Congresso o Dipartimento di Stato, per esempio - a proporre strategie più razionali sul Venezuela.

Ma è proprio qui che sta la tragedia dell’attuale élite del potere americano. La perdita di contatto con la realtà è comune a quasi tutte le sue componenti, ed è tipica dei regimi in disfacimento. Dagli imperatori romani della decadenza in poi, le cabine di regia subiscono un processo degenerativo e si affollano di pazzi, delinquenti, e semplici imbecilli incapaci di valutare le conseguenze ultime delle loro azioni.

Il materiale umano avariato che compone l'amministrazione USA non è in grado, perciò, di governare processi a vasto raggio, ed è facile preda di gruppi di interesse relativamente piccoli. Nel caso del Venezuela, parliamo di un racket para-mafioso composto da un pugno di grassatori di Wall Street strettamente associati a membri dell'oligarchia venezuelana in esilio installati tra Harvard e Washington. Tutti insieme appassionatamente nel saccheggio del proprio paese.

Sono i burattinai di Guaidò. Mi riferisco ai beneficiari delle sanzioni e del blocco finanziario del Venezuela decisi dal tesoro americano (200 miliardi di dollari). Gli architetti del sequestro del pezzo più pregiato dell’industria petrolifera venezuelana, la mega-raffineria CITGO, localizzata negli Stati Uniti (30 miliardi di dollari). Parlo della stessa gang che ha distrutto la moneta nazionale del Venezuela (300 miliardi di dollari) tramite siti web che pubblicano false quotazioni del tasso di cambio. Una cupola affaristica che ha spinto il Tesoro USA a congelare i fondi del Venezuela depositati nelle banche di 15 nazioni (5 miliardi di dollari, sufficienti da soli a soddisfare i bisogni alimentari del paese per un paio di anni).

Dietro l’aggressione imperiale del Venezuela, quindi, agisce un perfido racket mafioso che assomiglia a Cosa Nostra. Ma è proprio in Italia che abbiamo dimostrato che la mafia non è invincibile".[4]

Più tardi, in un articolo firmato pubblicato da Telesur, sempre Arlacchi affermò che, dopo aver appreso la notizia dell'accusa contro Maduro e i membri del suo governo per il traffico di droga, era rimasto "senza parole".

"Non esiste la minima prova" a sostegno di quella "calunnia" che "esiste solo nella fantasia malata di Trump e dei suoi collaboratori".

Ha aggiunto che basterebbe consultare le due fonti più importanti sull'argomento: l'UNODC World Drug Report 2019 e l'ultimo documento della DEA, National Drug Threat Assessment 2019, per verificare le sue dichiarazioni. Secondo quest'ultimo, il 90% della cocaina introdotta negli Stati Uniti proviene dalla Colombia, il 6% dal Perù e il resto da origini sconosciute. Ma secondo Arlacchi, è il rapporto delle Nazioni Unite che fornisce il quadro più dettagliato, menzionando il Messico, il Guatemala e l'Ecuador come i luoghi di transito della droga negli Stati Uniti. E la valutazione della DEA cita i famosi trafficanti di droga messicani come i maggiori fornitori nel mercato statunitense.

"Non c'è traccia del Venezuela su nessuna pagina dei due documenti. E in nessun altro materiale delle agenzie anti-crimine degli Stati Uniti negli ultimi 15 anni (conosco molto bene l'argomento) menzionano fatti che possono indirettamente portare alle accuse lanciate contro il legittimo presidente del Venezuela e il suo governo. Pertanto, si tratta esclusivamente di immondizia politica, che spero venga trattata come tale al di fuori del sistema dei media politici degli Stati Uniti ", ha concluso Arlacchi.

Un rapporto dell'Ufficio della Politica nazionale per il controllo della droga della Casa Bianca, pubblicato il 5 marzo, indica che le colture di foglie di coca in Colombia sono aumentate di 4.000 ettari, per raggiungere 212.000; mentre la produzione di cocaina è cresciuta dell'8%, da 879 tonnellate a 951, cifre che hanno stabilito record storici.

Dalle tre fonti citate e dai detti di Arlachi, ne consegue che se gli Stati Uniti volessero davvero combattere il traffico di droga, l'obiettivo sarebbe la Colombia, non il Venezuela. Un altro obiettivo sarebbe quello di inseguire i cartelli che distribuiscono la droga negli Stati Uniti, che mantengono gran parte del profitto e lo riciclano lì.

A complemento di quanto precede, un recente rapporto dell'Ufficio di Washington sull'America Latina (WOLA), ha considerato "esagerato" il ruolo che viene assegnato al Venezuela nel commercio transnazionale di droga. Secondo il Consolidated Interagency Anti-Drug Database (CCDB) del governo degli Stati Uniti, citato da WOLA, nel 2018 210 tonnellate di cocaina sono passate attraverso il Venezuela e nello stesso periodo circa 10 volte più cocaina (2.370 tonnellate) è passata attraverso la Colombia e sette volte di più (1.400 tonnellate) dal Guatemala.

Parlando con la BBC Mundo, il direttore della WOLA Geoff Ramsey ha affermato che l'affermazione secondo cui Maduro "sta inondando deliberatamente" gli Stati Uniti con la cocaina è "assurda". E come Arlacchi, si riferiva ai dati della DEA. Secondo Ramsey, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha subito forti pressioni per fare quelle accuse da parte di settori difficili dell'opposizione venezuelana e della comunità di esilio a Miami, usando lo stesso copione usato dal governo George HW Panama, nel 1989, nel quadro della guerra fredda.

La politica di “giudiziarizzazione” (legge) del cambio di regime nell'amministrazione Trump, si concentrerà ora su agenzie di contrasto come l'FBI e la DEA, con il sostegno delle unità militari dispiegate nei Caraibi e nel Pacifico e i cosiddetti "appaltatori privati sicurezza". Va ricordato che l'attuale procuratore generale degli Stati Uniti, William Barr, era responsabile della stesura, nel 1989, della giustificazione legale per l'invasione di Panama e per l'FBI di entrare in terra straniera senza il consenso del governo ospitante. Inoltre, è stato Barr a gestire le azioni del genocida Elliott Abrams, accusato nel caso Irangate.

 

[1] Su youtube si trova sul Canale Ufficiale del Dipartimento di Stato USA,  al seguente link: https://youtu.be/x6wbfjspVww, consultato il 18/05/2020.

[2] Imad A. Moosa, The Economics of War: Profiteering, Militarism and Imperialism, Edward Elgar Editore, Cheltenham, U.K., 2019, p. 198.

[3] L’ intervista si può leggere al seguente link: Il Periodista.

[4]Pino Arlacchi dal suo account Facebook, consultato il 18/05/2020: https://www.facebook.com/PinoArlacchi/posts/3027173624013635?__tn__=K-R

Ultima modifica ilMercoledì, 20 Maggio 2020 07:13
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