Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La Filosofia Femminista Cubana: iniziative, nodi problematici e azione comune

di Maddalena Celano

É importante permettere che, a Cuba, le donne hanno gli stessi diritti costituzionali degli uomini nel campo economico, politico, culturale e sociale, nonché nella famiglia, in base agli articoli 42 e 43 della nuova Costituzione Cubana. L’articolo 43, nello specifico, sancisce quanto segue: “La donna e l’uomo hanno uguali diritti e responsabilità in materia di economia, politica, cultura, lavoro, nel sociale, in famiglia e in qualsiasi altro ambito. Lo Stato garantisce che a entrambi i sessi siano offerte le stesse opportunità e possibilità. Lo Stato promuove il pieno sviluppo delle donne e la loro piena partecipazione sociale. Assicura l’ esercizio dei loro diritti sessuali e riproduttivi, le protegge dalla violenza di genere in qualsiasi delle sue manifestazioni e spazi, e crea i meccanismi istituzionali e legali per questo”.

Nel 2011, in occasione del quindicesimo anniversario dell’antologia femminista, Estatuas de sal. Cuentistas cubanas contemporáneas, curate da Mirta Yáñez e Marilyn Bobes, si organizza un dibattito sulle relazioni che intercorrono tra “genere” e “cultura”. L’evento che si svolge presso la UNEAC per il Programa Género y Cultura del Grupo de Reflexión y Solidaridad Oscr Arnulfo Romero (OAR) prende un titolo forte e significativo: Mirar desde la sospecha (Guardare da una prospettiva di sospetto).[1] L’iniziativa, infatti, verte sulle relazioni tra femminismo e letteratura: si ripercorre la genesi della letteratura femminile a Cuba e si analizzano i primi testi letterari prodotti; si prendono in esame le opere di autrici cubane illustri come Gertrudis Gómez de Avellaneda, Aurelia Castillo, Mari Blanca Sabas Alomá, Mirta Aguirre, Camila Henríquez Ureña, tutte “donne di lettere” che levarono la loro voce per rivendicare i diritti del loro genere.

Yáñez osserva che ogni lavoro creativo suppone un “posizionamento ideologico” e, in tal caso, osserva come tali opere siano in continuo conflitto con la cultura dominante. Nello sviscerare la letteratura femminile cubana, la filologa, insegnante e scrittrice scopre che, in questo posizionamento, è la questione dell’identitá creola e “di genere” il vero elemento unificatore, un’identità mobile e fenomenica (non prestrutturata).

Anche Cuba – come tutti i paesi latino-americani – ha conosciuto periodi bui, caratterizati da censura dell’intelligenza e delle arti femminili, di svilimento e occultameno della letteratura femminile, di machismo “critico” e letterario. Perciò Mirta Yáñez promuove la necessitá di promuovere il “genere” come “occhio” d’analisi critica e letteraria e, soprattutto, evidenzia l’urgenza di recuperare la memoria della tradizione culturale femminista cubana.

Il “genere” come categoria interdisciplinare non riguarda immediatamente e solo gli studi letterari, ma è una lente e uno strumento capace di destrutturare criticamente un immaginario collettivo distorto; in tal senso, la letteratura si fa metodo di analisi della realtá concreta che è disuguale, nel linguaggio e nella creazione.[2]

Ancora. Il 24 luglio 2012 un gruppo di note femministe cubane si riuniscono presso il “José Martí International Journalism Institute” per discutere della possibilità di coordinare i propri sforzi per formare un’organizzazione politica nazionale; discutono di proposte, idee e riforme che dovrebbero essere presenti nell’agenda istituzionale di Cuba. L’invito recita così: "Vorremmo invitarti a una discussione sul femminismo a Cuba oggi: ripensare la teoria e la pratica" e, moderato dalla dott.ssa Alina Perez, coinvolge – tra le altre – donne dal calibro di Georgina Alfonso, Teresa Diaz Canals, Danae Dieguez e Isabel Moya. In prima battuta sembrava uno dei tanti dibattiti di studiose (come al solito), organizzati da, per e sulle donne intellettuali.

L’iniziativa, invece, ottiene il sostegno del “Servizio d’ Informazione sulle Donne per l'America Latina e i Caraibi” (SEMlac), il Ministero degli Affari Culturali Spagnolo a Cuba e l'Agenzia Spagnola per la Cooperazione e lo Sviluppo Internazionale (AECID). Ma questa non è stata la caratteristica più rilevante dell'incontro. Sebbene l'evento sia stato annunciato meno di 24 ore prima dalla sua convocazione e prima di una festa nazionale, l’aula Don Mariano dell'Istituto era giá gremita alle 10 del mattino, con donne di diverse estrazioni e settori: insegnanti, filosofe, ricercatrici, operatrici sociali, giornaliste, attiviste politiche, semplici allevatrici e contadine. Tenute saldamente insieme dal loro impegno per il femminismo, già dal suo avvio, l’evento mostra la sua capacità di inclusione delle donne nelle rispettive aree scientifiche e professionali.

