Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La rinascita della questione palestinese

di Saleh Zaghloul, a cura di Maddalena Celano

Ad ogni capitolo della lunga storia della causa palestinese, i colonialisti USA ed i sionisti israeliani si sono illusi di aver sferrato l'ultimo colpo ai palestinesi o che quello sarebbe stato il colpo finale, ma il popolo palestinese ha sorpreso i suoi nemici più e più volte, riemergendo e ergendosi in piedi sempre più unito e sempre più forte.

Per molto tempo, Stati Uniti e Israele hanno provato a cancellare la questione palestinese dalla faccia della terra, e persino a cancellare la parola "palestinese" dal discorso diplomatico internazionale. Tuttavia, la questione palestinese resiste e col tempo impara a resistere meglio. Solo pochi mesi fa, il genero di Trump, Jared Kushner, quando aveva lanciato gli "Accordi di Abraham", aveva dichiarato che il conflitto arabo-israeliano poteva essere risolto senza affrontare la questione palestinese (facendo fare accordi tra le tirannie arabe petrolifere schiave del colonialismo USA e Israele). Nel giro di solo due settimane i palestinesi hanno seppellito "l’accordo del secolo" di Trump o gli “Accordi di Abramo”. Già molto prima del genero di Trump è stato Jimmy Carter, uno dei peggiori presidenti USA sulla questione palestinese, perché è stato, infatti, il primo presidente USA a tentare concretamente di aggirare la questione palestinese: nel 1977 aveva ipotizzato che raggiungendo un accordo con il tiranno egiziano Sadat, la Palestina sarebbe scomparsa e concertò l’accordo di Camp David tra Begin e Sadat, nel quale per i palestinesi non era previsto alcun Stato ma solo un’autonomia amministrativa nei territori occupati nel 1967.

Le vicende recenti

I recenti avvenimenti in Palestina, sono stati una sorpresa solo per i governi e per i mezzi di comunicazione occidentali non per il popolo arabo. Dal 1948, gli arabi (mi riferisco ai cittadini, non ai tirannici governi arabi reazionari schiavi degli USA e complici, fin dal 1948, fin dalla nascita della base militare del colonialismo internazionale chiamata Israele) hanno ben chiaro che il problema palestinese è al centro dello “scontro” arabo-israeliano, che la Palestina è araba. Ma Israele ha aggiunto altre dimensioni al conflitto, in virtù del suo espansionismo e della sua aggressione: ha occupato territori egiziani, giordani, libanesi e siriani e bombardato in tutto il Medio Oriente (raid di bombardamenti israeliani estesi a Tunisia, Sudan, Egitto, Siria, Libano, Iraq, Giordania; ha abbattuto un aereo di linea libico nel 1973 e sparato contro un aereo di linea civile libanese nel 1950). Ma malgrado 100 anni di aggressioni, la forza dell’Impero USA, tutta la violenza che Israele ha inflitto ai palestinesi, malgrado i regimi arabi tirannici che li sostengono, la questione palestinese e il suo movimento di liberazione rimangono al centro del conflitto mediorientale e resistono sempre più efficacemente.   

Nelle ultime settimane, i palestinesi hanno potuto dimostrare, ancora una volta, la loro unità: in primo luogo è andata in frantumi l'idea che i palestinesi, nel 1948, siano israeliani, e la frammentazione e la “bantustanizzazione” della Palestina non sono riuscite a rompere l'unità del popolo palestinese da Gaza, a Gerusalemme fino a il-Lid. Il 15 maggio 1948, durante la pulizia etnica ad opera degli occupanti sionisti, mio padre e mio nonno sono stati espulsi dalla città di il-Lid costretti a raggiungere a piedi Ramallah (dove sono nato io, nel 1961) diventando profughi nel loro stesso paese. Nel 1967, gli invasori sionisti con un'altra guerra hanno occupato Ramallah, e tutta la parte restante della Palestina (Cisgiordania e Gaza): mio padre, mia madre e io siamo fuggiti sotto le bombe ad Amman in Giordania. I miei genitori, profughi per la seconda volta, stavolta fuori dalla Palestina, fuori dalla loro terra. Confesso di essere stato felicemente sorpreso quando i palestinesi di il-Lid, la mia città d'origine, dopo 73 anni sotto il governo sionista e tentativi di cancellazione della loro identità palestinese (hanno passaporto israeliano), si sono ribellati a sostegno di Gerusalemme e della Resistenza a Gaza, innalzando la bandiera palestinese in centro città. Netanyahu ha chiesto di mandare l'esercito per opprimere le manifestazioni popolari dei palestinesi di al-Lid e nelle altre città occupate nel 1948 come Haifa, Yafa, Nazaret, Om el Fahm ecc. per opprimere le manifestazioni popolari dei palestinesi e questo per me è il segno più evidente del fallimento totale del progetto coloniale sionista.

