Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Alcune grinfie del Cóndor sono state spezzate

di Maddalena Celano

Convergenza Socialista riconosce il buon lavoro fatto dalla giustizia italiana, per aver condannato 11 tra i peggiori assassini, protagonisti della cruenta repressione squadrista di operai, giovani, minori, insegnanti, artisti e intellettuali del Cono Sur, verso la fine del secolo scorso (tra gli anni ’70 e ’80).

La Corte Suprema italiana ha confermato, questo venerdì 8 luglio 2021, la condanna definitiva all'ergastolo per 14 repressori sudamericani, per la scomparsa e la morte di una ventina di oppositori di origine italiana, nell'ambito del Plan Cóndor, eseguito dalle dittature del Cono Sud, negli anni '70 fino alla prima metà degli anni ‘80. I giudici della Corte di Cassazione di Roma hanno pronunciato la sentenza al termine di due giorni di deliberazioni e hanno condannato 11  dei 23 repressori (alcuni di loro già deceduti)  per la morte di alcuni giovani italiani assassinati o/e scomparsi. Un gruppo di 23 soldati e poliziotti provenienti da Uruguay, Bolivia, Perù e Cile, sono stati dichiarati colpevoli di rapimento e assassinio di dissidenti politici di origine italiana. "Hanno commesso crimini atroci.

Sono stati processati con i principi della giurisdizione italiana ed europea, e sono stati tutelati i diritti degli italiani residenti all'estero e anche i propri", ha detto Andrea Speranzoni, avvocato che rappresenta le vittime uruguaiane. Ad eccezione dell'italo-uruguaiano Jorge Tróccoli, ex capitano di nave e titolare di passaporto italiano, che ha assistito alla prima udienza del processo tenutasi nel febbraio 2015 e che ancora risiede liberamente in Italia, sono stati tutti condannati in contumacia. "Tróccoli è in attesa dell'esecuzione del suo arresto", ha spiegato l'avvocato. L'ex ministro degli Esteri uruguaiano, Juan Carlos Blanco Estradé, compare nell'elenco dei condannati, mentre i repressori boliviani sono stati esclusi in attesa dei certificati di morte di alcuni di loro, oltre a un peruviano. La conferma della sentenza ha suscitato commozione nel gruppo di parenti e difensori dei diritti umani che ha partecipato all'udienza, presso il tribunale romano, e che da decenni lottava per ottenere giustizia.

"È stato emozionante, molto emozionante", ha riconosciuto a Roma l'uruguaiano Zelmar Michelini, omonimo del padre, importante leader politico del suo Paese, rapito e assassinato nel 1976 a Buenos Aires, durante la dittatura. Le indagini sull'atroce strategia poliziesca applicata dai regimi militari del Cono Sud, noto come Plan Cóndor, sono state avviate 20 anni fa, a seguito delle denunce presentate in Italia dai parenti degli italiani assassinati o scomparsi. La sentenza è durata otto anni e numerose udienze, durante le quali sono comparse testimonianze, periti, parenti e compagni di detenzione delle vittime. Il pm italiano Giancarlo Capaldo ha aperto la storica inchiesta contro un gruppo di 34 ex ufficiali e civili, agenti di polizia e servizi segreti provenienti da Cile, Uruguay, Bolivia e Perù, ma durante il lungo lavoro molti di loro sono già morti. A causa di una serie di impedimenti burocratici, i tribunali hanno deciso di processare separatamente 50 argentini, diversi paraguaiani e brasiliani, per gli stessi crimini. "E' una sentenza importante e storica. La prima in Europa per il Plan Cóndor. Dimostra che la giustizia arriva comunque, anche quando sono stati commessi crimini così gravi e che i diritti umani sono tutelati", ha affermato l'avvocato Arturo Salerni. All'inizio di luglio, la giustizia italiana ha disposto l'arresto di tre dei militari collaboratori cileni del regime militare di Augusto Pinochet, anch'essi condannati in questo processo. Ma, poiché hanno rifiutato di appellarsi alla Corte Suprema, la sentenza è diventata definitiva. Si tratta del colonnello Rafael Francisco Ahumada Valderrama, del sottufficiale Orlando Vásquez Moreno e del sergente Manuel Vásquez Chahuan, attualmente in pensione, colpevoli dell'omicidio e della scomparsa, nel 1973, dei cittadini italiani Juan Jose Montiglio e Omar Venturelli. La massima istanza della giustizia italiana ha emesso la sentenza contro 14 ex militari cileni e uruguaiani, accusati della scomparsa e morte di una ventina di italo-latinoamericani. I parenti in Uruguay celebrano la sentenza come "storica" ​​e il processo continua. Per quanto riguarda gli uruguaiani, i condannati sono José Ricardo Arab Fernández, Juan Carlos Larcebeau Aguirregaray, Pedro Antonio Mato Narbondo, Ricardo José Medina Blanco, Ernesto Abelino Ramas Pereira, José Sande Lima, Jorge Alberto Silveira Quesada, Ernesto Soca, Gilberto Vázquez Bissio, Juan Carlos Blanco e Jorge Néstor Troccoli.Altri imputati morti sono gli ex soldati uruguaiani Luis Alfredo Maurente Mata e José Horacio 'Nino' ​​​​Gavazzo. Nella lista figuravano anche due boliviani: l'ex presidente Luis García Meza Tejada e il suo ministro degli Interni, Luis Arce Gómez.