La presentazione iniziale è affidata a Isabel Moya, direttrice della rivista Mujeres (Donne), la quale fornisce una panoramica sul perché della decisione di organizzare l'evento. Senza dubbio, la ragione più importante è la divulgazione di tesi post-laurea di Comunicazione Sociale, con particolari focus sul “genere”: questo genera numerosi dibattiti, tra gli accademici, all'interno delle varie facoltà dell'Università de La Habana.[3] In questo contesto, è opportuno ripensare al modo in cui il femminismo - mascherato dal termine "genere" in molte aree della ricerca sociale – contribuisca allo sviluppo di una societá civile piú evoluta e dinamica. Si esamina, poi, il modo di condurre le relazioni “tra donne” e come possano essere utilizzate, a Cuba, per affrontare con successo nuove sfide sociali, dal punto di vista teorico e pratico. La moderatrice, Alina Perez, sottolinea che l'intenzione non é quella di fondare un gruppo femminile chiuso, ma di promuovere il dialogo tra pari (per questo motivo, all'ingresso della sala, c'erano copie della newsletter “Voces para el dialogo”, dedicato al “Femminismo a Cuba oggi” che consisteva in interviste con le relatrici Teresa Diaz Canals, Danae Dieguez, Isabel Moya e altre tre importanti femministe cubane, Mirta Yañez, Zaida Capote Cruz e Georgina Alfonso). Infine, Diaz Canals conclude il suo intervento con un appello per salvare la memoria delle femministe cubane dei secoli passati e per riaffermare la convinzione che, a Cuba, esista un pensiero femminista indigeno. Vi sono molti commenti e molte partecipanti che includono, nelle loro discussioni, gli errori e le lezioni dolorose apprese dalle esperienze condotte con l'Asociacion de Mujeres Comunicadoras (Associazione delle Donne Comunicatrici, associazione che ebbe vita breve), piú nota con il nome “MAGIN” che pure, negli anni ‘90, aveva difeso l'idea di un femminismo socialista, sostenendo che un focus sul genere non fosse in contraddizione con la “lotta di classe”. In una società fortemente politicizzata, come quella di Cuba, un’associazione femminista rappresenta una sfida frontale all'egemonia del potere. Questo non solo perché il femminismo è essenzialmente un progetto politico - e chi lo nega è ignorante o opportunista - ma perché smantella la stessa logica dell'ordine sociale e la sostituisce con un’altra, in cui il rapporto tra le persone è intrinsecamente egualitario, senza alcun tipo di verticalità.

Ancora oggi, gli sforzi delle donne sono deboli e lo saranno fintanto che permarranno divisioni tematiche, metodologiche, istituzionali o geografiche. Le cubane credono sia necessario, in tal senso, fondare un gruppo che abbia obiettivi comuni e che riconosca fondamentali comunanze ideologiche. Prima di fare quel salto qualitativo (è cioè di unire consapevolmente se stesse), tuttavia, credono che le femministe debbano superare i limiti che le bloccano come gruppo o organizzazione:

-      l’isolamento e l’ignoranza su iniziative (sforzi scientifici, educativi, comunicativi, comunitari o politici) organizzate in diverse parti del mondo, della nazione o in diverse istituzioni di tali province;

-      una base sociale egemonica e classista (benché "illuminate"), la maggior parte delle quali vivono in grandi cittá, sono eterosessuali, bianche e con istruzione universitaria;

-      la mancanza di un senso della storia (poiché, dove non c'è conservazione o ricircolo dell'eredità di coloro che ci hanno precedute nel movimento, non è possibile neppure riconoscersi in ciò che c’è già o c’è già stato e che ha reso pratico – o no – il femminismo);

-      una nuova generazione senza consapevolezza di genere e profondamente disinteressata all’azione collettiva;

-      media e canali di comunicazione che generalmente riflettono una visione distorta del femminismo e delle agende di genere;

  • - pregiudizi radicati nella mentalità popolare e in quelle persone che compongono le strutture del potere che lavorano contro il termine “femminismo”.
  • - la leggenda distorta secondo cui il femminismo andrebbe contro la lotta di classe e contro l'obiettivo socialista, in generale;
  • - la mancanza di riconoscimento del lavoro svolto dalla Federazione delle Donne Cubane (FMC) nel promuovere politiche pubbliche benefiche per le donne, nonché di battersi per i diritti sessuali e riproduttivi della popolazione cubana, in generale.

Molte di queste barriere sono state affrontate come domande e ad alcune è stata poi data una risposta da Isabel Moya che, attraverso il suo lavoro come direttore della rivista Mujeres, ha avuto l’opportunità di viaggiare sull'isola e conoscere le esperienze di molte persone che non hanno paura di dichiararsi “femministe”.

Moya spiega che se esistono reti femministe cubane, al di fuori de La Habana, e che queste riportano una grande difformità nazionale o locale: nate attorno a progetti disomogenei, come i 33 centri femminili presenti in diverse università, o "Casas de Orientación a la Mujer y la Familia" (Centri per l'orientamento delle donne e delle famiglie), questi sono gestiti dall'FMC, in tutti i comuni e dal personale che lavora nei nuovi “Tribunales de la Familia”. Ma ha riconosciuto che molte di queste iniziative non sono note al di fuori delle loro aree geografiche o professionali.

