Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Il lavoro, le fazioni e l’intervento pubblico

Soldi e disuguaglianze Soldi e disuguaglianze

di Roberto Spagnuolo

A urne chiuse si ripropongono gli stessi problemi strutturali che da decenni accompagnano il mondo del lavoro: formazione non adeguata, rispetto alle esigenze evolutive del mercato del lavoro; inesistente riqualificazione; scarsa o nulla valutazione e valorizzazione dei meriti, specie nella PA; alto peso finanziario delle pensioni sul mercato del lavoro attivo; bassa produttività privata del lavoro e scarsa valutazione della proficuità sociale dello stesso; scarsa cultura manageriale cooperativa, specie nella PA; bassa cultura digitale; alta presenza di rendite di posizione che ostacolano innovazione e investimenti.

Aumentano le disuguaglianze anche all’interno delle classi sociali, per cui il lavoro non crea più l’omogeneità di bisogni su cui sono cresciuti i sindacati negli anni 60 e 70, ma le eterogenee professionalità nascenti stanno da tempo erodendo l’identità di classe, che dava certezze al lavoratore, minando alle fondamenta lo stesso supporto contrattuale del sindacato. Quest’ultimo mostra sempre maggiori difficoltà nel rappresentare e interpretare i bisogni dei lavoratori come persone, unico valore che li accomuna, senza proporre con convinzione, ad esempio, relazioni sindacali più partecipative e responsabilizzate all’interno dell’organizzazione del lavoro, mettendo a beneficio delle scelte gestionali e strategiche le professionalità ed esperienze lavorative presenti al proprio interno.

I problemi strutturali sono chiari eppure, a parte slogan del momento strumentali all’impatto mediatico, mancano visioni chiare del percorso, necessariamente a tappe di lungo raggio, che rispondano ai proclami elettorali. Ad esempio, più o meno tutti propongono rumorosamente, cambiandone il nome soltanto, la necessità di un reddito minimo che aiuti i più bisognosi nel percorso di avvicinamento/reinserimento al lavoro, senza però integrarlo in un ben definito programma di riqualificazione e ricollocazione, che coinvolga strutture pubbliche e private integrate telematicamente nei database anche a livello comunitario; che coinvolga responsabilmente le parti sociali interessate (aziende e sindacati); che anche solo ipotizzi fonti adeguate di finanziamento, necessarie a mantenere credibile nel tempo un sistema di allocazione e ricollocazione efficace. Sistema che darà frutti solo dopo un investimento iniziale e un periodo di collaudo pianificato e incentivato con premi e sanzioni per tutti gli operatori coinvolti. Premi e sanzioni necessari per il funzionamento del sistema tutto, in quanto legati ai risultati reali che si vuole perseguire.

Metodo certo non nuovo che, per richiamarne un autorevole sostenitore vivente alla fine del pre-capitalismo, lo si intende come i pesi e contrappesi necessari per guidare le condotte umane al rispetto del “bene comune”. Bene lo aveva espresso Madison, uno dei padri della Costituzione federale americana (Federalist Papers 1787-1788) pur nella sua visione pessimistica: solo per un agire scorretto poteva una fazione tutelare interessi discordanti dal “bene comune”, quindi, la natura umana è il problema della faziosità, per cui servono strumenti per frenare, imbrigliare o meglio instradare sulla giusta causa comune, tali comportamenti naturalmente devianti.

Tuttavia Madison, latore di una visione costituzionale federale con fondamento agricolo e legata al proprio territorio e tempo, non poteva immaginare che contemporanea ai Papers era la crescita nel continente europeo delle teorie del libero mercato (Ricchezza delle nazioni di Smith è del 1776), pervaso da concorrenti diffusi e dalla forza economica della specializzazione produttiva (le colonie si specializzarono nella produzione di materia greggia, come gli Stati Uniti del Sud schiavisti e molto legati alla madre Inghilterra). Cresceva in tal modo anche l’opportunità economica come criterio guida nella politica e nella condotta individuale, mentre lo spirito comunitario dei padri pellegrini (più acceso negli Stati del Nord) veniva a scemare nei nuovi governanti, sostituito dalla comunanza d’interessi economici. Inoltre, Madison non poteva prevedere un’evoluzione tale delle sue fazioni che trascendesse i confini del singolo Stato.

Oggi invece siamo consapevoli degli effetti sociali delle fazioni transfrontaliere, che hanno prodotto un unico potere-guida nell’UE: la cieca ricerca di efficienza economica del mercato. Concetto caro ai monetaristi e, guarda caso, la BCE ha come unico obiettivo il livello di inflazione e non anche quello di disoccupazione, obiettivo che prescinde, come l'efficienza economica, dalla distribuzione finale del reddito. Il punto di vista dell’intervento pubblico, invece, passando necessariamente dalla distribuzione del lavoro, fin dall’inizio dignitosamente remunerato (almeno così dice la Costituzione), deve arrivare a determinare anche una dignitosa distribuzione del reddito che si spinge, per coerenza con il ciclo di vita del lavoratore, sino al “salario pensionistico”. Quest’ultimo non a caso ha uno stretto legame con il salario lavorativo ma ne deve prescindere dai rischi di mercato, perché, una volta accantonato, il contributo previdenziale è misura di una produttività lavorativa già espressa che va difesa da qualsiasi futuro rischio economico-finanziario, in quanto unica tutela dei futuri bisogni di vita.

L’economia reale (intesa come mercato del lavoro e contributi previdenziali, cioè come “vita reale”) deve poter convivere con la finanza, entrambe regolamentate da pesi e contrappesi a tutela di tutti i bisogni del ciclo di vita della persona.

Ultima modifica ilDomenica, 18 Marzo 2018 19:17
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