Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il suicidio dell'eroina anti-tratta Alma Sejdini, Adelina!

di Maddalena Celano

Il tragico epilogo dell’eroina anti-tratta Adelina Adeluna.
Ha fatto scalpore, nella città di Roma, il suicidio di una famosa eroina antitratta, nota ai più con il nome Adelina Adeluna o Adelina 113. 

La notizia è apparsa, sui rotocalchi, come "suicidio" (parrebbe che si sia gettata dal Ponte Garibaldi) ma sono usciti fuori nuovi elementi e nuovi documenti che parrebbero confermare, più che il classico "suicidio", una sorta di istigazione al suicidio. Il fatto risale a questo 3 novembre 2021: Adelina si era recata al Viminale di Roma, per portare avanti una protesta inerente alla sua richiesta di diritto alla cittadinanza italiana. Da premettere: Adelina era invalida e gramente malata.

Ma torniamo a noi: chi era Adelina e quali erano le sue battaglie? 

La storia di Adelina Adeluna (all’anagrafe Alma Sejdini), nata a Durazzo (Albania) nel 1974, è una storia di eroismo tragico, quanto inumano e solitario. La conobbi, per la prima volta, nel 2015. Successivamente, la incontrai personalmente sia nel 2016 che nel 2017. La vidi, l’ultima volta, nel febbraio 2017 a Roma, nei pressi degli Studi RAI, prima di rilasciare l’ennesima intervista alla TV di stato. Conservai, per lungo tempo, con lei, una fitta corrispondenza in cui si evidenziava, spesso, la sua profonda solitudine e il lassismo (o l’ eccessiva burocrazia) delle istituzioni che ignoravano i suoi numerosi appelli e le sue frequenti mobilitazioni. Un eroismo che, malauguratamente, non ha incontrato un lieto fine. Adelina (come amava farsi chiamare) è un’ex vittima di tratta di origini greco-albanesi che fece, della lotta al racket della prostituzione, la sua principale ragione di vita. Venne rapita da minorenne, quando aveva ancora 17 anni. Ma fu liberata, dalla sua inumana condizione, solo nel 1998, grazie alla sua tenace volontà di denunciare i suoi aguzzini. Liberò dalla schiavitù della tratta un’altra decina di donne, denunciando i suoi vessatori e non temendo le frequenti minacce di morte a cui era sottoposta. Le sue dichiarazioni consentirono una brillante operazione della Questura di Varese che terminò in trentasei arresti totali per induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e traffico di esseri umani. Subito dopo la denuncia e la sua liberazione, non potè più tornare in Albania giacchè la sua famiglia di origine la respinse. Perciò lavorò per lunghi anni, qui in Italia, come mediatrice culturale e interprete. Adelina non solo sopportò torture, sequestri e tratta. Adelina è passata di padrone in padrone patendo, sulla propria pelle, il crimine del traffico di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione, fenomeno secondo gli ultimi dati in crescita anche in Italia. In Europa e in Italia, si parla molto di diritti dei minori ma la triste realtà è che solo nel nostro paese attualmente ci sono 189.600 persone vittime di schiavitù e sfruttamento, tra cui un’alta percentuale di minorenni. Un articolo, pubblicato su Agoravox (su internet: http://www.agoravox.it/Tratta-di-esseri-umani-2o-business.html) afferma che all’Europol, l’Ufficio di Polizia europeo, nel 2015 risultano entrati in Europa oltre 10 mila minori che sono poi scomparsi, di cui 6.135 soltanto in Italia.

