Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

La negazione della transessualità e della violenza alle donne

di Neviana Calzolari

La prostituzione delle donne transessuali

In questo articolo, seguendo in successione i miei contributi precedenti, cerco di descrivere come, a partire dalla sovrapposizione che il queer fa tra sesso e genere, e con la contrapposizione simmetrica di una parte transfobica del femminismo radicale, si arrivi innanzitutto a negare (con un atteggiamento sessuofobico che li accomuna) la transessualità, e tra le conseguenze di ciò vi è anche il rinforzo di una cultura che nega la violenza di cui sono oggetto specifico le donne, in particolare della violenza maschile che si esercita nella prostituzione.

Primo step: la sovrapposizione transfobica tra sesso e genere da parte del movimento LGBTQIA

Con la sua politica di inclusione di tutto e del contrario di tutto: nello specifico delle persone transessuali e delle persone che si definiscono transgender o non binary o genderfluid o altro ancora, il movimento LGBTQIA ha di fatto promosso, in particolare attraverso le associazioni T collaterali ai consultori ONIG pubblici per le persone transessuali, una sovrapposizione transfobica tra sesso e genere.

Il risultato di questa sovrapposizione è stato, in termini politici, un suicidio del movimento transessuale in Italia e quindi, di fatto, ciò ha promosso una cultura negazionista della transessualità stessa, dato che ha promosso il messaggio che è possibile cambiare sesso, anche anagraficamente come obiettivo politico e sociale, senza sottoporsi a terapie ormonali e a interventi medico-chirurgici.

Ha promosso il messaggio che quello che conta è il genere, e cioè come ci si rappresenta a sé e agli altri, non la realtà del proprio corpo e del proprio sesso: l'apparire e non l'essere.

Secondo step: la contrapposizione a questa sovrapposizione tra sesso e genere da parte di una componente transfobica del femminismo radicale

In modo simmetrico e apparentemente contrapposto alla transfobia promossa dal movimento LGBTQIA si è posta la componente transfobica esistente nella galassia del femminismo radicale, arrivando nel loro insieme a creare una situazione nella quale le persone transessuali si sono venute a trovare tra un'incudine e un martello.

L'obiettivo, consapevole o no, è quello di eliminare l'esistenza delle persone transessuali collocandole o, da parte del movimento LGBTQIA, in una realtà sessuale con la quale la cultura queer non fa veramente i conti, oppure, da parte di certo femminismo radicale, collocandole in un mondo irreale e delirante. Alimentata dalla paura di un annullamento della differenza sessuale, questo tipo di femminismo radicale si arrocca nella posizione tale per cui l'identità sessuale è solo un fattore biologico che in quanto tale non può essere cambiato. Per questo femminismo radicale le persone transessuali sono degli impostori che mistificano la realtà: in fondo rimangono sempre con l'identità sessuale avuta alla nascita e non la cambiano mai veramente.

Terzo step: la negazione sessuofobica della transessualita' nel mondo della binarieta' “normale”

Questi due soggetti: movimento LGBTQ e componente transfobica del femminismo radicale, nel farsi apparentemente guerra tra loro perseguono in realtà un obiettivo politico e culturale comune (indipendentemente dal fatto che vi sia consapevolezza o no): promuovono una visione astratta, non concreta, sessuofobica e in negativo della transessualità, dei corpi e dei sessi delle persone transessuali.

Perché è un obiettivo politico importante negare la transessualità? Perché le persone transessuali sono una minaccia destabilizzante per le dinamiche di relazione esistenti tra i sessi nel mondo della binarietà “normale”.

Il mondo della binarietà “normale” è un mondo impostato patriarcalmente, quale che sia la sua forma istituzionale (democrazia occidentale borghese e liberista oppure dittatura o stato teocratico).

Le persone transessuali possono essere delle mine vaganti per la binarietà sessuale impostata patriarcalmente: infatti possono essere vissute dagli uomini come pericolose concorrenti se non nemiche nella lotta per l'acquisizione del potere (in particolare le MtoF visto il pregresso maschile in termini di socializzazione), e vissute invece dalle donne conservatrici come possibili sostitute (o distruttrici) nel (del) loro ruolo ancillare.

