Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Per un nuovo femminismo socialista

Neviana Calzolari

In questo articolo cercherò di analizzare quella che, a mio avviso, è un'impasse politica del movimento femminista attuale, concentrandomi su alcuni temi, relativi in particolare ai rapporti con la cultura queer e il movimento LGBTQ dei quali ho fatto direttamente esperienza, e senza ovviamente pensare di poter esaurire tutti gli aspetti più importanti del femminismo in generale.

Se, come donna transessuale, mi pongo la questione del senso, del valore che può dare alla mia vita e al mondo in generale la costruzione di un processo di “sorellanza”, di condivisione con altre donne, analogamente credo che le mie stesse domande se le ponga una donna per nascita, anche se a partire da una premessa diversa.

A partire dall'analogia di fondo che ho colto nelle impasse dei movimenti rispettivamente transessuale e femminista, mi soffermerò in particolare su quelle che definirei le “convergenze parallele” tra il femminismo liberal e quella parte del femminismo radicale che è sostenitore di una visione essenzialista dell'identità femminile. E infine dico qualcosa su una possibile strada di uscita dall'impasse politica attuale.

Analogia dell'impasse vissuta dai movimenti transessuale e femminista

Nei miei due primi articoli per L’Ideologia Socialista ho cercato di analizzare i motivi di alcuni processi sociali che ho definito di morte politica dell'associazionismo riferito alla transessualità e di manipolazione sessuofobica della transessualità stessa che viene operata, da un lato, dall'associazionismo mainstream LGBTQ e  dalla sinistra radicalchic all inclusive, dall'altro da realtà politiche, associative e femministe conservatrici anche esplicitamente su un piano politico e culturale.

Credo che il movimento transessuale stia vivendo una impasse culturale e politica legata alla mancanza di consapevolezza dei limiti comportati dalla sua adesione incondizionata al modello di vita, economico, politico, culturale liberista attuale: un modello che porta esclusivamente a pensare agli altri esseri umani (alle donne in primis) come risorse da sfruttare e manipolare per la propria realizzazione personale, e non come esseri umani da rispettare nella loro integrità e con i quali condividere in modo solidale e cooperativo un pianeta con risorse limitate.

Questa mancanza di consapevolezza dei danni arrecati dall'adesione incondizionata ad un modello di vita liberista, ironia della sorte, accomuna tanto la cultura queer del transessualismo mainstream  che decanta l'autodeterminazione di genere come la panacea di tutti i mali e come l'alba di una nuova umanità, quanto quelle due componenti del mondo femminista che si contrappongono in modo complementare tra di loro come due rovesci della stessa medaglia: vale a dire, da un lato il femminismo liberal all inclusive che sovrappone sesso e genere, che smaterializza i corpi in asterischi, dall'altro il femminismo (di alcune radicali) che riduce l'identità sessuale al solo dato biologico. Nel primo caso si tratta di un femminismo cosiddetto progressista che è in realtà accondiscendente nei confronti di qualsiasi processo (anche di sfruttamento) spacciato per autodeterminazione, dato che è comunque un femminismo che non mette di fatto in discussione il capitalismo liberista come principale forza ordinante della società; nel secondo caso si tratta di femministe che alla fine si limitano a guardare al proprio piccolo orticello e a tenerlo il più possibile pulito e libero da contaminazioni, sempre senza mettere in discussione il modello di vita e di società liberista attuale più ampio nel quale ci troviamo tutte e tutti.

Le convergenze parallele tra il femminismo liberal e il femminismo radicale che riduce l'identita' sessuale a mero dato biologico

Cosa intendo per convergenze parallele, termine che ricorda le alchimie politiche democristiane in tempi in cui si iniziava a pensare al primo governo di centrosinistra con il PSI di Nenni?

In questo caso intendo riferirmi a processi di relazione tra realtà che, pur essendo in apparenza in conflitto (avendo finalità opposte e inconciliabili) arrivano (consapevolmente o inconsapevolmente) nei fatti ad avere uno stesso obiettivo di fondo: quello di legittimarsi a vicenda, e vediamo come.

