Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Quale socialismo nei paesi europei?

di Renato Gatti

La disastrosa esperienza sovietica del socialismo, oltre ad aver generato, dopo il suo crollo, uno dei paesi più autocratici e reazionari, ha anche generato, a mio parere, una avversione al socialismo che ne ritarda l’avvento di qualche secolo. I paesi satelliti sono stati facile preda della NATO ed hanno cancellato l’apparato socialista aderendo in gran parte alla UE la cui connotazione liberista in economia è egemone. Nei paesi occidentali i partiti socialisti e comunisti hanno abbandonato gli obiettivi che si erano prefissati prima del crollo dell’URSS, perdendo identità perseguendo una vaga e idealistica promozione di nuovi diritti.

Rimane il socialismo scandinavo, esempio di un virtuoso ed efficace welfare ma che ha visto scomparire il mitico piano Meidner per una diffusione della cogestione senza espropriazione. Il socialismo sembra aver più successo a Cuba e nei paesi sudamericani, e conosce una potente esperienza nella Cina, nella forma di una intelligente fissazione di obiettivi economici e sociali da raggiungere anche con forme imprenditoriali da capitalismo di stato. Ovviamente i modelli di socialismo sudamericano o cinese non sono applicabili nei paesi europei tenendo conto del diverso sviluppo politico e culturale creatosi nei diversi contesti.

Per quanto riguarda il modello sovietico, Gramsci definì la rivoluzione russa come una rivoluzione contro “Il capitale” sottolineando le differenze sostanziali fra le società arretrate come la Russia e le società sviluppate come quelle dei paesi a capitalismo avanzato, che richiedevano dunque tattiche differenti per conseguire il medesimo risultato strategico.  Si tratta di un Gramsci giovane che non conosceva gli sviluppi del modello sovietico crollato poi sotto il peso delle sue contraddizioni, ma che correttamente evidenziava i diversi modi di procedere alla costruzione del socialismo in paesi dal diverso sviluppo economico e culturale.

Anche per quanto riguarda il soggetto chiamato ad avviare l’accesso al socialismo, esso varia in funzione dello stato in cui si trova il paese; in Russia fu un partito guidato da Lenin seguito da masse di operai e contadini, nei paesi sudamericani il soggetto è generalmente di fonte militare mentre in Cina è la grande personalità di Mao che trascina le masse contadine dietro di sé. Riflettendo con pacatezza sembra poter concludere che il soggetto della rivoluzione è sempre un intellettuale o una figura emergente che si appoggia sulle masse diseredate; si può ritenere che il soggetto rivoluzionario si appoggi od adoperi la massa di operai e/o contadini in modo strumentale e che mai la classe subalterna, sia essa operaia o contadina, è soggetto egemone nella fase rivoluzionaria. Sia inoltre chiaro che quando parlo di rivoluzione non mi riferisco alla rivoluzione ottocentesca dell’ottobre, ma al concetto rivoluzionario gramsciano di passaggio dalla guerra guerreggiata alla guerra di posizione, in sintesi una rivoluzione culturale in cui il cuore sta nel trasformare le masse subalterne in classi dirigenti.

Qual è, oggi, lo stato delle masse subalterne in Europa? Le osservazioni di Pasolini, autore del quale non amo la diffidenza verso l’evoluzione, mi sembrano, allo scopo del presente lavoro, dare un aiuto nella diagnosi dello stato delle masse subalterne nel presente momento storico. A fronte di una maturità delle masse durante la Resistenza (senza dimenticare che salvo poche eccezioni nei decenni precedenti le masse erano asservite con scarsa dialettica nei confronti dell’asservitore) le masse odierne presentano una mutazione che sintetizzerei in un divenir “consumatori” e per ciò focalizzati sul fronte economico-corporativo anziché politico-dirigente. Lo scenario consumistico premia obiettivi di affermazione sociale fondata sul successo individuale o ristretto familiare o di gruppo che affronta la scalata nello scenario sociale su un fronte di lavoro autonomo. La frase “diventare imprenditori di sé stessi” esprime la sociologia odierna di vaste masse di subalterni.