La Palestina oggi: the state of the art

Oggi non è più possibile abbandonare i palestinesi all'interno della Palestina occupata, nel 1948 ad Israele, come voleva il processo di Oslo. E in un futuro processo di "pace" non è più possibile ignorare la loro situazione. L'ascesa del sionismo integralista estremista apertamente razzista ha provocato la sensibilità repressa del popolo palestinese sotto occupazione dal 1948 e ha scatenato una rivolta che non si vedeva più dal 1976 in quelle aree. L'agenda dell'azione nazionale palestinese non può più separare le posizioni del popolo palestinese. Nessuno potrà più vendere i diritti del popolo palestinese dopo oggi, soprattutto perché i frutti della vendita non erano altro che uccisioni, annessioni e oppressioni e apartheid israeliano riconosciuto tale persino da B’tslem un’organizzazione per i diritti umani israeliana e da Human Right Watch conosciuta per essere filo israeliana.

L’accordo di Oslo del 1993 intrapreso da una parte dell’OLP, dalla destra palestinese, ha causato danni enormi alla lotta palestinese: molti decenni di trattative e "processo di pace" non hanno sortito alcunché per i palestinesi, ma altresì causato una forte divisione tra i palestinesi e hanno creato un regime collaborazionista in Cisgiordania, il cui scopo è difendere Israele dalla resistenza palestinese. Massimo D'Alema, uno dei politici italiani più ferrato in politica estera aveva detto qualche tempo fa che "La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula "Due Popoli, Due Stati". Lo Stato Palestinese non c'è più, è stato occupato, colonizzato."  Ed è ritornato sull’argomento qualche giorno fa in collegamento video dicendo che "Hamas ha preso forza perché i palestinesi sono stati traditi e abbandonati dall’Occidente. La leadership palestinese, che si è spesa con una generosità quasi suicida in una politica di negoziati, non solo non ha ottenuto nulla ma è stata totalmente delegittimata. O l’Occidente è in grado di restituire verità al tema dei due Stati – smontando gli insediamenti, revocando l’annessione di Gerusalemme – oppure parliamo d’altro, ovvero di come si garantiscono i diritti dei palestinesi che giustamente descrivono la loro condizione come quella dell’apartheid." D’Alema finalmente dice qualcosa di “sinistra”, dice qualcosa che si avvicina molto alla realtà di quanto è successo e succede in Palestina. D’Alema fa anche qualche critica all’Occidente oltre che una decisa una forte confessione, nella parte finale del video, sui finanziamenti UE a sostegno dell’occupazione, ma non fa autocritica: dice giustamente che i palestinesi sono stati traditi, ma si dimentica di averli traditi lui stesso. Più precisamente ha tradito la borghesia palestinese e la destra palestinese del suo amico Arafat. È un vecchio vizio quello della sinistra italiana di privilegiare i rapporti con la destra palestinese, non solo da parte di D'Alema ma lo stesso fecero anche Berlinguer e Craxi che erano grandi sostenitori della causa palestinese. Figuriamoci la sinistra di oggi che è ormai lontanissima dalla sinistra di Berlinguer e Pertini, che lotta per sopravvivere ed è incapace di solidarizzare persino con se stessa e quindi non in grado di poterlo fare con la Palestina o come dovrebbe con la sinistra palestinese. È più facile che solidarizzi con l'altra destra islamista patriottica palestinese quando arriva l’ordine di Biden ai vassalli europei di riconoscere che essa è un partner per la soluzione della questione palestinese. Quando D’Alema aveva accreditato Clinton (quello che affermava sotto giuramento che il "sesso orale non è sesso", quello che ha bombardato Belgrado facendo scoppiare la guerra nel mezzo dell'Europa dopo decenni dall'orribile 2° guerra mondiale) quale capo della sinistra mondiale e dichiarato, esattamente come Clinton, che Arafat non era un partner credibile per la pace, sostenendo così la falsa campagna che voleva Arafat responsabile del fallimento del vertice di Camp David con Clinton e Barak nel luglio 2000.  D'Alema così facendo ha partecipato all'isolamento di Arafat che poco tempo dopo viene assediato dagli israeliani nel suo palazzo presidenziale a Ramallah, e poi viene avvelenato e ucciso.  I palestinesi sanno benissimo tutto ciò e sanno benissimo che non hanno ottenuto nulla da Oslo se non più divisione e più oppressione. Ma dopo i recenti avvenimenti e l’eccellente condotta della Resistenza palestinese di Gaza, si potrebbe invece affermare con certezza ormai che il popolo palestinese è tutto unito intorno alla Resistenza a Gaza e dappertutto in Palestina. Sono in Italia dal 1979 e posso testimoniare con certezza che anche i palestinesi in Italia hanno trovato l’unità e che non sono mai stati uniti come lo sono oggi. La parte più importante delle manifestazioni di solidarietà con la Palestina è stata infatti organizzata unitariamente da tre associazioni di palestinesi di diversi orientamenti politici, culturali e generazionali: Giovani Palestinesi d’Italia (GPI), Associazione dei palestinesi in Italia (API) e Unione Democratica Arabo Palestinese (UDAP) hanno per la prima volta lavorato tutte insieme unitariamente e con successo nell’organizzare le manifestazione di solidarietà in moltissime città italiane.  

