Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Capitalismo e misoginia: due facce della stessa medaglia

di Maddalena Celano

Unica soluzione: lotta di classe ed internazionalismo!

Vorrei citare Lenin, in un passo ripreso da un discorso effettuato durante il Congresso della Sezione Femminile dell'esercito proletario. Congresso, convocato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Russo, cui hanno partecipato oltre 1.000 delegate. Il congresso approvò la politica estera del governo sovietico e invitò tutte le donne lavoratrici e contadine a sostenerla e difenderla. Questo congresso segnò l'inizio di un lavoro diffuso, da parte del partito, tra le donne e per le donne lavoratrici e contadine.

L’intervento è poi stato riportato nel libro, scritto da Lenin, Donne e Società.

"In tutti i paesi civili, anche i più avanzati, la posizione delle donne è tale da giustificare il loro essere chiamate “schiave domestiche”. Né in un singolo paese capitalista, nemmeno nella repubblica più libera, le donne godono di una completa uguaglianza.

Lo scopo della Repubblica Sovietica è quello di abolire, in primo luogo, tutte le restrizioni ai diritti delle donne. Il governo sovietico ha completamente abolito la fonte della meschinità borghese, della repressione e dell'umiliazione: i procedimenti di divorzio.

Da quasi un anno sono in vigore le nostre leggi sul divorzio completamente gratuito. Abbiamo emanato un decreto che abolisce la differenza di status dei bambini nati nel matrimonio e di quelli nati fuori dal matrimonio e anche le varie disabilità […] In nessun altro paese le donne che lavorano duramente hanno raggiunto una tale completa libertà e uguaglianza.

Sappiamo che l'intero peso delle leggi obsolete è a carico delle donne della classe operaia.

La nostra legge ha spazzato via, per la prima volta nella storia, tutto ciò che ha reso le donne inferiori. Ma non è una questione di legge. Nelle nostre città e negli insediamenti industriali questa legge sulla completa libertà di matrimonio sta mettendo radici, ma nelle campagne esiste molto spesso solo sulla carta. Lì prevale ancora il matrimonio in chiesa. Ciò è dovuto all'influenza dei sacerdoti, ed è più difficile combattere questo male che le vecchie leggi.

I pregiudizi religiosi devono essere combattuti con molta cautela; molti danni sono causati da coloro che continuano questa lotta in modo da offendere i sentimenti religiosi. La lotta deve essere condotta per mezzo della propaganda, per mezzo dell'illuminazione. […]

Fino ad oggi la posizione delle donne è stata tale da essere definita una posizione di schiavitù. Le donne sono schiacciate dal loro lavoro domestico e solo il socialismo può alleviarle da questo lavoro duro, quando passeremo dalla piccola economia domestica all'economia sociale e alla lavorazione sociale del suolo.

Solo così le donne saranno completamente libere ed emancipate. È un compito difficile ...

È stato osservato nell'esperienza di tutti i movimenti di liberazione che il successo di una rivoluzione dipende dalla misura in cui le donne vi prendono parte. […] Fino ad oggi non una sola repubblica è stata in grado di emancipare le donne. […] La nostra causa è invincibile, poiché in tutti i paesi la classe lavoratrice invincibile sta aumentando. Questo movimento indica la crescita dell'invincibile rivoluzione socialista." [1]