Continua l’ articolo:

“nel 2016, secondo il rapporto del Ministero dell’Interno, in Italia sono entrati 25.846 minori non accompagnati. Il dato più agghiacciante lo cita il documento, Grandi speranze alla deriva”, dove si denuncia che solo nei primi sei mesi del 2016 si sono perse le tracce di 5.222 di questi minori. I piccoli spariscono perché vogliono “continuare il loro viaggio” con l’obiettivo di raggiungere “altri paesi europei”, afferma il rapporto, ma si teme che quasi la metà di loro finisca nelle mani delle reti criminali, per essere poi sfruttati in vario modo. Sempre in Italia i dati indicano 112.000 ragazze avviate alla prostituzione, di cui oltre 37.000 risultano minorenni; numeri possibili perché in Italia c’è tanta richiesta, ovvero tanti italiani adulti che pagano per andare con minorenni poco più che bambine. Tutto questo avviene quotidianamente sotto i nostri occhi, eppure di ciò poco o nulla si parla. Dietro ad ognuna di queste ragazzine avviate alla prostituzione si celano storie raccapriccianti; basta andare in strada come volontari, nelle periferie dimenticate di tante città italiane per leggerle sui loro volti, nei loro sguardi, nei loro prolungati silenzi. In Italia purtroppo manca ancora una legge seria che possa quanto meno gettare le basi e fornire gli strumenti di modo per prevenire e liberare migliaia di donne, uomini e bambini vittime di una vera e propria schiavitù, di violenze, di degrado e di miseria umana. Una legge sul modello dei paesi scandinavi, che di recente sulla stessa base è stata approvata anche in Francia, una legge che vuole, sull’esperienza di altre legislazioni europee, punire il cliente come complice dello sfruttamento sessuale, per togliere così alle organizzazioni criminali la fonte di guadagno e per combattere lo sfruttamento di persone vulnerabili, colpire la domanda per contrastare le conseguenze devastanti che la prostituzione crea. Le ragazze che oggi arrivano sulle nostre strade, tramite le reti criminali hanno 15 o 16 anni, in qualche caso 13 o 14…”. Come si fa a parlare di ‘libera scelta? Le donne che si prostituiscono arrivano da ambienti familiari e sociali degradati, hanno alle spalle storie di povertà, violenza e abusi. Non può esistere nessuna libertà in un comportamento che nasce da una catena di sopraffazioni e miseria.

Indubbiamente si tratta di un tema molto articolato e per affrontarlo è necessaria la creazione, in Italia ed Europa, di un forte movimento trasversale, sociale, culturale e politico, che riesca a comunicare, sensibilizzare e al tempo stesso fare pressioni per l’approvazione d’una legge nazionale che realmente tuteli donne, uomini e bambini, aiutandoli a liberarsi in generale dallo sfruttamento e in particolare dalla schiavitù della tratta. È quello che ha fatto Adelina, in tutti questi anni, quando, spostandosi di città in città, provava ad incontrare donne e uomini, di varie organizzazioni sociali e civili, per promuovere azioni positive sul territorio. È quello che ha fatto Adelina quando, spostandosi di città in città, con una piccola telecamera nascosta, girò diversi video-inchieste che attestano e testimoniano il degrado e l’inumanità del fenomeno prostituente. Adelina ha realizzato tutto questo esclusivamente con le sue sole forze, non avendo mai ricevuto adeguato supporto e sostegno da alcuna istituzione o organizzazione. Cosa ancor più grave, in tutta questa vicenda, è stata l' indifferenza o, meglio, il disprezzo e l' isolamento a cui è stata sottoposta da un settore del "femminismo" (così detto) italiano: quello "sew workista". Per i fautori e le fautrici del "sew work is work", Adelina era un testimone molto scomodo che metteva il luce la loro "falsa coscienza" e la loro malafede. Nell'aprile 2017, durante un' Assemblea Nazione di NUDM Italia, Adelina fu addirittura ufficialmente marginalizzata e zittita dalle "femministe" (presunte tali) sex workiste. Riporto qui di seguito, un suo documento, lasciato ai posteri per l' occasione: 

Comunicato: la testimonianza della ex vittima del racket della prostituzione

"Salve a tutte e a tutti!