Sono state sollevate richieste e questioni che dovrebbero essere incluse in un’agenda femminista a Cuba, alla luce dei cambiamenti che il paese sta attraversando nell'aggiornamento del suo modello economico. Ciò ha portato a una seconda tempesta di idee, molto più positive,

Nell'ordine approssimativo in cui sono comparse:

  • - Donne e occupazione
  • - Donne, genere e media
  • - Donne e famiglia
  • - Donne e politica pubblica
  • - Violenza di genere
  • - Donne e povertà
  • - Femminilità e mascolinità
  • - Rapporti razziali
  • - Cicli di vita in relazione alle donne
  • - Genere e istruzione (ciò comporta in realtà quattro questioni, poiché si riferisce alla scuola elementare e secondaria, alla formazione tecnica e all'istruzione universitaria)
  • - Donne e musica, come oggetti e come soggetti
  • - Parità in contesti e organizzazioni politiche
  • - Garanzie di accesso ai contraccettivi, contraccezione d'emergenza e aborto gratuito
  • - Donne e religione (con l'accento sul controllo della sessualitá e dei corpi, da parte delle single chiese, in nome della libertà religiosa)
  • - Il lavoro di cura come diritto riconoscito economicamente e socialmente
  • - Femminismo e reti sociali
  • - Pratiche di sviluppo di genere e educazione
  • - Cittadinanza attiva
  • - Immigrazione e relazioni di genere
  • - Mobilità sociale delle donne
  • - Donne e tecnologia
  • - Precursori del movimento femminista a Cuba e nel mondo
  • - La logica femminista dell’ azione e dell’ organizzazione.

Dopo la discussione, Isabel Moya ha accettato di elaborare quelle proposte e di inviarle in giro. Inoltre, anche dopo la conclusione ufficiale dell'incontro, il gruppo ha continuato ad analizzare rigorosamente i pro e i contro di questi punti. Il 2013 ha segnato il ventesimo anno dalla fondazione di MAGIN, eppure alcune domande continuano a susseguirsi:

  • - Le nuove femministe cubane saranno in grado di auto-organizzarsi (al di là di specifici interessi settoriali) per difendere un'agenda politica comune?
  • - Le autorità di Cuba saranno disposte a dialogare con un movimento femminista coordinato?
  • - Come farà questo movimento a negoziare con esse, senza cadere negli stessi schemi criticati?

Una cosa è certa: solo coloro che intraprenderanno nuovi cammini potranno arrivare ovunque.

É tempo di iniziare a compiere passi congiunti.[4]

Femminismo cubano e Femminimo latino-americano: radici comuni

Il femminismo latinoamericano che, in questa fase include il femminismo caraibico, è radicato nel contesto sociale e politico definito dal colonialismo, dalla schiavitù dei popoli africani e dall'emarginazione dei popoli nativi americani. Esso si concentra sul lavoro critico che le donne hanno intrapreso in risposta alle forze che hanno guerreggiato e colonizzato i territori latino-americani.

Allo stato attuale, il contesto è dominato da politiche economiche neoliberiste che, nell’ambito della globalizzazione, hanno avuto un impatto devastante sui segmenti più vulnerabili della società ed è in questo contesto politico che il femminismo latinoamericano si radica nella vita materiale delle donne. Mentre esplora le tensioni generate dalla confluenza di storie che generano le relazioni, o intersezioni, tra genere, cittadinanza, razza/etnia, sessualità, classe, comunità e religione, il femminismo latinoamericano comprende tante posizioni, molte delle quali spesso in tensione l’una con l’altra. Di conseguenza, molti si riferiscono al “femminismo” latinoamericano al plurale. La diversità dei femminismi è dovuta alle varie regioni e alle loro storie che richiedono trasformazioni sociali, culturali, governative e organizzative in base ai propri contesti. Pertanto, la presente discussione sul femminismo latinoamericano, richiede metodologicamente una sensibilità storica per comprendere l’intima relazione tra lo sviluppo di idee diverse e le condizioni politiche eterogenee.

D’altra parte, il crescente interesse per la più ampia filosofia latinoamericana, richiede un aumento delle rappresentazioni artistiche e sociali e un più ampio accesso ai testi prodotti sul ruolo che le donne hanno svolto nell’evoluzione delle idee filosofiche latinoamericane. Pertanto, è bene sottolineare non solo che esiste una ricchezza di idee femministe critiche sulle teorie delle identità, della politica e della cultura e che la maggior parte delle genealogie storiche del femminismo latinoamericano risalgono alle origini dei movimenti “politico-sociali”, degli anni ‘60 e ’70 (concentrati sulla lotta di liberazione delle donne), ma che, nondimeno, le idee femministe in America Latina sono molto più antiche di quelle che sono state documentate come parte dell’azione politica femminista.

Le origini delle idee femministe latinoamericane, si possono trovare nelle riflessioni sulle condizioni di marginalità che emergono a seguito del colonialismo e nelle critiche alle norme che rendono la categoria dell'uomo (inteso come maschio) il punto di accesso per l'umanità. Negli anni '60 e '70, il femminismo, in America Latina, aveva una storia ben piú radicata e si occupava di articolare differenze e alterità da una prospettiva non dominante. In effetti, vi sono lacune nella genealogia femminista latinoamericana, poiché gli scritti delle donne non bianche fra XIX e inizio XX secolo (e precedenti) si trovano raramente in forma scritta: molte di loro erano analfabete e le loro storie non venivano documentate testualmente.