Tutti sono stati accusati e giudicati colpevoli di aver partecipato alla scomparsa di una ventina di attivisti di sinistra e dissidenti italo-latinoamericani contrari ai dittatori che hanno governato in vari paesi dell'America Latina, tra gli anni Settanta e Ottanta. I parenti degli scomparsi in Uruguay festeggiano la sentenza a Roma. "Il Plan Cóndor esisteva, era un processo di persecuzione e sterminio di tutti i dissidenti, non c'erano confini per gli Stati nel creare un intero apparato repressivo", ha detto Silvia Bellizzi, sorella dello scomparso Andrés Bellizzi. Si rammarica che repressori come quelli (nel caso di suo fratello) siano morti prima della sentenza, ma ha osservato che anche per loro è stato compiuto un "atto di giustizia". Il professore ed esperto di diritti umani, Óscar Destouet, che ha testimoniato come testimone al processo, ha indicato che la sentenza presuppone un evento "di natura storica". Ha anche accusato i condannati di praticare "silenzio, negazione, derisione della democrazia". Durante il Plan Cóndor, attraverso un accordo tra i comitati militari golpisti di Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Perù, tra gli altri, i rapiti o i detenuti venivano trasferiti da un paese all'altro, torturati, assassinati e fatti sparire senza che il paese a cui appartenevano potesse apparire come responsabile. In un primo momento, 106 militari latinoamericani furono accusati dalle indagini avviate, prima del 1999, dal procuratore italiano Giancarlo Capaldo, con la collaborazione dei parenti degli scomparsi e anni dopo con l'organizzazione non governativa “24Marzo.it”.  Circa 50 erano argentini, ma questa nazione conduceva da sola i processi contro i militari.

Cosa è stato il Plan Cóndor: introduzione di uno dei fenomeni politici più cruenti e oscuri della storia

Il Plan Cóndor è stato una piattaforma politica, militare e repressiva, legata all’ Internazionale Nera (orientamento politico: liberista, fascista o para-fascista) per la standardizzazione di pratiche di coordinamento repressivo presenti nella regione: persecuzioni, arresti, detenzioni arbitrarie, torture, stupri collettivi, rapimento e appropriazione di neonati, esecuzioni e sparizioni forzate. Implicava la fornitura di risorse umane, materiali e tecniche, tra le varie dittature nere (e militari), con l'obiettivo di facilitare la distruzione dei loro oppositori, siano essi individui o organizzazioni. Come abbiamo anche anticipato, in pratica il Cóndor servì per: la speciale, ma non esclusiva, persecuzione e ricerca dell'annientamento dei leader sociali; la persecuzione dei quadri medi e di base delle organizzazioni socialiste, comuniste o cattolico-sociali; la ricerca dell'esproprio di risorse economiche; e, infine, la ricerca del discredito internazionale delle organizzazioni attraverso campagne di azione psicologica.

