Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Donne, Femminismo, Lgbt+: eredità di coscienza e di rivolta

di Mariarita Galentino

“Qual è la cosa peggiore che puoi dire ad una donna? Non tirarti indietro adesso. Stai pensando probabilmente a parole come puttana, cagna, troia, (ti ho chiesto di non trattenerti!), vacca.

Ok. Adesso qual è la cosa peggiore che puoi dire ad un uomo? Frocio, femminuccia, cagna, figa. Ho sentito persino il termine mangina (da man, uomo + vagina).

Cosa noti?

La cosa peggiore che puoi dire ad una ragazza è che è una ragazza.

La cosa peggiore che puoi dire ad un ragazzo è che è una ragazza.

Essere donna è l’insulto peggiore”.[1]

Jessica Valenti, femminista statunitense, laureata in Studi di Genere, lo dice senza mezzi termini: essere donna è l’insulto peggiore.

E quanto è difficile oggi, che il femminismo non è più parola impronunciabile, avere coscienza e consapevolezza di sé, inserirsi a pieno titolo nella storia delle donne, decostruire senza arrivare alla dissoluzione, combattere insieme alle altre soggettività per non essere cancellate, assumere il femminismo evitando di abolire la specificità dell’essere donna?

Non è scontato né banale, anzi è la sfida per eccellenza, siamo ancora invisibili. Ci è stato insegnato che valiamo solo se utili ad una causa maggiore, più vasta, più importante, la nostra non è mai così prioritaria.

“Una parola è morta quando viene detta, dicono alcuni. Io dico che comincia a vivere soltanto allora” [2]. Non solo: “Il nostro burqa si chiama linguaggio di genere. Come sarà possibile un cambiamento sociale tra donne e uomini se le prime non riescono neppure a nominare loro stesse?” [3]

E ancora.

“Le rivendicazioni strettamente femminili non sono più che un utile strumento di radicalizzazione per reclutare donne in favore della lotta più vasta… il bisogno dell’approvazione maschile per legittimarle le condanna alla mancanza di originalità e in definitiva alla sterilità politica”[4].

Così parlava Firestone a proposito delle “ausiliarie della sinistra… le politicanti di queste cellule sono riformiste, intente a migliorare la loro situazione entro un campo limitato”[5]. Oggi in Italia la sinistra liberale ha fatto propri i principi di mercato della destra, è la sinistra non socialista, quella che vede nell’imprenditoria e auto-imprenditoria il suo “successo”, la sinistra liberale che affida al mercato la gestione e la distribuzione della ricchezza.

Il bisogno dell’approvazione maschile, quel controllo che si realizza “quando le/i rappresentanti di ogni movimento di liberazione siedono fittiziamente allo stesso tavolo ma ad alcuni viene richiesto di moderare le pretese in nome della lotta più grande…La conseguenza è l’essere utilizzati solo nella misura in cui si è funzionali a obiettivi altri. Oppure l’essere emarginati nel momento in cui si rendono evidenti conflitti di interessi”

Donne, soggettività, inclusività, intersezionalità, lotta di liberazione: parole che rischiano di essere svuotate della loro portata rivoluzionaria se il femminismo viene addomesticato e diventa giocattolo che va bene per tutti.

“Abbiamo buoni amici fra gli uomini…tutti questi amici, questi partigiani maschi della liberazione delle donne, hanno parecchi punti in comune: vogliono sostituirsi a noi; parlano affettivamente al nostro posto; approvano la liberazione delle donne, e persino la partecipazione delle suddette a questo progetto, a patto che la liberazione e le donne li seguano, e soprattutto non li precedano…”[6].

Ciò che sta avvenendo da tempo in ambito femminista ed Lgbt+ non si spiega se non con la più grande paura del patriarcato: che le donne prendano coscienza di sé.

A ritardare tale presa di coscienza ci pensa il femminismo/giocattolo per tutti, il cosiddetto choice feminism, di stampo neoliberista, individualista, caro alla mascolinità egemonica, perché non solo normalizza, ma rende originali le uniche libertà che il patriarcato ha concesso alle donne: la normalizzazione del sex work e del sistema mercificante e auto-mercificante.

“Se oggi mi chiedeste se sono femminista, non solo vi risponderei di noi, ma ve lo direi con una smorfia di disprezzo…Se il femminismo è universale, se è qualcosa che può imbarcare uomini e donne, bene: non è roba per me…I più comuni marker di successo del femminismo sono gli stessi marker di successo del capitalismo patriarcale”[7].

“Siamo di fronte al pericolo che il femminismo venga assorbito dal neoliberismo fino a scomparire. Ma allo stesso tempo il femminismo occupa in questo quadro una posizione di privilegio: si trova esattamente in cui la razionalità neoliberale può venire forata, per fare spazio ad altro…Bisogna capire – a partire da noi – dove si aprono le lacerazioni, dove può avvenire un taglio con il simbolico neoliberale, come e dove rigiocare libertà femminile”[8].

La risposta è una sola: ripartire da noi, dalla soggettività delle donne tutte, dal “femminismo radicale e neomarxista, gli unici con un imprinting realmente intersezionale, perché le prospettive neo-abolizioniste riguardo allo sfruttamento sessuale di donne e ragazze contemplano un’analisi olistica delle varie forme di oppressione presenti nella società”[9] per far sì che le nostre parole (autodeterminazione, inclusività) non si ritorcano contro di noi.