Le considerazioni generali che faccio al riguardo nascono non da un lavoro teorico o culturale ma dalla mia semplice esperienza diretta come attivista, ex attivista e persona che dice pubblicamente la sua posizione in modo indipendente.

Come donna transessuale che ha sempre cercato di costruire un rapporto di confronto positivo, prima con il mondo LGBTQ e poi con il mondo femminista, ho vissuto sulla mia pelle diversi tentativi di utilizzo strumentale della mia disponibilità in tal senso; procedo in ordine cronologico.

Inizialmente ho fatto un'esperienza di collaborazione con Arcigay e esponenti di alcune associazioni T. Da parte di queste realtà e persone non vi era alcun interesse ad approfondire realmente una dimensione di riflessione critica (con ricadute di ordine politico e culturale) sui propri corpi, sui propri sessi, ma c'era semplicemente l'esaltazione di una banale ideologia dell'autodeterminazione di genere, puramente autoreferenziale e slegata da un principio di realtà. Tutto questo quando a me invece interessava una ricerca di condivisione delle nostre esperienze concrete e non ideali. Inoltre tutto ciò si accompagnava ad una visione puramente vittimistica che proiettava su fantomatici altri, su una fantomatica società svuotata di ogni connotazione politica ed economica, i propri problemi, promuovendo quindi una auto-assoluzione da qualsiasi responsabilità se non si riusciva a perseguire il mito della propria realizzazione personale: se la società mi lascia la libertà di auto-dichiararmi e auto-certificarmi nella mia (fantomatica) identità di genere, allora io mi realizzo; sono a posto.

La cultura queer promossa in concreto dalle associazioni del movimento LGBTQ è definibile quindi come una sottocultura (apparentemente deviante) di un modello apologetico del liberismo capitalistico nel quale contano solo le sovrastrutture, vale a dire le rappresentazioni della realtà, e non la realtà in quanto tale: non quello che sono ma quello che desidero essere.

Io però naturalmente cercavo altro: vale a dire, cercavo di trovare il modo di mettere in relazione, su una base di realtà, ciò che desideravo essere, ciò che ero stata e ciò che ero diventata concretamente.

Essendo questo tipo di cultura queer fondamentalmente una cultura sognatrice e infantile, viene da sé che vi sia in essa la rimozione di una dimensione adulta quale quella fisica e sessuale in genere, tale per cui tutto viene fatto confluire in un calderone che mescola in modo indifferenziato, e questo calderone è l'identità di genere, è l'asterisco come buco nero che inghiotte qualsiasi diversità.

Va da sé pure che questa cultura queer abbia come proprio nemico (apparente aggiungo io) quel femminismo radicale più settario nel ricondurre completamente l'identità sessuale al solo dato biologico; un femminismo che annulla così completamente a priori la possibilità di una condivisione concreta e parziale con l'alterità di un corpo e di un sesso (quale quello delle donne  transessuali) che a questo femminismo non interessa neanche conoscere in quanto considerato pregiudizialmente una mistificazione e una dissimulazione del sesso maschile di nascita.

Quando allora feci un mio percorso di ricerca di condivisione con il mondo femminista, questa sua componente radicale settaria era stata attenta a valorizzare solo quella parte del mio contributo in cui non toccavo direttamente il sacro principio della biologia femminile, e mi aveva sostenuta nel mio essere stata (per tanto tempo) l'unica donna transessuale che sosteneva pubblicamente alcune posizioni femministe in contrasto con la cultura queer quali quelle, ad esempio, della contrarietà ai farmaci bloccanti la pubertà, alla cosiddetta Gestazione Per Altri (GPA), al normalizzare legalmente la prostituzione come se fosse un lavoro come un altro. Da parte di questo femminismo calava, al contrario, un silenzio assoluto e imbarazzato quando invece cercavo di porre al centro dell'attenzione la ricerca di una condivisione in positivo tra donne di nascita e donne transessuali. Tutto veniva sempre riportato alla necessità di una contrapposizione con quelle realtà politiche e culturali promotrici di una cultura che rischiava di invadere uno spazio che andava preservato nella sua purezza biologica.