Arancibia Clavel, nel suo memorandum 58-G, del 27 agosto 1975, riferì “Il colonnello Osvaldo Rawson, che sarà a Santiago dal 2 settembre […] ha l'idea di formare un centro di intelligence coordinato tra il Cile, Argentina, Uruguay e Paraguay”. Un altro esempio. Pochi giorni prima di quella dichiarazione di Arancibia, in un incontro bilaterale di intelligence, tra Argentina e Paraguay, di cui è conservata la presentazione paraguaiana negli Archivi del Terrore, microfilmata con il codice R0461344-1377, e datata 15 agosto 1975, il relatore proponeva di scambiare informazioni, collegamenti tecnici, dottrina, organizzazione, istruzione e "la possibilità di ampliare il carattere bilaterale della Conferenza di intelligence con l'inclusione di altri paesi". In altre parole, indipendentemente dal fatto che fosse Manuel Contreras a organizzare l'incontro di fondazione del Cóndor, ci si aspettava che il Cóndor emergesse, con questo o un altro nome. In questo caso, un'esigenza manifesta, da parte di coloro che hanno fondato questo quadro, di massimizzare i risultati della cosiddetta “lotta alla sovversione” a livello regionale.

Come in ogni processo storico, si può osservare una genesi, uno sviluppo e una tendenza alla crisi. Parlare di genesi implica accettare che ci sia stato uno sviluppo precedente. Parlare della sua evoluzione significa che è esistito uno sviluppo del fenomeno. Infine, parlare di crisi significa che il coordinamento repressivo non è scomparso con l'estinzione del Cóndor. Nella nostra prospettiva, c'è un momento prima del Cóndor in cui erano presenti elementi che poi sono entrati a far parte del Cóndor: attività bilaterali, accordi di cooperazione, rimpatri forzati. Era l'epoca dei “gentlemen's agreement”. Ma non c'è nessun Cóndor prima dell'incontro di Santiago del Cile a fine novembre 1975. Bisogna poi osservare la tendenza alla scomparsa delle pratiche e le menzioni del Cóndor nella documentazione. Nella documentazione accumulata, gli ultimi documenti che fanno riferimento al Cóndor sono dei primi anni Ottanta. Guardando alle tendenze evolutive, si può verificare una periodizzazione interna. Si può così osservare un periodo genetico che risale al 1973, in cui iniziarono ad articolarsi pratiche che in seguito furono costitutive del Cóndor. Mediante questa fase si osserva anche la volontà e il desiderio di coloro che, in seguito, hanno fatto parte del Cóndor, cioè di voler organizzare un coordinamento più formale. Il 28 novembre 1975, quando fu firmato l'atto costitutivo del Cóndor, dopo una riunione di tre giorni in cui furono discussi i suoi fondamenti, iniziò la sua fase iniziale di organizzazione, che durò fino al marzo 1976.

Nel marzo 1976, il Cóndor riguardava il colpo di stato in Argentina e, infatti, ne favorì il consolidamento. È stato il periodo più attivo in termini di operazioni di repressione, contro tutte le organizzazioni sociali e socialiste. Inoltre, i gruppi operativi hanno iniziato a prepararsi per agire al di fuori del Cono Sud. Alla fine del 1976, la sede del Cóndor si trasferì da Santiago del Cile a Buenos Aires e, nel 1978, si registrava l'ingresso di nuovi paesi, in particolare Perù ed Ecuador. Tuttavia, dobbiamo ricordare che questo coordinamento è avvenuto tra agenzie repressive che sono state, in definitiva, “nazionaliste”. E che, pur adottando la Dottrina della Sicurezza Nazionale, come linea guida delle loro pratiche e dando il primato a una nuova ipotesi di lotta, quella del nemico interno, in teoria e in pratica, hanno continuato ad aderire alle classiche ipotesi di conflitto (tra di esse). Ciò ha generato una contraddizione insormontabile che è riemersa con l'emergere di conflitti tra le parti costituenti -come quella del Canale di Beagle-, che ha portato alla ribalta le classiche ipotesi di scontro, quando quel "nemico interno" è stato praticamente distrutto. Ciò ha portato a pratiche di coordinamento nella repressione extraterritoriale e transnazionale, nell'ambito del Cóndor, diventando più diffuse. Per quanto riguarda la dimensione geografica del Cóndor, le parti costitutive erano le dittature della regione, Argentina, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay. Successivamente si unirono Ecuador e Perù.