L’inconsapevolezza della soggettività femminile, oggi occupa il mondo femminista/Lgbt+: normalizzare il sex work è (tra le altre cose) assumere l’esperienza maschile come metro di giudizio; disporre delle donne come uteri in affitto è (tra le altre cose) cancellare l’esperienza della gestazione e del parto e sbeffeggiarla come mistica della maternità.

La comunità Lgbt+ da movimento di liberazione a luogo di trionfo della mascolità egemonica.

Il neoliberismo svuota le parole del significato originario ed ecco che i padri gay “costretti” al soggiorno all’estero diventano teneramente i nuovi “migranti”(indecente paragone), la tutela del proprio privilegio viene spacciata per tutela dell’autodeterminazione della donna, e (quasi) tutta la comunità, si piega al “diritto” d’un pugno di ricchi di avere figli coi geni propri, ricchi pronti a ribadire (di nuovo) l’assoluta supremazia del sangue, del DNA e della famiglia patriarcale e borghese.  

Non sono “nuovi diritti” da regolamentare in fretta e furia e salutare come libertà, sono privilegi vecchi di millenni, è colonialismo, è capitalismo, espropriazione, economia di mercato, vuol dire riassoggettare il corpo femminile in chiave mercantile. E sulla libertà di scelta: non c’è libertà in un mondo in cui esiste non solo differenza tra ricchi e poveri, ma anche differenza sociale e politica tra uomini e donne.

Libertà presuppone parità. “Tu non sei pari. Anche se ti senti di esserlo. Guadagni ancora meno di un uomo nello stesso lavoro. Guadagni meno nel governo, nell’industria, nella sanità. Non hai ancora pieni diritti sul tuo corpo. Devi portare lo spray al peperoncino, dimostrare perché eri ubriaca la notte che sei stata stuprata. Sei ancora oggettificata, sessualizzata. Tu non sei pari, le tue figlie non sono pari. Siete ancora sistematicamente oppresse”[10].

Non si può chiedere al sistema di regolamentare lo sfruttamento, bisogna abolirlo.

Il femminismo radicale spaventa così tanto che oggi è il nemico da abbattere. Perché fa in modo che le donne si riconoscano come classe oppressa, non chiede, abolisce, decostruisce, distrugge la gerarchia, segna la fine per chi trae vantaggi dalla normalizzazione di quella gerarchia.

Sancisce e rafforza il legame con le donne trans, anche loro schiacciate dalla stessa oppressione.

“L’ideologia patriarcale è una tigre di carta, pisciamoci sopra” dice Jacopo Fo. Giusto.  Dunque non dimentichiamo che abbiamo qualcosa da difendere e portare a termine, un’eredità di coscienza e rivolta, frutto delle lotte di donne (etero, lesbiche, trans) che ci hanno precedute e a cui dobbiamo fedeltà. A loro, solo a loro, e a noi stesse.  

“La storia delle donne è dentro ciascuna di noi. Siamo tutte testimoni del passato. Siamo tutte potenziali avvocati del futuro. Non aspettate. Non pensate solo a voi stesse e alla vostra vita: pensate a tutte le vite dentro di voi, di coloro che sono morte e di coloro che nasceranno. E la prossima volta che qualcuno vi chiede: che cos’è la storia delle donne?, rispondete ‘Io sono la storia delle donne’. E credetelo”[11].

 

  1. Valenti, Full Frontal Feminism: A Young Woman’s Guide to Why Feminism Matters, da «The Ultimate Insult», tratto dal blog Il Ricciocorno Schiattoso
  2.  E. Dickinson, Una parola muore, The Complete poems, Ed. Fili d’Aquilone, 2012
  3. A. M. Bardellotto, Il burqa della parola delle donne occidentali, tratto dal blog Cheliberta.it
  4. S. Firestone, La dialettica dei sessi, trad. tratta dal blog Appunti dalle notti insonni – Contro ogni normalizzazione delle gerarchie
  5. Ibid
  6. C. Delphy, Nos amis et nous. Les Fondements cachés de quelques discours pseudo- feminists, «Quéstions Féministes», 1, 1977, pp. 20-49, ora in Christine Delphy, L’ennemi principal 1. Économie politique du patriarcat, Éditions Syllepse, Paris 2013 [3ème edition], pp. 151-193.
  7. J. Crispin, Why I Am Not A Feminist. A Feminist Manifesto, Merville House, New York 2017
  8. T. Dini, La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale, Mimesis, Milano 2016
  9. M. Celano, Equivoci e mistificazioni intorno ad una categoria giuridica e sociologica: l'intersezionalità!, tratto da Agoravox.it
  10.  D. Leygerman, You are not equal. I’m sorry. Discorso in risposta alla Marcia delle Donne, sabato 21 gennaio 2017, tratto dal blog unaltrogeneredirispettoblog.wordpress.com
  11.  M. A. Maggiore, Lavoro di pace/lavoro di costruzione: la storia della pace delle donne, Convegno alla Domenican University, San Rafael, California, marzo 2003
Ultima modifica ilSabato, 26 Ottobre 2019 07:58
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