Questa domenica 23 aprille 2017, ho partecipato all’assemblea nazionale, a Roma, di Non Una in Meno. Ho preso anch’io la parola: ho proferito al tavolo e il tutto era in diretta streaming. Ho proferito per 4 minuti perché quello era il tempo disponibile per parlare: detto questo sono intervenuta  sia a titolo di ex schiava del racket della prostituzione, sia come attivista femminista, supplicando loro di non usare il termine sex workers perché le donne sulle strade sono costrette alla prostituzione, sono corpi in vendita offerti per mano della criminalità organizzata, perciò non possono definirsi sex workers giacché esse sono schiave del racket della prostituzione. Dopo aver raccontato in breve i miei 4 anni di schiavitù sulle strade e la mia ribellione al racket della prostituzione, ho affermato che non si può legalizzare la schiavitù della prostituzione perché prostituirsi non è affatto reato in Italia, perciò perché legalizzare un’ attività che è di per sé già legale? Pertanto sospetto che non si parli realmente di legalizzare la prostituzione, bensì suppongo che, in realtà, si stia parlando di legalizzazione del prossenetismo e le varie attività economiche legate allo sfruttamento prostituente: perciò ho espresso il mio forte NO a qualunque richiesta di legalizzazione di un’industria che, nel mondo, produce migliaia di morti e forme indicibili di degrado e sfruttamento sociale. Il traffico di esseri umani viene collocato al terzo posto tra i proventi dei gruppi criminali, con una stima di 31 miliardi di dollari l’anno, dopo il traffico di droghe (tra i 300 e i 1000 miliardi) e il traffico di armi (290 miliardi)

(fonte: http://www.centroimpastato.com/17504/).

Nell’ assemblea di Non Una di Meno ha parlato al tavolo del tema tratta e, al momento, le ringraziai ma, dopo il mio intervento, si sono individuate due presunte sex workers che, nel loro intervento, si esaltarono e raccontarono di quanto fosse bello e soddisfacente essere puttana. Scusate i termini utilizzati ma sono le parole esatte usate dalle presunte sex workers. Esse affermano che non sarebbero mai andate a lavare il culo a persone anziane o a fare le badanti e preferiscono prostituirsi (mi scuso per i termini, ma è il linguaggio utilizzato da queste presunte prostitute). Qui subentra una grave discriminazione nei confronti delle migranti e non solo delle migranti ma di tutte le donne che lavorano come badanti e colf nel nostro paese, donne badanti e colf che lavorano onestamente e dignitosamente e si guadagnano da vivere accudendo anziani, disabili, malati e bambini. Perciò tale discriminazione va denunciata presso gli uffici competenti. Inoltre trovo di inaudita gravità veder applaudire, in un’assemblea pubblica e nazionale, composta anche da associazioni anti-violenza di tutta Italia, frasi volgari basate sull’apologia della prostituzione e frasi denigranti verso il lavoro di cura effettuato da milioni di donne nel mondo. Non era un preciso dovere e compito del femminismo la valorizzazione economica, politica e sociale del lavoro di cura e non la sua s-valorizzazione e denigrazione? O mi sono persa qualcosa? Nessuna è intervenuta a contrastare sia la discriminazione verso le badanti, sia il fatto che puntualizzino quanto sia bello e soddisfacente essere delle puttane. Mi scuso nuovamente per il termine ma sono le stesse parole che continuano ad utilizzare le presunte sex worker. Detto questo, io sostengo che in un’assemblea pubblica di Non Una di Meno si debba avere la responsabilità politica di ciò che si afferma e si propone. Pertanto mi chiedo, visto che del tema tratta si è parlato a tavolino e, quanto detto a tavolino, a primo impatto sembrava ottimo, ma successivamente avete parlato di binari di genere e cose varie che subdolamente prospettano una legalizzazione della schiavitù della prostituzione e un piano nazionale anti violenza che trascura piani e programmi sociali per la fuoriuscita della prostituzione. Io rispetto la sessualità di tutte e tutti e ho avuto anche amiche transessuali le quali sono in ottimi rapporti e sul tema della prostituzione la pensano esattamente come me. Non solo: ritengono che le trans siano costrette a sottoporsi alla prostituzione per via di una grave discriminazione sociale, economica e giuridica nei loro confronti.

