Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Modello economico, lavoro, welfare e la “proporzione socialista”

Lavoro e Welfare Lavoro e Welfare

di Roberto Spagnuolo

L’influenza su lavoro e welfare dei cambiamenti mondiali, all’interno del modello attuale di sviluppo economico, è decisamente a sfavore dell’equilibrio sociale ma a beneficio della crescita accentrata di capitale e reddito. La trasformazione tecnologica con l’avvento dell’AI e dei robot, la globalizzazione dei mercati con la relativa domanda di lavoro in continua competizione sovranazionale sui relativi costi, uniti al cambiamento demografico europeo (inteso come invecchiamento ed equità intergenerazionale) alimentano una continua relazione inversa (perversa) tra crescita della ricchezza, concentrazione della medesima e crescita dei bisogni sociali collaterali a tale sviluppo.

Si è creato una sorta di trade-off tra capitale e società, dove la crescita del primo avviene a spese della seconda e viceversa (limitato al no-profit). Eppure, proprio in Europa dovrebbe essere maggiore la sensibilità per modificare il percorso di sviluppo, visto che sempre maggiore sarà il peso sociale di inattivi e anziani e, sul versante lavoro, l’impatto della digitalizzazione e robotizzazione su produttività e capitale umano domandato. Se la crescita della produttività più che compenserà la capacità di assorbire lavoratori nelle attività oggi esistenti, i futuri posti di lavoro certamente saranno appannaggio solo di coloro che riusciranno a seguire il cambiamento, formandosi o riqualificandosi adeguatamente. Il saldo intergenerazionale, vista la crescita dei costi relativi del lavoro e dei robot, è decisamente a scapito dei cosiddetti low skilled; domani lavorerà solo chi sarà formato per adattarsi ai cambiamenti sempre più rapidi della produttività del lavoro supportata dalle nuove tecnologie. Se il capitale è complementare con il lavoro professionalizzato, coloro che non riescono ad accedere a tali percorsi formativi e di riqualificazione come saranno inseriti nel mondo lavorativo? E la copertura finanziaria del welfare sul loro lavoro e previdenza come sarà garantita?

La crescita punta oggi su modelli economici liberisti che insegnano in tutte le università a massimizzare i profitti minimizzando i costi interni dell’impresa economica; collateralmente, tuttavia, crescono le esternalità negative che ancora sfuggono ad una integrale (e reale) contabilizzazione nei bilanci produttivi, alimentando il profitto grazie proprio alla loro esclusione. Eppure, ormai è chiaro che l’impresa economica, specie con dimensioni e servizi territorialmente e socialmente d’impatto, non può condividere lo stesso scopo della società con cui formalmente si veste, cioè il mero profitto o utile; altri interessi sociali dovrebbero essere ben più di peso sul suo bilancio finale, per cui in tali contesti di mercato deve necessariamente cambiare il fine del modello di crescita. Il metodo economico (costi e ricavi) è ancora lo strumento adatto per le future imprese sociali, ma va integrato nelle sue misurazioni con le esternalità, una volta abbinato al nuovo fine del valore d’uso dettato dall’economia dei bisogni.

La crescita del capitale e della relativa tecnologia deve essere colta come un vantaggio per tutti, motivo per cui occorre gestirne politicamente lo sviluppo rimodellando opportunamente gli scopi dei processi produttivi dell’impresa; passando, ad esempio, dalla concentrazione del capitale che massimizza ciecamente i profitti a scapito di terzi (ambiente e compagnia bella!), alla decentralizzazione del medesimo con un opportuno adattamento tecnologico al territorio (oggi possibile), per sfruttarne le particolarità ed eccellenze locali ma integrato sempre nella rete digitale.  

Rete che potrebbe accentrare le organizzazioni del lavoro in modo virtuale, lasciando decentrate le produzioni per valorizzare il know-how dei singoli mercati, alimentati da domande e offerte locali ma visibili a livello mondiale. Il tutto in armonia con l’ambiente, in quanto, solo se i poteri decisionali sulle produzioni, con i relativi ritorni di reddito, sono in mano al territorio possono rispettarne le peculiarità, non certo se a migliaia di km di distanza. Chiaramente, i sistemi di contabilizzazione dei bilanci dovranno essere adeguati, integrare i valori d’uso più che di consumo e le dimensioni artigianali essere tecnologicamente avanzate e digitalmente integrate in rete, così da riprendere un posto primario nella misura del valore aggiunto sociale nazionale.