Le loro idee e le storie, piuttosto, sono state trasmesse oralmente. Ad esempio, la resistenza coloniale della leader popolare Baraúnda, moglie del leader di Garifuna Satuyé, fu leggendaria per il suo popolo; la sua memoria viaggia nelle canzoni cantate dalle donne Garifuna dell'Honduras e del Belize. Allo stesso modo, la storia della principessa Anacaona, capo Taino (cacica) di Jaragua Hispañola (attuale Haiti), è una storia di eroica resistenza anti-coloniale. Prima della sua esecuzione, le era stata offerta la clemenza in cambio di diventare la concubina di un nobile spagnolo, ma il  suo rifiuto e la sua morte hanno consolidato il suo status leggendario, immortalato nelle canzoni tradizionali di Haiti, della Repubblica Dominicana e del Porto Rico. Le storie delle donne indigene, in questi ultimi tempi, continuano a essere condivise oralmente attraverso miti, canzoni e proverbi e contribuiscono alle basi del pensiero femminista latinoamericano.

Una delle prime scrittrici documentate, nella tradizione filosofica femminista latinoamericana, risale al XVII secolo, i cui scritti hanno destato (anche recentemente) molta attenzione filosofica, è certamente Juana Inés María del Carmen Martínez de Zaragoza Gaxiola de Asbaje e Ramírez de Santillana Odonojú, piú nota come Juana Ines de la Cruz o Sor Juana del Messico (1651–1695). Autodidatta del periodo barocco, Suor Juana è sostenitrice dei diritti educativi e intellettuali delle donne e, come evidenziato dalle molteplici pubblicazioni delle sue opera letterarie, era già nota in vita. Tuttavia, quando – nella seconda metà del XVIII secolo – l'attenzione per la poesia barocca perde smalto, la sua fama diminuisce e, affinché il suo lavoro venga recuperate, si dovrà attendere il 1951, con la pubblicazione delle sue opere complete.

Juana Ines de la Cruz è solo una delle molte scrittrici femministe che hanno sostenuto un cambiamento sociale e culturale (incluso il ruolo delle donne). Teresa Margarida da Silva e Orta del Brasile (1711-1793), ad esempio, è la prima donna a pubblicare un romanzo in lingua portoghese e la prima di origine brasiliana a pubblicare un libro in Europa; ha sostenuto l'autonomia degli indigeni e i diritti delle donne nella scienza. E ancora: Flora Tristán del Perú (1803-1844) sostiene l'uguaglianza delle donne e i diritti dei lavoratori; l’abolizionista argentina Juana Manso (1819-1875) teorizza l'educazione e l'istruzione filosofica come via per l'emancipazione morale e intellettuale delle donne (posizione assunta, alla fine del secolo, da figure come Rita Cetina Gutiérrez del Messico e Visitación Padilla dell’Honduras); Cetina Gutiérrez fonda la rivista La Siempreviva a Mérida e poi anche la prima scuola secolare del Messico, per ragazze povere, e un college artistico per giovani donne. Sempre Gutiérrez è citata come una delle prime femministe messicane che hanno promosso l'educazione secolare delle donne e che hanno combattuto per la loro autodeterminazione. Una storia simile è quella di Visitación Padilla dell’Honduras, che fonda la Sociedad Cultural Feminina per promuovere l'accesso all'istruzione, in particolare per le donne.

L’impatto delle idee incentrate sui diritti delle donne, sulla vita intellettuale ed educativa, sull’uguaglianza e sui diritti dei lavoratori non è stato immediate, in quanto non hanno ricevuto adeguata importanza nei rispettivi contesti. Durante i movimenti femministi del XX secolo, molte di queste figure riemersero come parte di un panorama teorico femminista latinoamericano. Le prime idee femministe latinoamericane vengono valutate attraverso la memoria storica che dà peso all’affermazione che esistevano idee femministe latinoamericane, prima dei movimenti delle donne degli anni ‘60 e ‘70.

Le idee femministe d’inizio XX secolo sono transnazionali e si muovono con spinte per il cambiamento sociale, quindi una questione chiave per le scrittrici femministe latinoamericane contemporanee è l'importanza di tracciare il movimento delle idee e ricordarsi che le idee migrano, che si riconfigurano in base al loro contesto. D’altra parte, l'intersezione tra le idee femminili sulla resistenza anti-coloniale e le idee rivoluzionarie non sono state necessariamente intese come “idee femministe”: più spesso, le idee delle donne in materia di giustizia sociale, uguaglianza e cambiamento politico, convergevano con altri progetti politici che si concentravano sul miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice impoverita, non specificamente sulla condizione femminile.

Nel 1915, Salvador Alvarado diviene governatore dello Yucatán e veicolo di cambiamento sociale e politico fino al 1918, quando è chiamato a tornare al servizio militare. L’uomo sostiene il movimento femminista, iniziato nella regione da Rita Cetina Gutiérrez nel 1870 e il suo mandato in carica offre finalmente spazio e sostegno all'attivismo politico delle donne, nella regione. I primi due congressi femministi nella storia del Messico si tengono a Mérida, nel Gennaio e Novembre del 1916, dando il via alle discussioni sul diritto di voto e alla partecipazione politica, l'aborto e la contraccezione, nonché sull'istruzione. Nel 1923, il partito socialista dello Yucatan ottiene le prime tre deputate.