Il Cóndor non era una sommatoria delle parti, ma era la combinazione di parti diverse. Il risultato è stato qualcosa di nuovo. Tenendo conto di quanto sopra, i quadri nazionali non sono sufficienti per spiegare il Cóndor. Dobbiamo pensare al Cóndor come a un prodotto regionale. Ma dobbiamo anche tenere presente che i cambiamenti, nelle parti costitutive e nei rapporti tra le parti. hanno interessato il Cóndor. In primo luogo, in relazione alla motivazione della sua comparsa, si potrebbe sostenere che non vi era un bisogno reale: si trattava di una costruzione ideologica o, come stimava un funzionario del Dipartimento di Stato U.S.A., nel documento del 3 agosto 1976, intitolato "La terza guerra mondiale e il Sudamerica”, è stato l’effetto di una “mentalità d'assedio che diventa paranoia”, che si basava sull'ipotesi dell'esistenza di una “terza guerra mondiale”. Per quel funzionario statunitense, sembrava essere il prodotto delle recenti convulsioni che questi paesi avevano subito, anche se in realtà le dittature avevano già decimato le organizzazioni armate sia in Uruguay che Cile e lo avevano quasi fatto in Argentina. Quindi, si può discutere sulle cause che hanno portato alla formazione del Cóndor, e si può andare oltre. Le sue date e la sua evoluzione possono essere discusse, sono argomenti che gli specialisti continuano a discutere. Ma ciò che non può essere confutato sono gli effetti di questo quadro d'azione: i giustiziati, gli scomparsi, i prigionieri politici, i trasferimenti transfrontalieri, i bambini appropriati, la dislocazione e l'effetto devastante sulle relazioni sociali che il Plan Cóndor ha causato, su scale globale.

La seconda cosa che vogliamo sottolineare è che il Cóndor è nato perché coloro che detenevano il potere hanno deciso che i rappresentanti delle agenzie di intelligence di Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay e Bolivia si sarebbero dovuti incontrare alla luce della valutazione secondo cui la sovversione avrebbe sviluppato comandi intercontinentali, continentali, regionali e subregionali per coordinare “azioni dissociative” e prima ancora “i paesi che vengono attaccati […] combattono da soli o al massimo con intese bilaterali”. Pertanto, la responsabilità dei vertici delle dittature, nel plasmare e sostenere l'Operazione Cóndor, non può essere messa in dubbio. Un esempio è che Videla sia stato colui che ha autorizzato la presenza di rappresentanti argentini alle riunioni. Come si legge nel Memorandum 94-K, del 15 marzo 1976, di Arancibia Clavel: “Rawson mi ha informato di un nuovo incontro che si terrà in Paraguay tra qualche giorno, sulla sovversione e sulle agenzie di sicurezza dello Stato. È interessato a partecipare, ma ha bisogno di un'autorizzazione superiore e ha sollevato la necessità di un intervento del nostro Comando Generale nei confronti dello stesso Generale Videla” ... In breve, il Cóndor è stato un progetto per omogeneizzare le pratiche poliziesche e facilitare le attività repressive contro gli oppositori. Si è sviluppato in un certo periodo di tempo e in un preciso spazio geografico. Quello che sappiamo oggi è che il Cóndor nasce come accordo segreto. D'altra parte, abbiamo già detto, il Cóndor va esaminato nel contesto. Abbiamo già compreso la sua base ideologica. Ora è necessario fare un breve excursus sulla situazione storica latino-americana e regionale. In America Latina, dopo il colpo di stato in Guatemala contro Jacobo Arbenz a metà degli anni '50, è stato inaugurato un nuovo tipo di golpe nella regione. Nel Cono Sud si sono susseguiti diversi colpi di stato: quello del Brasile nel 1964, quello dell'Argentina nel 1966, della Bolivia nel 1971, il golpe a lungo termine in Uruguay nel 1973, quello del Cile nel 1973 e, chiudendo il ciclo, quello dell'Argentina nel 1976. Erano colpi di Stato istituzionali delle Forze Armate, governate dalla Dottrina della Sicurezza Nazionale e che avevano un progetto di rifondazione delle relazioni sociali basate su modelli di “democrazia” controllata di matrice liberista (e neocolonialista).