Le trans con cui sono in contatto prospettano altri percorsi e non certo la legalizzazione della schiavitù della prostituzione. Noi condanniamo esclusivamente chiunque voglia legalizzare la schiavitù della prostituzione e tale piano prospettato, più che un piano anti violenza, sembra il piano di “puttanopoli” (scusate il termine ma è stata questa la terminologia utilizzata) e la gara a chi e più puttana e meno “colf” o badante.

A questo punto, chiedo anche al Governo Italiano di bloccare i fondi che hanno stanziato perché i fondi dello Stato non possono assolutamente essere utilizzati per sostenere l’industria del sesso, perché sostenere ciò significa continuare a sostenere la discriminazione, la diseguaglianza, la schiavitù, il razzismo e lo stupro (poiché l’industria del sesso è questo e non potrà mai essere altro).

Certo l’assemblea deve ascoltare sia le schiave del racket, sia le presunte sex workers ma, in ultima analisi, è degradante assistere ad un’apologia della prostituzione e, al contrario, ad un’ ulteriore degradazione e vilipendio del lavoro di cura svolto da milioni di donne del mondo. Poi, tutto ciò, in un’assemblea che si dichiara “femminista” e contro la violenza di genere. Proporre il piacere del vendere sesso e che, addirittura, esso sia un diritto che diventi, successivamente, un lavoro a tutti gli effetti, in un piano anti violenza, è qualcosa non all’ altezza di ciò che proponete.

Perciò vi suggerirei di cambiare nome giacché, in tutta la mia vita, non ho mai assistito ad un piano anti violenza basato sull’ apologia della prostituzione e che proponga la prostituzione come autoderminazione della donna e suo percorso di emancipazione.

Alcune “femministe” (o presunte tali) affermano che la prostituzione abbia tante sfaccettature e che esisterebbero anche le presunte “felici” e “volontarie”.

In realtà, non esiste solo la pistola puntata alla testa ma ci sono storie di miseria e di povertà che inducono anche alla scelta della prostituzione, qualcuna lo fa per sopravvivere, c’è chi si prostituisce saltuariamente in appartamento per non morire di fame o, semplicemente, per rientrare nelle spese in una società sempre più cinica e competitiva ma anche queste non sono scelte completamente libere, si tratta di costrizioni per mancanza alternative e poi sulle strade italiane nessuna donna può prostituirsi da sola, ma si ha sempre bisogno di un protettore (pena: aggressioni fisiche, rapimenti od addirittura omicidio). Io con i video denuncia lo dimostro chiaramente, i territori sono tutti gestiti dalle cosche della criminalità organizzata.

Quindi, mi chiedo, perché il video di quanto sì è detto sul tema tratta non appare su pagina internet e in rete?

Che cos’é che vi fa paura del tema tratta?

Perché un Piano Nazionale Anti Violenza propone il mestiere della prostituzione?

Riaprire le case chiuse, pur regolamentando la prostituzione attraverso controlli sanitari e fiscali, rappresenterebbe un passo indietro nel cammino di civiltà e libertà della società. Essa non è un’attività lavorativa come le altre, bensì una schiavitù e una forma di violenza verso chi la esercita; lede la dignità della donna, spinta alla mercificazione del proprio corpo, spesso per contrastare condizioni di miseria e povertà o perché costretta dallo sfruttamento illegale e dal controllo della malavita.
Immorale è anche lo sfruttamento autonomo (la mercificazione del corpo per arricchimenti illeciti) e il favoreggiamento da parte dei “clienti”.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la libertà sessuale garantisce il godimento di diritti e della salute sessuale, basandosi sull’eguaglianza e sulla libertà da ogni forma di discriminazione, coercizione o violenza. Proprio per il non rispetto di questi punti fondamentali risulta evidente che la prostituzione non riguarda la libertà sessuale, bensì il potere.