I cittadini in tutti i paesi arabi (e torno a sottolineare non i governi arabi tirannici filo USA) hanno dato un’enorme risposta popolare araba nelle piazze e nei social media: è l’ennesima prova che essi sono profondamente legati ai diritti dei palestinesi e alla liberazione della Palestina. I sionisti hanno perso la battaglia mediatica malgrado i media tradizionali si siano schierati nettamente come sempre con la narrazione israeliana.  L’altro giorno ho letto questo twitt di Hadas Gold, corrispondente della CNN a Gerusalemme: "La mia piccola cugina è entrata nell'esercito israeliano oggi”, scoprendo così che la corrispondente della CNN a Gerusalemme è zia di una soldatessa israeliana. È chiaro che è impossibile avere così un equilibrio nella copertura mediatica sulla questione palestinese. Questo potrebbe forse un giorno avvenire quando i veterani dell'esercito israeliano (genitori o zii di soldati israeliani) non saranno più autorizzati a lavorare nei media USA e occidentali e che oggi non solo lavorano nei media, ma possono essere corrispondenti in Israele. I social media però vengono in aiuto per una corretta, più trasparente e plurale comunicazione: Glenn Greenwald, il coraggioso giornalista americano di “The Guardian”, vincitore del Premio Pulitzer 2014, che ha pubblicato i documenti di Edward Snowden sullo spionaggio globale USA, ha scritto che “Ora stiamo vedendo di più la realtà del militarismo e dell'aggressività israeliana. Non sono più in grado di cavarsela chiamando ogni vittima come terrorista di Hamas, sostenitore di Hamas o scudo umano, perché i social media permettono di vedere la dura realtà di ciò che gli israeliani stanno facendo. È solo una parte della tendenza generale in cui i principali mezzi di comunicazione stanno perdendo il loro monopolio sul modo in cui comprendiamo il mondo”. I social media stanno acquisendo sempre più importanza e peso e i giovani arabi di tutto il mondo si sentono responsabili di diffondere la verità sulla Palestina nel mondo, malgrado i tentativi anche dei giganti della comunicazione globale di limitare e censurare il sostegno alla Palestina. Non esistono finora, e speriamo che mai accadrà, le condizioni per un controllo e censura totali sui social media come accade sui mezzi di comunicazione tradizionale cioè le Tv e la carta stampata. E così non è riuscita a passare la propaganda israeliana che lo scontro sia solo con Hamas, o che lo scontro abbia natura religiosa e non hanno funzionato la solita strumentalizzazione della Shoah e le solite accuse di antisemitismo. Si è capito invece che lo scontro è politico colonialista e che è uno scontro dell’occupazione colonialista razzista israeliana contro tutto il popolo palestinese di tutti gli orientamenti culturali e politici. Non hanno più alcuna credibilità i governi, i politici o i giornalisti occidentali quando dicono che non ci si può schierare in difesa dei palestinesi a causa di Hamas e non si possono sostenere i diritti e la Resistenza