Dato l'impatto della Rivoluzione Messicana, non è una sorpresa che alcune delle prime idee femministe si diffondono grazie alla Rivoluzione e ben oltre il Messico, attraverso l’America Latina e i Caraibi. Nel 1880, le donne abolizioniste del Brasile pubblicano un giornale dal titolo A familia e sostengono cambiamenti nelle norme di abbigliamento. Nel 1910, l'Argentina è testimone del primo Congresso Internazionale Femminista che lotta per la pace, l'educazione e la partecipazione delle donne nella vita politica. Nel 1924, Visitación Padilla denuncia la presenza della fanteria militare americana degli Stati Uniti in Honduras e in America Centrale, nel Boletín de la Defensa Nacional; fonda il Círculo de Cultura Femenina che sostiene l'educazione delle donne e resiste all'intervento militare nordamericano, durante la seconda guerra civile honduregna (1924). Nel 1928, le donne dell'Ecuador fanno causa allo Stato chiedendo il diritto di voto, che riceveranno l’anno successivo.

Luisa Capetillo (1879–1922), evidenzia la convergenza tra idee femministe e idee riguardanti una più ampia trasformazione sociale. Nata ad Arecibo, in Porto Rico, Capetillo studia come autodidatta e si assicura un lavoro come “lettrice” nelle fabbriche di sigari: leggendo ai lavoratori e trasferendo loro idee rivoluzionarie mentre arrotolano i sigari, l'impiego di Capetillo serviva ai lavoratori per sviluppare una coscienza sul ruolo dei sindacati, sul socialismo, sull'anarchismo e sui diritti delle donne. Sebbene i lettori fossero generalmente uomini, non era raro trovare donne nelle fabbriche di sigari, mentre l'industria della fabbricazione di sigari si modernizzava e diveniva la seconda industria nazionale nei primi decenni del XX secolo.

Tra il 1950 e il 1980 giungono quelli che la cilena Julieta Kirkwood conia come “gli Anni del Silenzio”: questi anni vedono le donne (soprattutto di classe media) aumentare la presenza politica, partecipare ai movimenti sociali e ai partiti politici popolari e tuttavia non assistono alla nascita di alcuna esplicita richiesta femminista. È un periodo caratterizzato da una forma di “maccartismo”, scatenato dall'intervento degli Stati Uniti in Guatemala e nella Repubblica Dominicana con l'intenzione di scongiurare il Comunismo. Questi anni, vedono anche la caduta della dittatura di Somoza in Nicaragua nel 1956, nonché l'ascesa di conflitti e regimi militari in paesi come Colombia, Argentina e Cile. Questo Silenzio (che quindi non significa “tregua” o “tranquillità), vede d’altra parte un fervente affaccendamento anche da parte delle donne, le quali sono letteralmente attive e producono testi di narrativa, di poesia e riflessioni politiche.

Tuttavia, è importante sottolineare che non tutte le donne che scrivono durante questo periodo spingono per un cambiamento sociale: mentre alcune opere mostrano dubbi e resistenze all'ordinamento patriarcale del mondo, altri testi femminili vertono sul patriarcato e sul machismo, sul matrimonio forzato e sull'isolamento sociale della donna.

Gli anni ‘70 sono gli anni dei regimi militari, caratterizzati dalla mobilitazione di donne che fanno della maternità una categoria politica e di resistenza civile, resistono alla repressione statale in quanto madri dei desaparecidos (gli scomparsi) per mano del terrorismo di stato (nel 1977 nascono il movimento CoMadres, Comité de Madres, di El Salvador, e l'Asociación Madres de Plaza Mayo, in Argentina, per indagare sulla scomparsa di giovani ed adolescenti nel Terrorismo di Stato messo in atto dalla dittatura militare che attraversò gli anni 1976-1983). In Messico (a Città del Messico), alla vigilia della festa della mamma, posizioni critiche sulla maternità sono avviate dal gruppo neofemminista Mujeres en Acción Solidaria (MAS), dinanzi a El Monumento a la Madre (un monumento in onore delle madri) attraverso una protesta contro il mito sacrificale e santificante della maternità: protestano contro la credenza che il ruolo di una donna, nella società, sia necessariamente legato o circoscritto alla maternità (la protesta è continuata negli anni seguenti).

La spinta a dissociare la maternità dalla femminilità, ha posto le basi per le più recenti riflessioni sulla separazione fra le capacità riproduttive dei corpi e la loro salute sessuale. Gesti come lo spreco di beni domestici o gli aborti autoindotti, per evitare la schiavitù dei bambini, sono stati meglio compresi come atti di “terrorismo domestico” e riletti come parte della storia delle donne afro-discendenti nelle Americhe. In questo contesto, la richiesta di un’analisi multidimensionale delle donne “razzializzate” implica anche la dimostrazione che, per queste donne, la sfera pubblica e quella privata non sono entità separate (come invece pretendeva il femminismo egemonico): emerse quindi un appello per chiarire la relazione tra razzismo e sessismo, al fine di comprendere meglio la storia delle donne in tutte le Americhe.