La soluzione è continuare a ridurre il fenomeno cercando di estinguerlo, sostenendo gli enti che aiutano coloro che desiderano sottrarsi al fenomeno."
(fonti: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archi…
http://archiviostorico.corriere.it/1994/sette…
http://www.bresciaoggi.it/stories/Home/698832…
http://www.sosinfanzia.org/FC/da_famiglia_cri…
http://www.tempi.it/e-inaccettabile-che-lo-st…
http://www.west-info.eu/it/18-miti-da-sfatare…
http://www.citizengo.org/it/5391-insieme-libe…
https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it…)

Recentemente Adelina ha dovuto affrontare un’altra tragica odissea: quella del tumore al seno diagnosticatole nella primavera del 2019 e divenuto, successivamente, metastatico. Malgrado il determinante aiuto fornito alle forze dell’ordine italiane per fermare lo sfruttamento sessuale di tante donne, come lei, Adelina 113 (questo è stato, per lungo tempo, il suo ‘nome d’arte’) è stata costretta a vivere nella miseria, senza la forza economica essenziale per affrontare le dure cure oncologiche. Non le fu riconosciuta la cittadinanza italiana, condizione necessaria affinché l’Inps possa concedere adeguati sussidi economici, una pensione e l’accompagnamento di cui lei, ammalata di un grave cancro, aveva diritto e disperato bisogno. Qui, di seguito, troverete il disperato appello, al Presidente della Repubblica, on. Sergio Mattarela per la soluzione del “caso Adelina Adeluna”.

"Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

OGGETTO: Alma Sejdini – Nazionalità XXX

Signor Presidente, Le scriviamo per sottoporLe con urgenza la situazione di Alma Sejdini. La storia di Alma è ben conosciuta alla cronaca, con il nome Adelina 113, una donna simbolo di legalità e coraggio per il suo attivismo nella lotta al traffico di esseri umani di donne e minori costrette alla prostituzione.

Certe di poter contare sulla sua indiscussa fedeltà alla nostra Costituzione in merito ai diritti umani, fondati sui principi di solidarietà politica, economica e sociale, veniamo a chiederLe di fare tutto quello che è in suo potere e nel più breve tempo possibile, al fine che ad Alma Sejdini, sia data la Cittadinanza Italiana, e possa così finalmente vedere rispettati i suoi diritti, (ma non solo), anche riconosciuti i suoi meriti.

Prima di farLe una sintesi della storia di Alma Sejdini, dobbiamo ricordarLe che già nel 2018, Alma Sejdini fece un accorato appello, sia attraverso i media che in via ufficiale, al Ministero dell’Interno e a Lei Presidente, e proprio dal suo Ufficio fece seguito una lettera di risposta, che alleghiamo, che pareva desse speranza di una pronta soluzione, in seguito poi rimasta elusa.

Così, non possiamo non informaLa, di quanta amarezza e disperazione, Alma abbia sentito e sopportato in questi ultimi due anni di silenzio e indifferenza, e abbia incassato ulteriore dolore nel riscontrare, nel frattempo, le innumerevoli onorificenze, premiazioni, riconoscimenti, (2018/2019) rilasciate dallo Stato Italiano, che per nulla togliere ai meriti per ognuna delle persone meritevoli, hanno duramente sottolineato l’ulteriore senso di abbandono nei suoi confronti.

Alma Sejdini nasce a Durazzo in Albania, il 14 luglio 1974. Arriva in Italia nel 1996, dopo essere stata rapita, stuprata in gruppo per settimane, sottoposta a disumane torture sessuali per essere iniziata alla prostituzione coatta. Portata in Italia su un gommone viene venduta al racket e schiavizzata, costretta a prostituirsi sui marciapiedi, in diverse città italiane.