E arriviamo così alla quadra che rappresenta la prova del nove a proposito dell'esistenza delle convergenze parallele; ci voleva la CNN, nel parlare della prevenzione dei tumori femminili, a smascherare gli altarini nascosti che rivelano questo matrimonio che doveva rimanere segreto (ma non poteva esserlo per sempre): le donne non sono donne ma individui con una cervice uterina, e voilà, il giochino del finto conflitto può andare in scena.

In questo giochino la cultura queer in nome del politicamente corretto (nei confronti delle donne trans poverine che hanno una coda di paglia per vissuto di inferiorità rispetto alle donne di nascita) ottiene il risultato che venga proprio eliminato il termine donna: “Volete togliere alle donne trans il diritto a definirsi donne? Beccatevi allora il colpo basso che lo togliamo anche a voi il diritto di definirvi tali”.

Per contro queste femministe radicali talebane nel loro biologismo fanno finta che questa provocazione non sia in realtà dovuta anche al loro contributo; è evidente infatti che, a forza di sostenere che una donna è tale solo perché ha certe caratteristiche fisiche e sessuali primarie, ci sta benissimo che torni indietro come un boomerang una riduzione della donna a individuo con la cervice; care femministe radicali settarie: avete voluto la bicicletta? Pedalate! Ma è comunque evidente che la loro è una falsa indignazione, dato che sanno benissimo che la loro ragione di esistere sta nell'alimentare continuamente questa sterile conflittualità con la cultura degli asterischi. Se non ci fosse la cultura queer, neanche questo femminismo radicale biologista avrebbe ragione di esistere.

Come liberarci da questo teatrino di falsi conflitti che ci allontana dal vero obiettivo di costruire un mondo, una società, in cui le donne non siano più sfruttate, in cui ci sia la possibilità di superare le diseguaglianze economiche e di classe che rimangono accuratamente lontane dalla luce dei riflettori mentre questo spettacolo osceno va in onda?

Alzare lo sguardo per superare l'impasse

Per superare e andare oltre questi conflitti occorre che le donne di nascita e le donne transessuali si decidano a chiamare finalmente le cose con il loro nome, e questo nome è una sorellanza di fatto che va oltre le sterili questioni identitarie nelle quali ci vorrebbero affossare tanto i promotori della cultura queer LGBTQ con le loro falsità del siamo tutt* uguali (facendo finta che le donne non siano più sfruttate degli uomini e che la misoginia non esista, tanto le donne non esistono più di fatto, basta l'autodichiarazione) quanto le femministe che si arroccano su alcuni temi slogan (GPA, prostituzione, farmaci bloccanti la pubertà e transfemminismo) senza porsi il problema che a creare i fenomeni che vogliono contrastare non sono quelle persone gay o trans misogine, ma un sistema sociale in cui il grande capitalismo ha completamente asservito a sé la politica, tanto che non vi è più alcun nemico di massa che si oppone a questo sistema. Nascono soltanto movimenti estemporanei a partire da un evento o un personaggio occasionali che durano (quando va bene) una stagione, ma senza più un disegno politico di ampio respiro capace di farci prefigurare un modello di società, di vita, di distribuzione delle risorse diverso da quello attuale.

E in questo momento, a mio avviso, andare oltre tale impasse è possibile soltanto se si ha il coraggio politico di riprendere in mano il progetto di un cambiamento socialista del nostro mondo; un progetto che si informi ai valori del rispetto di ogni essere umano, della cooperazione responsabile nel produrre e gestire le risorse, dell'eliminazione di ogni sfruttamento: degli uomini sulle donne, degli esseri viventi tra loro, dell'umanità sull'ambiente, del colonialismo, delle guerre per l'accaparramento di ricchezze, delle divisioni di classe.

Ormai il femminismo apolitico, quello che non prende mai posizione politica sulle questioni di fondo, è un femminismo morto, inutile; lo stesso vale, e per lo stesso motivo, per un movimento LGBTQ più liberista dei capitalisti che vendono il loro mondo come il migliore dei mondi possibili, in quanto mondo in cui è appagante raccontarsela nel film sull'autodeterminazione, mentre il nostro mondo reale è sempre più, a tutti i livelli, in una situazione di degrado etico, umano, ambientale.

Ultima modifica ilDomenica, 30 Agosto 2020 07:09
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