Uno di questi tentativi può essere individuato nello sviluppo delle Amefricanidad, un termine coniato dalla studiosa afro-brasiliana Léila Gonsalez che resiste all'uso della Latinidad, a causa delle sue basi eurocentriche (proprio come l’uso del Mestizaje minimizza la dimensione indigena e africana dell'America Latina e dei Caraibi). Basandosi sull'uso di Amefricanidad o Amefricanicity, altre hanno sostenuto l'uso del termine come epistemologia privilegiata che migliora la visibilità del femminismo afro-discendente, nella regione. Secondo queste teorie, la parola Amefricanidad tiene traccia dell'importanza delle radici dell'identità africana e indigena, ma – mentre cerca di pensare all'interno di quelle identità – persegue un approccio intersezionale al razzismo, al colonialismo e all'imperialismo.

In tutta la regione, le donne partecipano collettivamente ai movimenti per i diritti umani, cercando un migliore accesso all'istruzione, alla sanità, ai servizi sociali e resistono alla repressione dei vari regimi militari. La dipendenza economica e la repressione politica dell'America Latina, durante questi lunghi anni, pongono le basi per un distinto “attivismo femminista militante” che avrebbe continuato a diffondersi nel decennio degli anni ‘80.

Gli anni Ottanta sono caratterizzati dall’espansione della teoria e della pratica femministe: si inizia ad approfondire la visione politica, culturale e sociale; il numero di riviste femministe, di film e video aumenta e così anche quello dei centri d’accoglienza per vittime di stupro e donne maltrattate, dei gruppi di lesbiche o di altri progetti specificamente “di genere”. Mentre le femministe aumentano le loro attività con progetti sociali, iniziano anche a creare più organizzazioni della società civile o ONG (organizzazioni non governative). Uno degli eventi più importanti di questi anni è il primo Encuentro Feminista Latinoamericano y del Caribe tenutosi a Bogotá, in Colombia. Gli Encuentros (Incontri), come poi sono stati chiamati, servono da forum critici regionali per dibattiti sulla politica femminista e, in generale, per il rapporto del Movimento per la Giustizia Sociale in America Latina e nei Caraibi, per superare l'isolamento geografico e politico, con il desiderio di ritagliarsi un percorso per una politica autonoma. Nel corso degli anni, gli Encuentros hanno esteso la mappa della politica femminista. Il primo Encuentro a Bogotà (Colombia) si svolge a Luglio del 1981 nel corso di quattro giorni; partecipano oltre duecento donne provenienti da più di cinquanta organizzazioni. A livello regionale, l’incontro riunisce molti filoni del femminismo, creando un movimento eterogeneo con tensioni e conflitti considerevoli. Già durante le fasi di pianificazione dell'incontro, in effetti, emergono discussioni accese tra femministe indipendenti/autonome e femministe politiche o militanti affiliate a partiti politici (ad esempio socialiste). Le femministe indipendenti esprimono preoccupazione per la possibilità che le femministe, in linea con i partiti politici, tentino di imporre programmi settari che devino l’attenzione da questioni centrali per l'organizzazione femminista (ad esempio, i diritti riproduttivi).

A tal proposito, Graciela Hierro – una delle più note filosofe dell’America Latina – sviluppa un’etica femminista imperniata sulla filosofia utilitarista, per espletare l'intima relazione tra etica e politica, incentrata sulla liberazione e sul piacere. Per Hierro, la politica delle donne è basata sull'affermazione del ruolo delle donne in una società in cui la condizione della femminilità è intesa come variante della vita umana e non come “differenza decisiva” che condiziona l’intera esistenza. Hierro, proprio come la sua maestro, Vera Yamuni Tabush, e le donne che la precedettero, lavora come “madre filosofica simbolica” per molte, poiché influenza enormemente una generazione di studiose femministe.

Così Eli Bartra, studentessa di Hierro, sostiene che il femminismo sia una corrente teorica dedicata a scoprire cosa significhi essere una donna (per lei, il progetto femminista è politico in quanto filosofia politica pragmatica); Diana Helena Maffía, argentina influenzata da Bartra, sostiene che il femminismo sia una “teoria critica” che si presta ad una revisione delle ideologie politiche tradizionali; Maria Luisa Femenías (Argentina) ritiene che il femminismo latinoamericano si caratterizzi nell’intersezione tra genere, classe, razza/etnia e religione come elementi che forgiano le condizioni di esistenza delle popolazioni latine; Urania Ungo Montenegro, di Panamá, definisce il femminismo come “teoria politica” delle donne che riflette il rapporto tra donne e gestione del bene pubblico. Questo elenco non è affatto esaustivo: ulteriori figure, come Rosario Castellanos del Messico, Celia Amorós della Spagna e Ofelia Schutte (cubana che vive negli Stati Uniti) hanno dato un notevole contributo al panorama della filosofia femminista latinoamericana, ricordando ai lettori che la tradizione femminista occupa una parte ben più ampia della tradizione di liberazione politica e teorica dell'America Latina. Ma ciò che ci interessa, in particolar modo, è che sebbene divergano nel rapporto tra femminismo e lotta politica, tutte queste posizioni condividono l’idea che “fare femminismo”, in America Latina, significhi impegnarsi nella teoria politica, in modo da chiarire le diverse e complesse relazioni tra donne, genere, vita e arte del governo.