dei palestinesi. Negli anni '70, infatti, la resistenza palestinese a Gaza era guidata da gruppi marxisti e anche allora gli fu fatta opposizione chiamandoli terroristi allo scopo di fare il lavaggio del cervello e manipolare così l’opinione pubblica. Hamas è nato nel 1986: tutti i crimini sionisti e la loro propaganda che accusa falsamente i palestinesi, dal 1948 al 1986, sono stati commessi quando Hamas non esisteva ancora! La verità è che gli USA, i sionisti ed i media assoggettati al loro potere non vogliono che i palestinesi resistano, in alcun modo. Si stanno persino opponendo ai loro metodi pacifici di resistenza, come il movimento BDS (Boicottaggi Sanzioni e Disinvestimento contro lo stato dell’apartheid sionista). Il boicottaggio di Israele è un mezzo facile, non violento, ma concreto e molto efficace di solidarietà con i palestinesi. Al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) in Italia aderiscono numerose organizzazioni tra cui la FIOM CGIL, Pax Christi, l’ONG Un ponte per… e la Rete Ebrei Contro l’Occupazione e figure importanti del mondo della cultura come Moni Ovadia. IL BDS ha il sostegno di icone della lotta antirazzista a livello mondiale come Angela Davis, Desmond Tutu e movimenti come Black Lives Matter. La verità è che USA e sionisti vogliono semplicemente che i palestinesi si sottomettano alla tirannia dell’occupazione razzista israeliana.  Grazie ai social media abbiamo capito che la sinistra laica palestinese che lotta contro l’antisemitismo è parte integrante e importante della Resistenza palestinese a Gaza e in tutta la Palestina storica. Lo si è visto dalle foto diffuse sui social durante l’enorme manifestazione popolare che il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha organizzato il 3 giugno scorso a Gaza, dove hanno sfilato le donne della sinistra palestinese una a fianco alle altre libere di coprire o scoprire i propri capelli. Libertà che non hanno le donne in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi Uniti dove i maschilisti integralisti islamici le obbligano a coprirli e che non hanno le donne neanche in Francia dove maschilisti, islamofobi e estremisti laici al governo li obbligano a scoprirli. George Habash, il fondatore nel 1967 del FPLP, un medico palestinese cristiano, era il Che Guevara degli arabi che ha ridato dignità al marxismo nel mondo arabo organizzando una forte resistenza all’occupazione sionista e facendo sapere al mondo intero che i palestinesi esistono e che esiste un popolo palestinese ed una causa palestinese.  I partiti comunisti arabi fratelli del PCUS avevano infatti obbedito a Stalin e riconosciuto lo stato di Israele nel 1948 perdendo così credibilità tra le masse arabe sostenitrici accanite della questione palestinese. Il Fronte Popolare, un partito palestinese marxista di sinistra fortemente radicato a Gaza e in tutta la Palestina storica, ha promosso fin dagli anni sessanta la cultura della lotta contro l'antisemitismo tra palestinesi e arabi.