Il caso del Paraguay va trattato a parte, perché sebbene abbia dato origine a una dittatura patrimonialista di vecchio stile, alla maniera delle dittature centroamericane, quando è avanzato il processo di presa del potere, da parte delle istituzioni militari della regione, il Paraguay ha finito per aderire a questo tipo di ideologia e a pratiche simili. Inoltre, con le sue peculiarità, è stato inserito nelle reti di coordinamento repressivo regionale. Il fatto che i colpi di Stato abbiano avuto luogo in paesi confinanti territorialmente non è sufficiente per rendere conto di un'unità o di un processo di omogenizzazione. Le dittature del Cono Sud, infatti, presentano differenze nelle loro forme e nei loro progetti istituzionali ed economici. Qui, quindi, è importante osservare che vi furono punti di contatto, esperienza, apprendimento e transfert, in particolare per quanto riguarda la rimozione, che determinarono le relazioni e, nel loro punto di massimo sviluppo, l'emergere di fenomeni storici transnazionali come il Cóndor. Ciò è stato favorito, d'altro canto e come abbiamo visto, dall'esistenza di una simile base ideologica e dottrinale.

Tornando al ciclo delle dittature, la prima fase repressiva che tutti attraversarono diede luogo a un processo di esilio politico e, parallelamente e in alcuni casi, complementare all'emergere di “identità esiliate”, nei paesi vicini, seguendo l'andamento storico. Il primo movimento fu l'esilio e l'assunzione dell'identità esiliata dei brasiliani della, cosiddetta, prima ondata di esuli, dopo il colpo di stato del 1964, che emigrarono soprattutto in Uruguay, e quelli della seconda ondata, dal 1968, che lo fecero in Cile Uruguay e Argentina. Il colpo di stato del settembre 1973 provocò un processo di “riesilio” verso l'Argentina, dove confluirono brasiliani, uruguaiani e ora anche cileni con connazionali già presenti nel paese e anche con esuli paraguaiani, o con i boliviani esiliati dopo la dittatura di Banzer. La convivenza di questi esuli, in luoghi comuni, ha dato origine a nuove esperienze: coordinamento tra organizzazioni, nascita di organizzazioni per i diritti umani, trasferimento di membri da un'organizzazione all'altra. L'effetto è stato l'interconnessione delle esperienze. Inoltre, data la percezione che le dittature fossero simili e agissero in maniera coordinata, è apparso un discorso di opposizione transnazionale. Così, dopo i colpi di stato in Cile e Uruguay, l'Argentina divenne l'ultimo rifugio disponibile per gli sfollati politici, ma finì per diventare una grande prigione. Per le dittature, le pratiche di attivismo e di denuncia, in esilio, implicavano un rischio, perché gli oppositori erano al di fuori della loro sfera naturale di interferenza. Tanto più che la denuncia ha avuto un impatto sull'opinione pubblica internazionale e ha portato a condanne e sanzioni economiche contro quelle dittature. Tuttavia, tutta questa mobilità di persone, pratiche e discorsi ha convinto i militari, ristretti ai confini dei loro paesi come ambito di azione, avevano bisogno di ampliare gli strumenti per la persecuzione degli oppositori che si trovavano al di fuori dei loro paesi. Questo perché il grado di mobilità degli esuli faceva sì che gli accordi bilaterali, non nuovi, fossero insufficienti.

Contemporaneamente, per i paesi ospitanti, questi esuli presentavano anche un rischio: operavano nel loro territorio e la diffusione delle loro idee e pratiche generava paura. La situazione, nella percezione dei militari, si è ulteriormente aggravata quando è aumentata la loro conoscenza, e anche la loro immaginazione, grazie alla Junta de Coordinación Revolucionaria, un'alleanza stabilita tra organizzazioni di sinistra dell'Argentina e del Cile. Come abbiamo detto prima, questa percezione ha dato origine a una nuova tappa nel coordinamento repressivo: l'emergere di un quadro più sistematico ed elaborato, per contrastare le tendenze sopra menzionate. Quindi, abbiamo visto finora che dittature con una base ideologica e dottrinale condivisa e con problemi comuni, decisero di andare un po' oltre le pratiche di coordinamento repressivo, sviluppato fino alla fine del 1975; e decisero di andare verso un momento più alto nel coordinamento repressivo.