Lo stesso sistema fiscale e contributivo potrebbe adattarsi territorialmente in base ai diversi livelli di reddito e versare il surplus centralmente per la perequazione statale. Anche la protezione sociale soffre, infatti, dell’accentramento del capitale e dei redditi, in quanto il sistema di finanziamento previdenziale e assistenziale è ancora interamente basato sugli impiegati al lavoro, generando forti pressioni sui governi europei per integrare le contribuzioni mancanti. I sistemi fiscali europei, pertanto, si sobbarcano di spese dovute alla esigua crescita dell’occupazione e alla stagnazione dei salari rispetto all’invecchiamento generazionale.  Ciò avviene specie in Italia dove la produttività (e quindi i salari) sconta limiti strutturali del capitale umano, sia tecnici che formativi. Il futuro vede una diminuzione del lavoro così come lo conosciamo oggi, perché l’accentramento capitalistico è alla continua ricerca di spazi di efficientamento (come noto dagli insegnamenti monetaristi di casa anche alla BCE, esso prescinde dagli effetti sulla distribuzione finale del reddito) e vede nel lavoro solo il costo di un fattore produttivo, trattabile in modo indistinto trasversalmente al territorio e alla società. Per tale motivo nel futuro del modello liberista si rende necessario ipotizzare un reddito minimo, a prescindere dal lavoro, in quanto quest’ultimo non sarà per tutti e il sistema di sviluppo basato sul consumismo dovrà pur mantenere un livello di domanda di mercato sufficiente a garantire la generazione di profitti.

Ma se cambiasse il modello di sviluppo, non più misurato sui profitti generati negli scambi ma sui valori prodotti dall’uso? I bilanci dovrebbero necessariamente incorporare le esternalità positive e negative, ma quest’ultime sarebbero più che compensate dal valore del tempo che l’uso genererà, minimizzando i costi produttivi e di trasporto, a tutto beneficio delle produzioni locali e dell’ambiente. Il valore d’uso sarebbe diverso da territorio a territorio, la società del posto valorizzerebbe la produzione autoctona ovviamente e la ri-produzione non dovrebbe più bruciare materie prime per alimentare la frequenza di circolazione dei beni nell’unità di tempo (con impatti ambientali anche per i trasporti) ma seguirebbe solo le esigenze dei bisogni reali; inoltre, la diversità artigianale riprenderebbe vita se opportunamente accompagnata dal decentramento del capitale. Quest’ultimo oggi digitalmente più disponibile, tecnologicamente malleabile e adattabile, non a caso anche nel settore primario in crescita d’interesse tra i giovani.

Lo sviluppo decentrato del capitale, quindi, oltre a dare valore ai mercati territoriali non esclude l’integrazione globale in rete, inoltre, beneficerebbe, grazie al nuovo metodo di contabilizzazione, dei relativi minori costi produttivi e del minor impatto ambientale in loco; da ciò si produrrebbero redditi distribuiti nel territorio e coperture di welfare tarate su esigenze locali, erogate a loro volta da imprese di assistenza limitrofe. Coperture che sarebbero dimensionate e agganciate alle necessità dei lavoratori ivi coinvolti; i sistemi di finanziamento previdenziale e assistenziale dovrebbero adeguarsi durante la vita lavorativa ed essere finanziati in modo svincolato dagli altri mercati territoriali del lavoro, ed essere legati in modo definito ai singoli contribuenti. Una parte di contribuzione statale dovrebbe coprire le discontinuità lavorative, una parte di contribuzione essere integrativa a carico dei singoli, durante la vita lavorativa, e la fiscalità generale provvedere a gestire le momentanee esigenze di scopertura. Il tutto anche associato ad una opportuna emissione di titoli pubblici dedicati al credito previdenziale.

La tenuta del sistema nei diversi aspetti, economico, lavorativo e di welfare, passa necessariamente attraverso la scelta del modello di sviluppo futuro. La visione politica del futuro sociale deve optare, quindi, tra due sistemi: pochi privilegiati formati per il lavoro, abbinati alla massa di sovvenzionati per il consumo, il tutto sotto la spinta finanziaria delle grandi concentrazioni capitalistiche; ovvero, decentrare gli investimenti di capitale sul territorio con i relativi ritorni di reddito, ridefinendo gli strumenti di misura del valore per modificare le condotte umane, traslandole dall’homo oeconomicus marginalista, insensibile agli effetti sociali delle sue scelte razionali sul mercato, all’originario homo socialis, sovrastato oggi dai falsi bisogni del consumismo.

Ai fini della crescita, pertanto, “l’economia dei consumi sta all’accentramento di capitale” come “l’economia dell’uso e dei bisogni sta al decentramento del capitale”; la metafora sintetizza una proporzione socialista che vede al bivio due modelli per lo sviluppo economico della società, dove la discriminante è il valore-fine scelto come guida: la ricchezza privata (margine per il profitto) o quella sociale (uso per i bisogni).

Si tratta di confrontare sul tavolo programmi e scelte di politica economica e industriale in antitesi tra loro, circa i benefici per la socialità nel lungo termine, ma di cui solo uno vede nello sviluppo tecnologico un’opportunità non solo per pochi, che valorizza il decentramento produttivo delle attività artigianali in rete.

Ultima modifica ilMercoledì, 20 Febbraio 2019 17:32
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