Palestina: prospettive future oltre le mistificazioni

Fin dalla fondazione del partito principale della sinistra palestinese è stato sempre forte l’invito insistente a distinguere tra ebrei e sionisti. I palestinesi e gli arabi amavano per rispondere a chi li accusava di essere antisemiti "anche noi palestinesi e arabi musulmani e cristiani siamo semiti sarebbe impossibile che noi fossimo antisemiti". Questa risposta non accontentava i marxisti del FPLP che spiegavano che con l’antisemitismo si intende esclusivamente ormai da decenni "l'odio per gli ebrei solo in quanti ebrei" e che noi palestinesi e arabi dobbiamo aggiungere oltre a "noi palestinesi e arabi siamo semiti" che noi "rifiutiamo l'odio nei confronti degli ebrei solo in quanto ebrei e che noi lottiamo contro l'antisemitismo e contro ogni forma di razzismo". Lo scrittore Ghassan Kanafani uno dei fondatori del Fronte Popolare, responsabile della cultura nel partito e direttore del settimanale al-Hadaf del Fronte, è stato l’autore del primo romanzo palestinese e arabo contro l'antisemitismo: Ritorno a Haifa. La verità è che l'antisemitismo europeo e l'orrore nazi-fascista contro gli ebrei ha danneggiato la causa dei palestinesi ed è stato determinante per la riuscita del progetto dei colonialisti inglesi e sionisti nell'occupazione dei territori palestinesi avendo facilitato la deportazione forzata in Palestina degli ebrei massacrati e terrorizzati da nazisti e fascisti europei. L'antisemitismo è una vergogna puramente europea, le sue radici da secoli sono europee e quelle recenti sono naziste tedesche. I veri antisemiti sono i governi e i politici europei amici e alleati di Israele. Il compagno ebreo italiano Moni Ovadia lo dice molto chiaramente: «Tutta la feccia antisemita americana vota Trump, che è notoriamente ultra filo-sionista». I sionisti israeliani, e non israeliani, oltre ad essere una delle più gravi minacce alla libertà d'espressione nei paesi occidentali, sono i veri nemici degli ebrei e della lotta contro l’antisemitismo: strumentalizzando l'antisemitismo per attaccare chi difende i giusti diritti dei palestinesi e la loro lotta contro l'occupazione israeliana della Palestina svuotano il termine dal suo vero significato (odio per gli ebrei in quanto ebrei) e fanno definizioni puramente politiche e false dell’antisemitismo causando un’enorme confusione. Gli antisemiti in Italia, in Europa, negli USA e nel mondo, poiché dichiarano amore e sostegno ai governi israeliani, sono tollerati e continuano a istigare indisturbati all'antisemitismo. É ormai chiaro a moltissimi, grazie all’informazione intelligente che fanno i giovani sui social media, che l’antisemitismo in Occidente è diffuso soprattutto tra i politici di destra ed estrema destra europei e occidentali alleati di Israele, gli stessi che propongono politiche razziste nei confronti degli immigrati. L’antisemitismo di queste forze politiche è tollerato da Israele e purtroppo anche dalle comunità ebraiche, mentre, coloro che lottano seriamente contro l'antisemitismo e che coerentemente lottano anche contro il razzismo di Israele nei confronti dei palestinesi, vengono accusati di antisemitismo. Il compagno Moni Ovadia dice infatti che «Sono gravi le responsabilità di coloro che vomitano strumentalmente la gravissima accusa di antisemitismo contro uomini giusti, solo perché chiedono dignità, giustizia, pace e libertà per il popolo palestinese. Io sono ebreo ma le vittime sono i palestinesi abbandonati da tutti. La politica di Israele è infame, strumentalizza la shoah». La vera lotta contro l’antisemitismo, che è purtroppo ancora molto diffuso in occidente, richiede chiarezza e è assolutamente necessario svuotare la definizione dell’antisemitismo da ogni strumentalizzazione politica.