In questo sistema capitalista, basato sulla proprietà privata, non si fa altro che ridurre gli operai alla miseria e/o alla schiavitù salariale ed le donne a una “doppia schiavitù”. Il capitalismo è un sistema basato sulla violenza (guerre coloniali o/e neocoloniali) che nacque con l’ esclusione delle donne dal mondo del lavoro o/e con l’ utilizzazione delle donne come forza lavoro servile, come forza lavoro di serie “b”, pagata meno di qualsiasi uomo a parità di mansione e/o meriti. Attualmente, costringe le donne alla povertà, alla dipendenza dagli uomini, oppure alla precarietà o alla disoccupazione; dove i servizi base, come la sanità, la scuola, i trasporti pubblici sono privatizzati o a rischio di privatizzazioni, sono il prodotto delle politiche neoliberali portate avanti da questa UE al servizio del capitale e non fanno altro che incentivare la violenza, ribadendo il ruolo di subordinazione delle donne, facendole diventare cose, merce, dove si portano avanti politiche di reificazione e normalizzazione della reificazione, politiche xenofobe e razziste, sfruttando la paura verso il diverso, dove si favorisce la guerra fra i poveri facendo diventare gli immigrati la causa di ogni male. Nel lavoro le donne soffrono condizione di sfruttamento, sono sotto-pagate, si negano diritti come quello della maternità, subiscono abusi e molestie sessuali. Dentro le mura di casa devono sopportare maltrattamenti e violenza, arrivando molte volte anche al femminicidio. La loro colpa è di aver trasgredito il ruolo imposto da questa società (brava moglie, brava figlia, sessualmente disponibile, obbediente, etc.). In questo sistema capitalista il patriarcato usa il femminicidio come strumento di punizione e controllo sociale sulle donne. Nella guerra di rapina e saccheggio che la UE, insieme all’ imperialismo nordamericano, portano avanti in Medio Oriente, Nord Africa e America Latina, hanno lasciato solo morte e distruzione, creando migliaia di sfollati che fuggono cercando di arrivare nei paesi Europei, e dove donne e bambini sono le maggiori vittime di questi conflitti, morendo nel mare Mediterraneo o diventando bottino di guerre o prede facili di bande senza scrupoli. Le donne, nel secolo XVIII, hanno già cominciato a prendere la parola per esigere riconoscimento. Nella Rivoluzione Francese, le donne hanno alzato la voce contro il potere feudale, contro la monarchia e per la Repubblica ma anche per la loro rivendicazione come sesso.

Nel secolo XIX le donne non potevano votare, né lavorare negli uffici pubblici, né essere parte di organizzazioni politiche, non potevano possedere beni economici, o aprire negozi o un conto corrente. Il femminismo apparve come un “movimento delle classi medie”, figlie del liberalismo, questo spiega perché le leader di questi movimenti erano viste con sospetto dai leader dei movimenti operai che le accusavano di essere movimenti della borghesia. Ma noi vorremmo ricordare Flora Tristan, rivoluzionaria, proto-socialista e femminista che, in Francia nel 1840, fu la prima donna a guidare i movimenti operai e che propose la lotta femminista insieme alla lotta di classe.

È agli inizi del secolo XX che le donne otterranno il diritto al voto, questo fu il maggior esempio storico in cui donne ricche e povere riuscirono insieme ad ottenere un diritto. Ma queste lotte sono passeggere perché le donne lavoratrici devono liberarsi nel seno della propria classe lavoratrice, indipendentemente dal supporto delle  donne della borghesia.

L’ unico punto in comune che una donna proletaria ha in comune con una donna borghese è che entrambe sono oppresse come donne ed è per questo che può esistere la possibilità di una lotta comune. Ma questa lotta si rivelerà parziale e limitata, perché la donna borghese ha anche interessi “di classe” che la legano al modello capitalista, che è intrinsecamente misogino. Per questo la lotta delle donne dovrà inserirsi in un processo storico e la storia dimostra che l’ oppressione è radicata in un sistema economico di sfruttamento e disuguaglianza, che ha bisogno di continuare a sfruttare e discriminare se vuole sopravvivere, non importa se gli sfruttati siano donne, bambini o popolazioni intere.

Nel 1917 con il trionfo della rivoluzione, in URSS, si porta avanti il più importante cambiamento nella vita delle donne come collettività. Le donne godranno degli stessi diritti giuridici e politici, si implementano gli asili nido, così come il diritto al divorzio o all’aborto. In questa grandiosa rivoluzione, la mobilitazione femminista si realizzò attraverso le mobilitazioni degli operai e dei contadini diretti dal Partito Bolscevico. Si ricorda quella delle donne contro le donne pro-zariste. Con la caduta del muro del Berlino e l’instaurazione del capitalismo in Russia, Cina e altri paesi, dove si era espropriata la borghesia, le cose cambiano, la lotta di classe continua e si sparge in tutto il mondo.

Dovremmo anche dire che, ai nostri giorni, sono caduti tanti tabù e pregiudizi. Oggi ampi settori della società difendono l’aborto come “un diritto”, si sente parlare continuamente della violenza sulle donne ed esistono diversi gruppi che difendono la “differenza sessuale”.

La metà degli anni ‘60 e ‘70, in Europa e negli USA, furono anni di intensa lotta, un forte movimento femminista conquistò diritti come l’ aborto, il divorzio, la maggiore libertà sessuale ed una massiva partecipazione delle donne nella vita sociale. Oggi queste conquiste sono attaccate dalla destra, come la legge 194 di cui si chiede l’eliminazione, o dalla sinistra liberale che punta a normalizzare la reificazione della donna (esattamente come la destra). La base di questa ondata femminista fu, essenzialmente, piccolo borghese, provocando posizioni di sinistra o “ultra-sinistra” dentro questi gruppi. Furono la loro formazione di classe, e il non essere collegate alle lotte proletarie dirette da un partito, che permise loro di creare l’idea di un movimento autonomo, scollegato dalla lotta dei lavoratori.

