Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Contro il liberismo reazionario: intersezionalità

di Mariarita Galentino

Spopola il “femminismo” liberale, made in USA, ma molto presente anche in Italia. Colorato, pop, innocuo, capace di sconvolgere il significato di parole quali autocoscienza, inclusività, autocritica, pienamente complice dei rapporti di dominio e potere, spopola, e si affretta a regolamentare privilegi vecchi di secoli spacciandoli per libertà femminili.

“Nonostante questo quadro desolante, negli USA, non mancano visioni femministe radicali ed intersezionali che prevedono un’analisi globale e complessa dei sistemi di oppressione, riletti in chiave marxista”[1].

Risale agli anni 70 e appartiene al femminismo nero[2] il concetto di intersezionalità, quando fu chiaro che questioni come genere, razza e classe non erano affatto slegate fra di loro, ma si andavano appunto intersecando, perché raddoppiavano e triplicavano l'oppressione femminile.

“Cominciai a chiedermi: chi sarei se non vivessi in un mondo che odia le donne? Non sono riuscita a darmi una risposta soddisfacente, ma mi sono resa conto che stavo rimpiangendo una parte di me che non è mai esistita” si chiede oggi Jessica Valenti[3], dando voce a situazioni ed esperienze che tutte noi abbiamo vissuto sulla nostra pelle.

Nascere donna è già motivo di oppressione, vero, ma non è l'unico.

Il concetto di intersezionalità, relativamente nuovo, ma già banalizzato e spremuto dal femminismo liberale (secondo cui anche i più ricchi possono paragonarsi ai migranti, purché si “sentano” come loro) va riscoperto e riportato al significato originario.

Il femminismo bianco, mainstream, privilegiato, con poco da offrire a donne lesbiche, migranti, trans, non bianche, non appartenenti alla classe medio-alta, ha le sue complicità nell'aver consegnato quel concetto al neoliberismo, al mondo globalizzato, alla sfera delle libertà individuali in nome delle quali ogni pretesa va regolamentata.

“Come femminista ho sempre pensato che, combattendo per l'emancipazione delle donne, stavo anche costruendo un mondo migliore...ma quasi fosse un crudele scherzo del destino, il femminismo sembra essersi avviluppato in una relazione pericolosa con gli sforzi neoliberisti nel costruire la società del libero mercato”[4].

E ancora. “Una serie di idee femministe, che un tempo facevano parte di una visione del mondo radicale, vengono oggi utilizzate a fini individualistici. Il movimento delle donne aveva come priorità la solidarietà sociale, oggi festeggia le imprenditrici, incoraggia il progresso individuale. La svolta femminista verso una politica identitaria si è alleata fin troppo strettamente con un neoliberismo in crescita che non desiderava altro che reprimere ogni ricordo delle battaglie per l'uguaglianza sociale”[5].

Contro il “neoliberismo progressista” e colorato la strada è quella del femminismo radicale e dell'analisi di una società patriarcale, fondata sul privilegio maschile, e su un sistema di dominio e controllo delle donne; il capitalismo è frutto della società patriarcale e causa di oppressione economica e sociale delle donne.

Questo femminismo, radicale e marxista, unitamente al concetto di intersezionalità nel suo significato originario, è il solo davvero rivoluzionario.

Intersezionalità non come decorazione modaiola in mano a quel libfem che non può essere tale per forza di cose (l'industria del sesso si basa anche sul razzismo), ma come rispetto dell'identità, della soggettività dell'altra. Si tratta di donne che propongono una visione e un vissuto diverso da quello normativo, fatto di molteplici oppressioni, dovute a elementi che si intersecano fra loro. Il femminismo radicale ingloba al suo interno quelle voci e quelle lotte e, riconoscendone l'unicità, si impegna a combattere contemporaneamente contro misoginia, razzismo, lesbofobia, transfobia.

 

[1] M.Celano, “Il femminismo nord-americano e le ultime elezioni in USA: hanno tutte sostenuto Hillary Clinton?”, articolo tratto da SpondaSud- Rivista di politica internazionale.

[2]Kimbrlé Crenshaw, giurista e attivista statunitense, introdusse per prima il concetto di intersezionalità.

[3] J. Valenti, Sex Object: A Memoir.

[4] N. Fraser, “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo”, articolo tratto da The Guardian.

[5] Ibidem.

Ultima modifica ilDomenica, 10 Novembre 2019 19:56
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