Il risultato della ricerca Etica e politica del movimento femminile. Sfide del femminismo socialista nel 21° secolo, presentato a La Habana dal Gruppo di Ricerca sull'America Latina “Filosofia Sociale e Assiologia” (Galfisa), dell'Istituto di Filosofia, il 21 maggio 2018, polemizza e riflette sul femminismo ieri e oggi nell'isola caraibica. La copertina – sotto il titolo “Femminismi a Cuba?” – reca la frase “Né sante, né streghe, solo donne”, a significare che invece di offrire risposte conclusive, nell’opuscolo, si voglia provocare un genuino dialogo e alcune discussioni su argomenti non più aggirabili (femminismo, socialismo, patriarcato, capitalismo, unità e diversità). Le politiche sociali cubane a favore delle donne, sviluppate nel paese dall'ultimo decennio degli anni Sessanta, hanno portato a progressi concreti per la partecipazione sociale femminile e per i diritti sessuali e riproduttivi, sebbene non sia stato vissuto allo stesso modo da tutte le donne. La proposta editoriale trascende il mondo accademico e culturale, per indirizzare contributi pratici in materia di politica, economia e ordinamento sociale, con un approccio innovativo per lo scenario cubano: sistematizza la ricerca di azioni participative nella costruzione di reti (uno sforzo che coinvolge più di cento esperienze cubane); contiene collegamenti e scambi con organizzazioni e gruppi in America Latina, come la Marcia Mondiale delle Donne, sostenendo – come dicevamo – che non vi sia Rivoluzione senza Femminismo, che se la logica del dominio del patriarcato non viene smantellata, non ci sarà lavoro emancipatorio e rivoluzionario. Il testo, tuttavia, esprime le contraddizioni che si verificano in questo processo: si può confermare che quasi tutte le donne cubane siano contrarie al machismo e, tuttavia, quante sono contrarie alla logica patriarcale e quante sono considerate femministe?

Il femminismo è ancora una teoria “vista male”, afferma il testo, perché sconvolge i piani più concreti della realtà. Tra le attuali sfide contro la cultura patriarcale, infatti, questa proposta sostiene che l’attuale modello economico e sociale debba tener conto di una nuova logica economica di produzione e riproduzione della vita, oltre a espandere e differenziare le politiche pubbliche basate sulle disuguaglianze di genere e la femminilizzazione della povertà. Il testo affronta anche il problema della mercificazione del corpo femminile e l’immagine delle donna, come oggetto di cambiamento o come merce di consumo (il noto problema della reificazione), nell’ordine capitalista e la questione della necessità di continuare a richiedere una vita dignitosa e senza violenza, un lavoro equo e remunerato all'interno e fuori casa e la tutela della salute sessuale e riproduttiva. Alla cerimonia di presentazione, convocata dallo spazio femminista "Berta Cáceres", dell’Institute of Philosophy, è stato reso omaggio alla già citata Isabel Moya, giornalista cubana, professoressa, ricercatrice (e collaboratrice di Galfisa) morta il 4 marzo 2018 a La Habana. Durante l'incontro, sono state ricordate figure come Berta Cáceres e altre combattenti sociali del continente, come la brasiliana Marielle Franco.

Prossime sfide, resistenze, lacune e battute d'arresto

Nodi problematici di un futuro incerto

Più recentemente, il processo d’aggiornamento del modello economico e sociale cubano ha sostanzialmente modificato diverse pratiche sociali e culturali, rispetto al passato. Le modifiche proposte hanno riportato impatti diversi tra uomini e donne, tra cui – per varie ragioni – un ritorno delle donne cubane alla vita casalinga e una riorganizzazione delle relazioni di genere verso pratiche patriarcali; fenomeno che contrasta con il numero significativo di donne in carriera, professioniste impegnate in politica o nell’esercito ad alti livelli. Nel mezzo di un complesso scenario sociale, da una parte, si affrontano nuove e vecchie concezioni sul femminile e sul maschile e, dall’altra, discorsi autocompiaciuti secondo cui a Cuba non vi sia – per esempio – violenza contro donne e ragazze. Luoghi comuni stabiliti come verità evidenti, al punto che anche oggi i dati non sono facilmente reperibili (nonostante Cuba faccia parte degli Stati firmatari del CEDAW e di molti altri documenti internazionali, per la tutela della condizione femminile). Tra le molteplici conseguenze associate a questo fenomeno, vi è la mancanza di politiche pubbliche efficaci per l'identificazione e la penalizzazione della violenza contro le donne: si minimizza il problema, si creano sotto-registri statistici e si avverte una generale disattenzione istituzionale. L'attuazione di severe norme legali contro la violenza di genere e la creazione di istituzioni per l'accoglienza di donne, vittime con i loro figli, non sono stati ancora raggiunti come obiettivi. Il trattamento delle vittime e degli aggressori non è dichiarato come “Programma nelle Istituzioni Sanitarie”, come i centri per la salute mentale della Comunità. Il lavoro si svolge essenzialmente nelle capitali provinciali, poiché nelle comunità rurali – a causa dell’ impreparazione su queste tematiche – il lavoro dell'FMC in questi spazi è, quantomeno, fuorviante.[5] La verità è che mentre in America Latina, Asia e Africa si combatte per decolonizzare gli Studi di Genere e le Scienze Sociali in generale, i paradigmi dell’interpretazione nord-eurocentrica continuano ad essere riprodotti indiscriminatamente (non esclusa una determinata lettura del pensiero marxista che tralascia l’analisi della complessità delle diverse e concrete realtà delle donne cubane, ignorando le intersezioni multiple innestate nei cambiamenti sociali e nelle crisi). Il lavoro condotto finora è esclusivamente descrittivo o condensato in dati statistici aggregati per sesso o nella progettazione e/o realizzazione di progetti assistiti dalla cooperazione internazionale, per ricevere finanziamenti.