Dopo circa quattro anni di schiavitù, nella città di Varese, trova il coraggio di ribellarsi e chiede aiuto facendo il numero 113. Da quel momento, Alma Sejdini, diventa Adelina 113, e la sua stretta collaborazione con le forze dell’ordine permette alle stesse, di fermare il racket locale, arrestando una quarantina di sfruttatori, tutti condannati successivamente con 15/20 anni di carcere.

Ma l’impegno di Adelina è stato, da allora, costante, quotidiano, e la sua esperienza di vita, la sua conoscenza delle metodologie di reclutamento, sia di violenza, sia di sfruttamento, ha permesso di salvare molte donne su tutto il territorio nazionale e a contribuire attraverso le sue competenze a sensibilizzare in merito al traffico di esseri umani che porta migliaia di donne in cerca di una vita migliore, ad essere prostituite e a diventare schiave sessuali. Adelina non solo si è battuta per contrastare la tratta, ma si è impegnata per la dignità di tutte le donne, contro l’omertà e la collusione sociale che spesso si riscontra nel tema della prostituzione.

Per quasi vent’anni Adelina ha collaborato con le Forze dell’Ordine, le Procure, innumerevoli Associazioni; ha partecipato ad iniziative, convegni, dibattiti ed è stata voce e immagine per diverse campagne di sensibilizzazione; ha scritto libri, ha collaborato con canali radio, giornali nazionali e partecipato a diverse trasmissioni televisive.

Per ultimo, ma per primo, ha portato la sua voce in diverse occasioni al Senato, e nonostante le sue condizioni, molto recentemente, a ottobre di quest’anno, ha parlato al Senato, in qualità di esperta sul fenomeno della prostituzione, per la Prima commissione, Affari Costituzionali. È sconcertante, Signor Presidente, che in tutti questi anni, nonostante l’attivismo di Adelina, nessuno si sia mosso al fine di darle quel minimo di riconoscimento, quale la tranquillità di esistere per lo Stato al quale ci si presta. Eppure, è chiaramente palese che l’impegno di Adelina non è e non può passare inosservato.

Ma ancora oggi, dicembre 2019, i documenti di Adelina sono una condanna esistenziale: Cittadinanza XXX e certamente, Signor Presidente, Lei sa cosa possano significare in termini di vita, salute, lavoro, futuro, quelle tre XXX. Certamente nulla che possa abbracciare la nostra Costituzione. Nella primavera ad Adelina viene riscontrato un tumore al seno. I mesi di attesa per il rinnovo del permesso provvisorio, hanno portato a quel drammatico ritardo nelle cure, che ha aggravato notevolmente la situazione arrivando ad oggi a un tumore metastatico. Adelina, vive a Pavia, in una stanza, concessa dalla Curia, ed è al settimo mese di chemioterapia, e per quanto riguarda la sua malattia, sono in programma ad oltranza altri cicli di chemio per i prossimi mesi del nuovo anno.

In questo momento drammatico, non ha nessuno vicino, nessuno che l’accudisca, che si prenda cura di lei, e per colpa di quelle XXX, l’Inps, pur riconoscendo la sua invalidità al 100%, non le riconosce una pensione e un accompagnamento, che seppure non le permetterebbe l’autonomia totale, quantomeno potrebbe coprire quel minimo di necessità indispensabile.

Signor Presidente, Adelina è oggi."

L’aiuto era doveroso e fondamentale e sarebbe dovuto arrivarle subito, non tra mesi, non tra tre anni.

Eppure Adelina è stata lasciata, per l’ ennesima volta, sola dalle istituzioni: senza supporto di alcun genere. Non si è parlato neanche di supporto umano.

Fino al suo tragico epilogo.

Sempre più sola, malata e depressa, si reca il sabato 06/11/2021 a Roma.

La sera dello stesso giorno, nel freddo e sotto una pioggia torrenziale, si getta da porte Garibaldi, morendo sul colpo.

 

 

 

 

Ultima modifica ilLunedì, 15 Novembre 2021 09:55
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