Questa dissoluzione delle masse, se paragonate a quelle degli anni cinquanta, si traduce in una spaccatura tra lavoratori regolari a tempo indeterminato, lavoratori a tempo determinato con un continuo scontrarsi con periodi di non lavoro, lavoratori stagionali, lavoratori a part-time, precari che lavorano senza tutele né prospettive di miglioramento, lavoratori in nero ed infine lavoratori schiavizzati (penso ai raccoglitori di pomodori nel mezzogiorno). A questa dissoluzione la pandemia covid ha aggiunto lo smart worker, che ha perso ogni contatto con i compagni di lavoro, opera isolatamente gestendosi i propri tempi di lavoro, gestione che spesso si traduce in più ore di lavoro (fosse anche per il tempo risparmiato per recarsi sul posto di lavoro) che necessariamente fa rivivere un modo di lavoro (il cottimo) misurato sul prodotto consegnato.

Politicamente poi, le masse subordinate o si astengono dal voto, o votano anche per la Lega, Forza Italia o Fratelli d’Italia, se poi votano anche per il Partito Democratico lascio a voi immaginare quale contenuto rivoluzionario possa rappresentare questa scelta. In sintesi, ritengo che nell’equilibrio tra soggetto intellettuale e masse subalterne, oggi riscontriamo una disgregazione delle masse subalterne, disgregazione che mina la solidarietà di classe e che quindi riversa la valanga della responsabilità rivoluzionaria sul soggetto intellettuale. Ma sul fronte degli intellettuali, purtroppo, va verificato che la responsabilità rivoluzionaria stenta a trovare accoglienza.

Vorrei, a questo punto, fare una digressione che riguarda la capacità di analisi e quindi di previsione e dunque di governo degli economisti in questo ultimo secolo, tanto per dare delle date dal 1929 in poi. Non a caso ho indicato il 1929, l’anno della grande crisi di cui gli economisti non capirono nulla se non Keynes. Ma l’incapacità degli economisti si è ripetuta recentemente nel 2007 quando la crisi dei subprimes ha messo in crisi tutti gli economisti (solo Roubini ci capì qualcosa) con la memorabile domanda che la regina Elisabetta pose loro “Ma perché non avete previsto tutto ciò?”. Se andiamo a tempi più recenti ritroviamo che per anni, immettendo liquidità (quantitative easing) si cercava di creare, senza riuscirci) quell’optimum di inflazione vicino al 2%, ma poi, per esempio gli USA, dopo aver stampato moneta per 4.900 miliardi di dollari (3.000 Trump e 1.900 Biden) si trovano ad affrontare una inflazione vicina al 10%, mentre in Europa l’inflazione, vicina all’8%, non è causata dalla domanda bensì dall’offerta, in particolare costi dell’energia e delle concause della guerra tra Russia ed Ucraina. Ma, inspiegabilmente, USA ed Europa pur avendo cause completamente differenti per l’esplosione dell’inflazione, trovano un solo rimedio nell’aumento del tasso di sconto. Insomma, il main stream degli economisti occidentali neo-liberisti dimostra di non saper analizzare, prevedere e poi governare l’economia.

Non è, tuttavia, l’incapacità degli economisti ad analizzare, prevedere e guidare l’economia ad essere sottoposta a critica, bensì l’oggetto della loro ricerca, ovvero il cercare di studiare il comportamento anarchico del mercato, luogo di scorribande della speculazione che rende ingovernabile e scientificamente inaccostabile la materia con un approccio razionale. Quando Draghi propone un price-cap per le fonti energetiche propone una soluzione (quanto poi efficace si vedrà) che si rivolge ai risultati dei mercati e non alle cause che stanno a monte di questi abnormi risultati, voglio dire che invece di combattere la speculazione operata dai futures, si limita a mettere una toppa alle aberrazioni create da quelle cause.