Al contrario, l’America Latina è un continente conosciuto per la sua lunga e intensa lotta di classe. Abbiamo anche una rivoluzione trionfante, come quella Cubana, nella quale le donne hanno avuto un ruolo determinante però sempre allineato dentro ai rispettivi partiti di classe, le donne cubane hanno partecipato attivamente alle lotte politiche, alla guerriglia, alla lotta sindacale e anti-imperialista, solo che non hanno formato blocchi indipendenti. O meglio, esistono anche blocchi indipendenti ma che si interfacciano di continuo con le forze politiche governative e/o “non”.

La storia della lotta delle donne, in America latina, ha a che fare con la situazione politica del loro paese, le donne hanno appoggiato e militato dentro i partiti politici, in Nicaragua, Bolivia, Perù, Salvador, Colombia, Argentina, Brasile, le donne hanno dato dimostrazione di organizzazione e di combattività, però sempre dentro ai partiti, sindacati e organizzazioni. L’oppressione delle donne è una delle questioni più aberranti di questa società, quella che crea più miseria e disgrazia, perché è la degradazione della metà dell’ umanità, da parte dell’ altra metà.

“Secondo uno studio delle Nazioni Unite, il 58 per cento degli omicidi di donne riportati nel 2017 è stato commesso dal partner, da un ex partner o da un familiare. Nel mondo, si verificano 137 femminicidi ogni giorno. In Asia avviene il maggior numero totale di omicidi di donne, con 20mila casi registrati nel 2017.

In Italia, nel 2017 le donne vittime di omicidio volontario sono state 123. L’80,5 per cento di loro è morta a causa di una persona che conosceva: nel 43,9 per cento dei casi è stato il partner o l’ex partner, nel 28,5 per cento un familiare e nell’8,1 per cento un’altra persona conosciuta. Gli uomini uccisi sono stati 234 e gli omicidi sono stati commessi principalmente da sconosciuti o persone non identificate”; in Italia gli omicidi volontari sono sensibilmente diminuiti negli ultimi dieci anni. Ma a essere sceso è soprattutto il numero di omicidi di uomini. Il numero di vittime femminili, benché sensibilmente più basso, continua a restare stabile nel tempo. Il calo di vittime di genere maschile è dovuto a una contrazione dei reati violenti legati alla criminalità organizzata.

Nel 2017 – con 234 omicidi di uomini e 123 di donne – per ogni vittima femminile ci sono state due vittime maschili, mentre nei primi anni novanta il rapporto era di cinque a uno. Dal 2008 i dati sulle vittime di genere femminile non hanno registrato cambiamenti significativi, mentre il numero di uomini vittime di omicidio si è quasi dimezzato. Le donne vittime di omicidio volontario nell’anno 2018 in Italia sono state 133.

A livello globale circa 15 milioni di ragazze tra i 15 e i 19 anni hanno subìto violenza sessuale. Nella maggioranza dei paesi le adolescenti hanno più probabilità di essere stuprate dal partner o da un ex partner.

Secondo una ricerca condotta nel 2014, in Italia il 31,5 per cento delle donne dai 16 ai 70 anni (6,78 milioni) ha vissuto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.”[2]

Questo è un problema gravissimo, le donne dovrebbero giocare un ruolo determinante nella costruzione di una nuova società, stabilendo nuovi rapporti umani, debellando il maschilismo, finendo con le “relazioni di proprietà” dentro famiglia (la percezione delle donne e delle/dei figlie/i come oggetti di proprietà) e distruggendo l’ipocrisia della società borghese, il ruolo delle donne sarà fondamentale nella transizione alla nuova società comunista.

 

[1] The Woman Question, Revolutionary Democracy, Selections from the Writings of Karl Marx, Frederick Engels, V. I. Lenin, Joseph Stalin; Printed in 1951 in the United States of America, su internet: https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/WQ.htm, consultato il 22/04/2020.

[2] G. Testa, Dati e grafici sulla violenza di genere in Italia e nel mondo, Internazionale, 25 novembre 2019, su internet: https://www.internazionale.it/bloc-notes/giulia-testa/2019/11/25/dati-grafici-violenza-genere, consultato il 22/04/2020.

 

Ultima modifica ilGiovedì, 23 Aprile 2020 08:37
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