L’eccellente lavoro delle autrici femministe decoloniali, del femminismo nero, delle indigene di Nuestra America, non è conosciuto in profondità e non si comprende adeguatamente la portata delle disuguaglianze e dei problemi presenti oggi, nella vita delle donne cubane. I problemi nella maggior parte degli studi sono tanti: spesso si riproducono solo teorie egemoniche; si ricostruiscono statistiche molto limitate sulla violenza; nelle raccolte di articoli è scarsa la presenza di ricercatrici che non siano de La Habana o di grandi centri urbani e, quindi, l’analisi delle situazioni riportate non riescono a scendere in profondità teorica ma anche metodologica; tutto ciò – infine – è un circolo vizioso, perché è così che le teorie legittimate dal femminismo eurocentrico finiscono col non poter mai essere messe in discussione (perdendo ogni efficacia, anche a lungo termine). Le poche pubblicazioni sull'argomento rendono, tutto questo, palpabile.[6]

Questi problemi – solo recentemente riconosciuti – hanno generato molteplici discussioni. Fra le più importanti, si discute se l’universalizzazione del concetto di “violenza” non “essenzializzi” questo “fenomeno”, creando un soggetto omogeneo di vittima femminile, ricalcato sulla donna bianca della grande cittá, ignorando la complessità della realtà delle donne in tutta la nazione. Senza contare che le donne vivono realtà poco analizzate dai ricercatori e dalle ricercatrici. Come conseguenza della fiducia che il processo rivoluzionario abbia ampiamente superato ingiustizie e disuguaglianze, si è naturalizzato nel paese un atteggiamento generale di rifiuto dell’esistenza di fenomeni come la povertà o la violenza sanguinosa contro le donne. A Cuba, le analisi sono poche e mancano studi sul modo in cui opera la violenza contro le donne, nel quadro dei diversi contesti socioculturali. Le situazioni di violenza di genere, a Cuba, non sono mediate dalla guerra, dal traffico di droga, dalle mafie o da altri problemi sociali che affliggono l'America Latina (insieme ad altre parti del mondo) ma dagli squilibri sociali determinati dai processi di “ristrutturazione economica”.

Un’altra correlazione con il rapporto fra voce egemonica e subalterna è quella relativa alla colonizzazione discorsiva tra centro e periferie, metropoli e aree rurali, fra la Cuba-Cuba e le Province. Mi riferisco alla presunta rappresentazione, alla voce occidentale autorizzata (La Habana e le alte metropoli) che parla per le altre voci, le subalterne (le periferie). Solo analizzando le poche pubblicazioni a Cuba, sulle questioni di genere, è possibile identificare il fenomeno dell'invisibilità delle accademiche femministe già esistenti e riconosciute nel resto delle università internazionali. Nel caso specifico degli studi sulla violenza di genere, un semplice esempio del fenomeno sono i Bollettini su Internet No a la violencia, pubblicati dal Servizio Notizie delle Donne Latinoamericane e Caraibiche (SEMlac) e diffusi tramite e-mail, attraverso una directory.

[1] M. Yáñez, Cubanas Capítulo, Segunda Temporada, Editorial Letras Cubanas, La Habana, 2012, pp.5-6.

[2] Ivi, pp.10-12.

[3] Y. S. Portales Machado, Feminists in Cuba: Is It Time to Take Steps Together?; Havana Times, Circles Robinson Ed., 30 luglio 2012, su internet: https://havanatimes.org/features/feminists-in-cuba-is-it-time-to-take-steps-together/, consultato il 30 luglio 2019.

[4] AA.VV., VOCES para el diálogo, Feminismo en Cuba hoy: repensar la teoría y la práctica, 24 giugno 2012, su internet: http://www.redsemlac-cuba.net/docs/BolVOCES_2012-5-color.pdf, consultato il 30/07/2019.

[5] Y. H. García, Violenza di genere, femminismo e rappresentanza a Cuba, Rev. Estud. Fem. vol.27 n. 1, Florianópolis, 08 aprile 2019, su internet: http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0104- 026X2019000100213#B15, consultata il 30/09/2019.

[6] Ibidem

Ultima modifica ilDomenica, 29 Marzo 2020 10:08
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