Forse sarebbe il caso di ritornare ad un concetto espresso nel 1840 da Proudhon nel suo libro “Qu’est-ce que la propriété” quando usò il termine “socialismo scientifico” per riferirsi ad una società governata da un governo scientifico, quindi una società governata dalla ragione.

“Così, in una determinata società, l’autorità dell’uomo sull’uomo è inversamente proporzionale alla fase di sviluppo intellettuale che quella società ha raggiunto; e la probabile durata di tale autorità può essere calcolata dal desiderio più o meno generale per un governo, cioè per un governo scientifico. E proprio come il diritto della forza e il diritto dell’inganno si ritira prima nel progresso della giustizia e poi si estingue nell’eguaglianza, così la sovranità della volontà darà la precedenza alla sovranità della ragione, che deve alla fine perdersi nel socialismo scientifico”.

Che significa oggi sostituire all’anarchia del mercato la razionalità del socialismo scientifico? Significa abbandonare gli equilibri ex-post creati dal mercato, per sostituirli con gli equilibri ex-ante determinati dalla programmazione, significa dare alla sovranità della ragione il ruolo di programmatore che scientificamente disegna come raggiungere gli obiettivi che la società si pone.

La produzione annuale del prodotto interno lordo (PIL) è il risultato di centinaia di migliaia di equazioni, operanti con migliaia di condizioni tecnologiche, con un numero considerevole di eventi imprevedibili, che il governo economico tende a guidare verso obiettivi politicamente determinati. L’economia liberista di mercato ritiene che la complessità di situazioni, di alternative e di imprevedibilità siano risolte perseguendo il solo elemento del profitto che, unica guida degli operatori, riesce magicamente a dare una risposta, la migliore che ci sia, alle attese del paese.

Già nel 1936 Von Mises sostenne, opponendosi al concetto di programmazione, che la complessità dei calcoli richiesti per ottimizzare un piano economico fosse così enorme da essere al di là della realizzabilità e che, di conseguenza, la soluzione dovesse essere affidata ai meccanismi del mercato. L’approccio ad una programmazione economica fu studiato da Kantorovich adottando le tecniche della programmazione lineare; e Nove quantificò il fabbisogno di ore di lavoro necessarie a risolvere il complesso di equazioni lineari di una economia con 12 milioni di prodotti arrivando alla conclusione che sarebbe necessario che l’intera popolazione del mondo lavorasse milioni di anni per risolvere le equazioni richieste per il piano dell’Ucraina.(Paul Cockshott in Application of artificial intelligence techniques to economic planning).

Oggi l’intelligenza umana, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale e dei computer quantistici, può approcciare la complessità della programmazione economica ed elaborare soluzioni raggiungibili in tempi consoni alle necessità operative e con una immensa capacità di simulazione che tenga conto, di volta in volta, delle accidentalità imprevedibili. Senza voler entrare nei dettagli computazionali, si pone come svolta storica dei nostri tempi, quella di approcciare il tema economico come un tema scientifico risolubile con metodologie scientifiche e senza lasciarci condizionare dai miracolismi della spontaneità tribale della ricerca del profitto nella soluzione dei problemi con le leggi di mercato.

La strada per il socialismo nei paesi europei risiede dunque, a mio parere, nel primato dell’INTELLIGENZA DI CLASSE, ovvero l’intelligenza umana finalizzata al bene comune, associata all’intelligenza artificiale capace di risolvere con l’utilizzo della simulazione gestita dai computer quantistici la complessità delle equazioni di un problema economico di programmazione. Ricordo che recentemente un computer quantistico ha risolto in 36 microsecondi un problema che con i più avanzati computer classici avrebbe richiesto 9.000anni di elaborazione.

 

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