Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Economia del consumo vs economia dell’uso: una riflessione tra inflazione e deflazione

di Roberto Spagnuolo

Possibile che la deflazione sia un male così grave per la crescita sostenibile della società? Laddove il valore in termini monetari dei beni perde peso a beneficio di quello in termini reali; il mercato finanziario puro si svalorizza rispetto all’economia reale; in un certo senso il breve termine perde appeal rispetto al lungo termine; laddove il bene (valore) di consumo entra in crisi rispetto al bene (valore) d’uso; ancora, dove indebitare il domani per consumare oggi entra in competizione con l’avere redditi di lavoro oggi ma per consumare dopodomani; laddove anche il valore di beni/servizi sociali (lungo periodo) incorpora il reale valore del lavoro e delle risorse utilizzate, a dispetto del valore dei beni di consumo misurato sui mercati finanziari; scopo finanziario di profitto viene recuperato dallo scopo reale d’uso e, in ultima analisi, il consumismo si macchia di connotazioni socialiste.

Se il profitto è il margine recuperato dopo aver pagato tutti i fattori produttivi, oggi, nello scambio fine a sé stesso, poiché non si produce più per soddisfare un bisogno del cittadino ma per marginare nuovo profitto, solo il continuo consumo ricrea la necessità del continuo scambio.  Se il numero degli scambi cresce nell’unità di tempo cresce il reddito totale e i profitti generati, ma non la relativa equa distribuzione, a detrimento dell’uso, cioè della soddisfazione dei reali bisogni della persona; in quanto, è il mercato, inteso come chiunque sia disposto a pagare un determinato prezzo, che stabilisce cosa e quanto produrre, iphone docet.

Il consumismo pertanto ha bisogno dell’inflazione per spingere a spendere moneta, anche indebitandosi, per un bene prodotto anche con tecnologia che ha sostituito il lavoro dell’uomo, abbassando i costi e aumentando i profitti. Nel tempo l’inflazione farà crescere i prezzi in termini monetari ma senza incidere sul reale valore dei beni, ormai svincolato dall’uso. Inflazione più alta della rivalutazione della moneta tenuta a risparmio in banca, è funzionale a non frenare i consumi, mantra del modello di sviluppo economico odierno, così facendo produce di continuo, a danno dell’ambiente e delle risorse terrestri incapaci di rigenerarsi, pertanto in esaurimento.

La demonizzata deflazione (a ragion veduta nell’ottica del sistema liberistico) offre invece spunti di riflessione proprio in una visione socialista, per spingere in alto il potere di acquisto reale dei redditi e in basso il margine di profitto, che ha nell’inflazione il motore del consumismo, redistribuendo in termini reali parte della ricchezza prodotta. In un’ipotetica nuova visione economica, riacquisterebbe valore il lavoro pagato immediatamente rispetto a quello pagato a fine mese, le aziende sarebbero incentivate a pagare prima per liberarsi della moneta prima che valga troppo meno del prodotto del lavoro. Per beneficiare di un prodotto che vale di più a fine mese, in termini reali, rispetto al reddito pagato mentre i redditi, anche se nominalmente fermi, avrebbero un potere di spesa più alto e sarebbero consumati non con fretta (consumismo) ma con oculata attesa, vista l’opportunità di avere un vantaggio dal non consumare subito, a beneficio di una spesa più attenta anche all’ambiente ed al lavoro dedicato per produrre i beni.

I bilanci delle imprese dovrebbero essere valutati sul valore d’uso incorporato nei beni e servizi offerti, ponderato dal maggior valore del tempo prima del ricambio; lo scopo delle società non sarebbe più soprattutto distribuire utili ma utilità. Tornerebbe vantaggioso recuperate i beni per reintegrarli o incrementarli del valore lavoro incorporato e misurato dal continuo utilizzo, il valore dell’artigiano nel mondo moderno avrebbe nuovo senso, anche immerso nella tecnologia, perché sarebbe strumento per creare valore nell’utilità e non nel consumo. Lo stimolo al nuovo e all’investimento verrebbe dallo scambio dei valori d’uso sui mercati reali digitali, anche in grado di tracciare ogni bene e misurarne in tempo reale la vita d’uso.

Nel mondo attuale, la deflazione è un male per chi fa debiti finanziari e vive su tali debiti ed è un bene per chi con i debiti si arricchisce (crediti finanziari), perché il debito (e il credito) in termini reali aumenterà e la rata fissa (quota capitale e interessi) risulterà più pesante da sostenere. La rata, in un mondo ideale, potrebbe essere rimodulata al valore reale dei beni, di volta in volta, rendendo variabile e computabile algebricamente la quota interessi con la quota capitale, in questo modo il valore della rata si abbasserebbe seguendo la deflazione ovvero, tenendo la rata fissa, si anticiperebbe l’estinzione del debito; a tutto vantaggio del lavoratore e ridimensionando l’interesse a guadagnare sui debiti per il consumo. La ricchezza si misurerebbe in beni e servizi prodotti e nel maggior tempo di utilizzo.

La deflazione, quindi, in un certo senso muta gli obiettivi dell’economia da liberal-inflazionistica- consumistica a social-reale,  in cui una “fisiologica deflazione” renderebbe continua la ricerca di innovazione per la crescita del valore del tempo, sia nel lavoro sia nella durata dei beni d’uso; quest’ultimi non porterebbero più vantaggi finanziari dall’essere sostituiti il più rapidamente possibile, per continuare a produrre un reddito anche in futuro, ma il reddito (d’uso) si produrrebbe proprio dal rinvio consumistico della loro sostituzione, abbassandone il prezzo in attesa della reale necessità; prezzo che dovrebbe essere legato al valore del lavoro reale e del tempo incarnato nel bene/servizio, perché tale sarebbe la misurazione dell’utilità delle società. Il reddito manterrebbe il potere di acquisto attraverso una deflazione fisiologica ciclica (e in tale contesto l’inflazione verrebbe demonizzata), il mercato reale si riapproprierebbe della parte preponderante della ricchezza distribuita, mentre la finanza rimarrebbe limitata a mero strumento di diffusione di conoscenza dei valori d’uso creati, valutandone oggettivamente eccessi o carenze produttive, in funzione del solo utilizzo necessario.

Lo stimolo a produrre non verrebbe più dai profitti creati attraverso effimeri scambi e consumi ma dalla ‘realizzazione’ (trasformazione in “reale”) del tempo di lavoro, anticipandone il pagamento prima dell’utilizzo, perché il valore aggiunto è nella necessità sociale di un bene/servizio richiesto e nella sua permanenza in vita il più a lungo possibile; il valore della moneta che remunera il lavoro (il reddito) produrrebbe profitti ripagando immediatamente i valori reali integrati nel bene/servizio finale, i quali, attraverso la loro durata misurerebbero le aziende più profittevoli senza finanziare ulteriore inflazione e consumo.

D'altronde lo stesso BES (Bilancio Equo Sostenibile) introduce alcune valutazioni qualitative (molto marginali al momento) proprio per arricchire la misurazione quantitativa del PIL con qualificazioni d’uso della ricchezza prodotta, ma è una visione talmente assurda che potrebbe anche realizzarsi?

Ultima modifica ilSabato, 19 Gennaio 2019 16:11
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