All'interno di quella che fu la fase reattiva di questa dittatura, il primo modello repressivo adottato, tra settembre e ottobre 1973, fu quello della detenzione massiccia e della tortura, nei luoghi pubblici, di migliaia di persone. Insieme a questo, furono organizzati plotoni di esecuzione, che furono molto costosi per la dittatura in termini di opinione pubblica internazionale. Sebbene il caso più noto sia quello dello Stadio Nazionale di Santiago, questo dispositivo è stato applicato anche nel nord del paese, a Pisagua, o al sud, sull'isola di Dawson. Il modello repressivo basato quasi esclusivamente sui campi di concentramento, corrispondeva a un momento di scarsa pianificazione, che iniziò a ribaltarsi in un secondo momento, con il dispositivo noto come “carovana della morte”. La "carovana della morte" era una delegazione, al comando del colonnello Sergio Arellano Stark, che tra il 16 e il 19 ottobre 1973, aveva la missione di percorrere diverse province dell'interno cileno con il duplice obiettivo di assassinare i principali referenti dell'amministrazione comunale amministrazioni dell'Unità Popolare e di disciplinare i distaccamenti militari, impegnandoli nella repressione che si stava progettando. La "carovana della morte" ha lasciato un bilancio di sessantotto vittime, che sono state giustiziate. Di questi, 18 dei loro corpi non sono stati trovati, essendo classificati come primo fenomeno di "desaparición" cileno. In secondo luogo, c'è stata la ricercata epurazione delle Forze Armate, con molti soldati scagionati. Secondo Peter Kornbluh, nel suo libro “Pinochet, the secret archives”, Pinochet nominò Sergio Arellano Stark per formare lo staff iniziale della DINA, anche se in seguito mise Manuel Contreras Sepúlveda a capo di questa organizzazione. Alla “Carovana” parteciparono alcuni membri di rango superiore della DINA, come il colonnello Pedro Espinoza, in seguito vicedirettore della DINA.

Già nell'ottobre 1974 cominciò a emergere quello che sarebbe stato il modello di repressione permanente. Contemporaneamente allo svuotamento dei campi di concentramento e all'avvio della politica ufficiale di esilio e repressione, si organizzò la Direzione dell'Intelligence Nazionale (DINA) e con essa il dispositivo repressivo clandestino centralizzato che, da quel momento prevalse, strutturato per l'ottenimento di informazioni attraverso la tortura, la scomparsa di persone e l'istituzione di centri di detenzione. La DINA è stata creata il 14 giugno 1974 con decreto-legge n. 521 della giunta militare del Cile. Il decreto lo definiva un organo professionale di informazione tecnica la cui funzione era quella di consigliare direttamente la Giunta Militare, a partire dalla raccolta di informazioni e dalla produzione di intelligence. La DINA, come ogni organizzazione di intelligence nazionale, aveva agenti all'estero, interessati da attività repressive extraterritoriali, come spionaggio, rapimenti, omicidi e operazioni clandestine di rimpatrio di esuli. Dopo la sua fondazione, la DINA, come agenzia di intelligence, ha pianificato e reso possibile una serie di attività al di fuori del territorio cileno, tra cui diverse operazioni volte a eliminare gli oppositori del regime di Pinochet. Questo è legato alle caratteristiche dell'esilio cileno. Si trattava dell'esilio dei principali quadri di un governo, dei massimi rappresentanti dell'arco politico e dei principali dirigenti di partiti e organizzazioni di sinistra. Questo carattere marcatamente politico ha permesso di costruire ponti con altri partiti reazionari nei paesi ospitanti, con le organizzazioni internazionali e con i governi stranieri. La forma di organizzazione della resistenza cilena in esilio servì da modello per le restanti comunità di esuli, e gli esuli cileni divennero i principali promotori delle reti transnazionali di denuncia delle dittature del Cono Sud.

 

Ultima modifica ilSabato, 31 Luglio 2021 10:07
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