Quarto step: la negazione della violenza alle donne e la prostituzione delle donne transessuali.

Se si riconoscesse veramente l'esistenza della transessualità allora non si potrebbe più negare la realtà tale per cui le persone transessuali MtoF (delle persone FtoM non dico non trattandosi della mia esperienza) vivono una condizione di maggiore vulnerabilità alla violenza rispetto a quella precedente la transizione stessa, e proprio questo conferma quanto sia reale l'impostazione patriarcale del potere.

Una donna transessuale (nonostante la precedente socializzazione al maschile) vive tendenzialmente la stessa esposizione di una donna biologica al rischio di violenza, dal momento che è l'essere donna a qualificarla come risorsa da avere a disposizione per chi la concepisce come parte assoggettata del proprio sé , del proprio patrimonio o del proprio territorio.

Se anche chi è stato in precedenza uomo arriva a vivere questa condizione tipica delle donne biologiche, allora diventa evidente come l'identità sessuale femminile (biologica o acquisita che sia) venga utilizzata patriarcalmente per giustificare una disparità di potere dalla quale si origina la violenza.

Uno degli esempi più evidenti ed estremi di questa violenza alle donne che viene negata è riscontrabile nella prostituzione delle donne in generale, e di quelle transessuali in particolare, dato che è stata soprattutto la prostituzione di queste ultime (complice un silenzio assordante delle protagoniste) ad essere utilizzata per sdoganare il messaggio falso e ideologico del “sex work is work”.

Accomunare lo sfruttamento delle donne transessuali e di quelle biologiche, che avverrebbe comunque anche se si trattasse di un “lavoro” legalizzato e regolamentato, è la cartina al tornasole di quella che è già di fatto una effettiva sorellanza rispetto alle vulnerabilità sociali dell'essere donna.

E' la mercificazione del proprio corpo, del proprio sesso come donne, uno dei capisaldi nel mantenere in piedi l'impostazione patriarcale del potere.

Ho diverse care amiche transessuali che si prostituiscono e a cui sono infinitamente grata per tutto ciò che mi hanno fatto sapere di sé, del loro percorso, del sapere che abbiamo condiviso e che è abissalmente più grande e ricco di quello trasmesso burocraticamente e schizofrenicamente dai consultori.

Ciò non toglie che nel prostituirsi esse riproducano modelli di relazione tra uomini e donne che confermano l'asservimento delle donne, del loro corpo, e quindi non solo del loro sesso ma anche della loro mente.

Alle associazioni T (e al movimento LGBTQIA in generale) può interessare mascherare questo asservimento, dato che a questi soggetti (la cui identità viene fissata nella visibilità della “sfiga”) interessa intercettare un bacino di utenza e conservarselo facendo di questa situazione di disagio la normalità auspicabile. E a ciò va aggiunta la malafede consistente nell'occultare una realtà che vede la prostituzione (anche quella presunta scelta liberamente) come un'attività talmente logorante la dignità personale e l'integrità psicofisica da dover rendere necessaria di norma, per sopportarla, la dipendenza da sostanze; bisogno che non cambierebbe anche se alla prostituzione si desse una forma legale.

Purtroppo l'esperienza rende evidenti come tutte le donne che si prostituiscono siano comunque destinate a una condizione di sempre maggiore emarginazione e isolamento sociale, e non sarebbe certo una legalizzazione dell'attività a cambiare questo destino. Alla violenza maschile mascherata da libero contratto si aggiunge una auto-violenza nel condannarsi a una condizione di isolamento.

Ed infine quelle femministe radicali prigioniere di una sessuofobia identitaria che le porta a negare la transessualità sono destinate invece a una involuzione perdente su quei temi che dicono di voler combattere.

Solo la costruzione di una condivisione tra donne transessuali e biologiche potrà far fare un salto di qualità alla lotta contro la violenza a tutte le donne (esterna e introiettata).

Ultima modifica ilSabato, 12 Settembre 2020 15:13
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