Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Fra 25 Aprile e Primo Maggio

di Giandiego Marigo

Un periodo dell'anno notevole, importante sotto moltissimi aspetti, la primavera si consolida (ammesso che non continui a piovere) ed in Italia si festeggiano di seguito la Liberazione dal nazi-fascismo e la festa dei lavoratori. Per un laico-socialista o comunista la vera Pasqua (bel senso letterale del termine Rinascita).

Feste social - comuniste, secondo molti, che hanno sollevato polemiche, sempre, sin dal momento in cui i padri fondatori della Repubblica le hanno poste in essere.

Polemiche, revisionismo storico, palese fastidio, quando non addirittura l'istinto omicida (Portella delle Ginestra per es.) nei servi eterni del potere e del capitalismo.

Feste che non sono mai piaciute a padroni, borghesi ed ai loro servi più o meno armati più o meno palesemente fascisti.

Oggi, non a caso, la discussione verte sulla loro validità, soprattutto per il 25 Aprile, rapportata alla modernità ed alla profonda ignoranza storica indotta in questa generazione di diplomati (al minimo) quando non di laureati (un triennale non si nega a nessuno).

In qualche modo, subdolamente, e con la cortese collaborazione dei media di potere, si vuole introdurre l'indifferenza per queste “festività” da una parte riducendole ad un lungo ponte, dall'altra svuotandole via via del loro reale significato e riducendole a commemorazioni un poco ingessate, molto “istituzionali”.
Non lo sono, in realtà, per chi abbia un minimo di rispetto per la storia e per chi tenga a conservare, non solo nominalmente, un “pensiero socialista”.
Esse sono feste dedicate al sacrificio di molti. Simboleggiano e veicolano momenti costitutivi e fondanti della storia di questo paese.
Forse per questo il “revisionismo storico” le ha prese di mira, proprio per minare sin ne “sentire e nel percepire”, nelle motivazioni storiche e profondamente viscerali, quello che resta del pensiero politico marxista dei nostri giorni. Per modificare il sentire si deve cambiare la radice storica che lo ha generato, è necessario minare il ricordo o ridurlo a vuota commemorazione.
Se tutto questo è vero … e lo è, qualche demerito lo abbiamo anche noi.
Abbiamo accettato il campo, in nome della pace sociale, della “non rottura istituzionale”, della Cultura Condivisa abbiamo permesso che che le camicie bianche, le cravatte, le fasce tricolori e la bande inquinassero, diluendolo il senso “conviviale e sociale” di questi momenti di “memoria storica”.

Ci siamo addomesticati accettando quest'idea della resistenza di tutti, cosa che è vera, ma con le dovute proporzioni e la memoria dell'impegno precedente e dei morti degli anni 20/30/40. Certo i lavoratori non sono tutti social-comunisti, come non lo furono i partigiani, ma la storia è storia e la speranza che aleggiava nei giorni della resistenz, così come il racconto lungo della festa dei lavoratori è profondamente attinente con quelle bandiere rosse che l'hanno sempre caratterizzate e che oggi accettiamo di riporre … con un gesto che ci condanna, compiuto da noi per primi.

Già se molti che si definiscono “compagni” indossano insieme al resto della brigata i panni istituzionali e si normalizzano in nome della pace sociale … qualche cosa si perde, sinchè la dimenticanza e l'indifferenza non finiscono per farla da padrone.

Finisco!

Parlando con uno squisito intellettuale “sinceramente” democratico spesso è venuta fuori un'affermazione: “La cultura popolare non esiste più! Qmmesso che mai sia esistita davvero ed oggi si attacca anche e persino quella alta, perchè l'ignoranza fa comodo al potere”.

Non è vero in assoluto … abbiamo un mondo di tecnici specializzati e quelli che si attaccano con più virulenza sono la Storia e l'Umanesimo in generale. Le basi per una cultura altra ci sono, il racconto non è andato completamente perduto, ma se è vero che “Non si può dire sempre e solo no” lo è altrettanto che sia proprio da questi NO che deriva il nostro retaggio.

Rimandare il racconto, parlando di quelle donne di quegli uomini che venendo dai campi e dalle officine “fecero la storia” è un'embrione di cultura popolare che è “dovere “ conservare e difendere. Non fosse altro che per il motivo che fu il popolo a farla e che la narrazione, per una volta, non ci parla di eroi e di potenti , ma della gente e dei suoi bisogni di quella voglia di libertà e dignità che ha fatto questo paese.

Non possiamo noi, socialisti e comunisti, essere i primi ad annacquare quello che fu sicuramente sangue e sudore, né potremmo e dovremmo mai dimenticare che lo fu.

 

 

Ultima modifica ilMercoledì, 01 Maggio 2019 08:33
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