I cittadini di tutto il mondo, anche in occidente, sono scesi in piazza a solidarizzare con i palestinesi ed improvvisamente, il mondo occidentale ha capito che effettivamente esiste ancora una questione palestinese, ma è molto improbabile che i governi occidentali facciano minimi passi per soddisfare le aspirazioni nazionali del popolo palestinese. Israele non è soltanto uno Stato di apartheid (nei territori palestinesi occupati nel 1948 e in quelli occupati nel 1967), ma è anche uno stato d’occupazione sin dalla propria nascita. Edward Said, intellettuale palestinese americano di fama internazionale per la sua opera Orientalismo, sottolineava la centralità del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e nel suo libro La questione palestinese, la tragedia di essere vittima delle vittime, edizioni Feltrinelli, scriveva: «Non credo che si possa capire la situazione dei palestinesi e quello che sta accadendo oggi senza capire quello che è successo nel 1948. Una società composta principalmente da arabi in Palestina è stata sradicata e distrutta. Due terzi della popolazione araba, 870.000 persone, sono stati espulsi in base ad un progetto. Gli archivi sionisti sono abbastanza chiari su questo, e molti storici israeliani hanno scritto su di esso. Naturalmente, gli arabi l’hanno detto per tutto il tempo. Alla fine del conflitto nel 1948, i palestinesi erano una minoranza nel loro stesso paese. Due terzi di loro erano diventati profughi, i cui discendenti oggi sono circa quattro milioni e mezzo di persone sparse in tutto il mondo arabo, Europa, Australia e Nord America. Durante il 1948, tutta la terra dei palestinesi, circa il 94 per cento, è stata presa militarmente dallo stato di Israele come terra per il popolo ebraico, il che significava che gli arabi che sono rimasti e che ora sono circa il 20 per cento della popolazione di Israele, non avevano il diritto di possedere terra. La maggior parte della terra in Palestina è ora controllata dallo Stato degli ebrei. In secondo luogo, oltre 400 villaggi arabi sono stati distrutti, sono stati poi ripianati, per così dire, dai coloni israeliani che hanno costruito i kibbutz. Ogni kibbutz in Israele è costruito su terra di proprietà araba che è stata occupata nel 1948. E non vi è stato alcun tentativo da parte degli israeliani, neanche durante gli ultimi incontri di luglio (2003) tra i palestinesi e gli israeliani a Camp David, di prendere in considerazione il diritto al ritorno di ogni palestinese dal luogo da cui è stato espulso nel 1948. Questo è il cuore di tutta la questione». E a meno che ai profughi palestinesi non sia permesso di tornare nelle loro terre, la giustizia in Terra Santa sfuggirà a tutti i cosiddetti operatori di pace. Dopo settantatré anni dalla Nakba del 1948 milioni di profughi vivono ancora in condizioni miserabili e disumane nella Palestina stessa (a Gaza e in Cisgiordania) e fuori dalla Palestina in Libano, Giordania e Siria ecc. É ironico che questa crisi iniziata a Gerusalemme e nel quartiere di Sheikh Jarrah sia esplosa perché Israele ha sostenuto che le famiglie ebraiche possono "tornare" nelle case che avevano posseduto prima del 1967, quando milioni di rifugiati palestinesi non possono tornare alle loro case nella loro patria in tutta la Palestina storica perché lo stesso criterio non si applica per proprietari palestinesi delle case e delle terre. Non si troverà pace in Terra Santa senza giustizia e senza sradicare il fascismo e il razzismo sionista da tutta la Palestina. Anche i palestinesi e tutti coloro che vivono in Palestina hanno il diritto di non dover convivere con il fascismo e il razzismo sionista ed hanno il diritto di lottare contro di esso e liberarsi da esso. Solo allora la pace sarà raggiungibile attraverso un Unico Stato in tutta la Palestina con una nuova Costituzione laica e democratica antifascista e antirazzista contraria all’antisemitismo e all’islamofobia che garantisce libertà, uguaglianza, inclusione, pari diritti e opportunità a tutti i suoi cittadini ebrei, musulmani, cristiani o atei a prescindere da color della pelle, etnia, fede o non fede religiosa, genere, luogo di nascita, orientamento sessuale, ecc. Un cammino difficile e lungo ma per il quale vale la pena lottare e convogliare le energie inesauribili di questo popolo dignitoso e tenace e di tutti i liberi amanti della pace, dell’uguaglianza e della giustizia sociale di tutto il mondo affinché possa anche diventare un modello per gli Stati del mondo globale divenuti orami quasi tutti multietnici e multi religiosi ma incapaci di garantire uguaglianza e inclusione a tutti i propri cittadini. La vera solidarietà con i palestinesi è quella di chi lotta insieme a loro per il diritto al ritorno e per combattere il sionismo razzista e fascista in Palestina. La longevità della causa palestinese non è che una testimonianza dell'assenza di giustizia nella terra di Palestina.

 

Ultima modifica ilDomenica, 13 Giugno 2021 08:29
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