Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Cara egemonia

Egemonia Egemonia

di Renato Gatti

Non sono filosofo né “politico” ma sento di interpretare il concetto gramsciano di “egemonia” come un modo, una forma diversa di fare la rivoluzione rispetto a come la fecero i bolscevichi.

Il mito romantico della Rivoluzione d’ottobre, fatto di entusiastica sollevazione delle masse guidate dalla fame e da un gruppo ferreo di guide, di entusiastici voli lirici alla Eisenstein, nell’epicità di una Potemkin o di un Nevsky, mi pare risultare lontano nel tempo e inadeguato al livello della gestione del potere nei paesi occidentali. Quel mito era pur stato alla base della scissione di Livorno, scissione che denunciava un attendismo o un massimalismo parolaio che mal si coniugavano con l’azione immediata e fattiva dei comunisti scissionisti. Eppure, i fatti del biennio rosso, delle occupazioni e del loro esito non potevano non spingere ad un diverso modo, ad una diversa forma di fare la “rivoluzione”.

Ecco che allora, a mio modo di vedere, il concetto di egemonia costituisce la strada che nell’occidente, nel capitalismo avanzato, anche (o proprio perché) in presenza della dittatura fascista, deve imboccare per realizzare l’avvento del socialismo.

Vorrei ora esporre quelli che a mio modo di vedere sono gli elementi fondanti dell’egemonia:

  • consapevolezza della contraddizione tra situazione sociale dei “subordinati” e filosofia da essi professata;
  • ruolo fondamentale dell’azione pedagogica e critica degli intellettuali nei confronti dei “subordinati”;
  • creazione di una filosofia autonoma che sostituisse un senso comune borghese con un nuovo senso comune;
  • una guerra che da movimentista diventasse di posizione.

Il primo punto smitizza la figura dell’operaio, definito subalterno, che non può essere considerato come soggetto di pura essenza (come quello del Deserto rosso di Antonioni, cui la borghese Monica Vitti ruba un panino per assaporare il cibo del dio). Il subordinato vive una filosofia, ispirata a concetti di senso comune, che gli intellettuali (il padrone, il capo, il prete, il notaio, etc.) hanno confezionato a rappresentazione sovrastrutturale del modo di produzione capitalistica in essere. Questo riconoscimento dell’esistenza di un plagio gravante sulla filosofia dei subordinati, si scontra con una esistenza sociale reale che presenta gli elementi di una contraddizione con la filosofia, con il modo di pensare immanente. Solo l’emergere di questa contraddizione può scatenare quella dialettica che inizia la strada affinchè i subordinati divengano dirigenti.

L’operazione maieutica che fa emergere la contraddizione ed avvia la dialettica liberatoria è affidata agli intellettuali, alla loro funzione pedagogica, di levatrici dei nuovi dirigenti. Ma il ruolo degli intellettuali non è quello denunciato, anche in base a realtà fattuali, di “indottrinatori” che spargono verità assolute in modo autorevole quando non autoritario, ponendosi in un rapporto gerarchico tra docenti e discenti. Il concetto di “educare gli educatori” mette in luce il reciproco scambio che deve avvenire a livello teorico ed esperienziale tra le due figure. E nelle due figure deve prevalere l’umiltà di porsi nella disponibilità di imparare dall’altro; l’indipendente interpretazione di un fatto fatta da ciascuna delle due figure va quindi confrontata in discussioni ad armi pari con la reciproca accettazione di essere convinto dall’altro o di arrivare ad una sintesi diversa dalle due originarie tesi. Così si costruiscono nuovi dirigenti provenienti sia dal campo dei subalterni che da quello degli intellettuali.

Scrive Gramsci sull’Ordine Nuovo: ”Abbiamo semplicemente il torto di credere che la rivoluzione comunista possano attuarla solo le masse e non possa attuarla un segretario di partito né un presidente di repubblica a colpi di decreto”. E le masse cui Gramsci si riferisce non sono quelle costituite da subalterni usate, adoperate, utilizzate da capi dirigenti, ma sono masse di ex-subalterni assurti, a seguito di un processo di presa di coscienza, a dirigenti chiamati a guidare il paese. Già nel 1919 Gramsci scriveva sull’Avanti: “Il Partito socialista vuole l’incremento massimo della produzione industriale ed agricola, ma vuole che questo incremento sia raggiunto organicamente, con l’eliminazione dell’ordine produttivo dei demagoghi capitalisti, dei politicanti che tengono in uno stato di disordine e marasma le officine, poiché essi realizzano proprietà privata non coi miglioramenti tecnici dell’apparato industriale, ma con l’intrigo politico, con la truffa finanziaria, col gioco in borsa, col protezionismo doganale, con l’azione demagogica esercitata dai loro sicari della stampa borghese. Se gli industriali non sono più capaci ad amministrare l’apparato della produzione e farlo rendere fino al massimo (come non sono capaci, come ogni giorno di più dimostrano di non essere capaci) per salvare la civiltà dallo sfacelo e dalla bancarotta, gli operai assumeranno essi questo ufficio, coscienti della grave responsabilità che si addossano, e lo esplicheranno, coi loro metodi e i loro sistemi comunistici, attraverso i loro Consigli di produzione”. Questo scritto (ripeto del 1919) permeato di “ottimismo della volontà” esprime in modo inequivocabile il percorso rivoluzionario insito nel concetto di egemonia, la maturità dei Quaderni ripercorrerà questo percorso con il “pessimismo della ragione” che comporta il processo di evoluzione da subalterni a dirigenti a mezzo del lavoro pedagogico che il partito è chiamato a fare. Interessante comunque questo rapporto tra tecnologia e lavoratori, argomento ripreso nel famoso “Americanismo e fordismo”: “Proprio gli operai sono stati i portatori delle nuove e più moderne esigenze industriali e a modo loro le affermarono strenuamente. Non è dai gruppi sociali “condannati” dal nuovo ordine che si può attendere la ricostruzione, ma da quelli che stanno creando, per imposizione e con la propria sofferenza, le basi materiali di questo nuovo ordine, essi devono trovare il sistema di vita originale e non di marca americana, per far diventare libertà ciò che ora è necessità.”

Questo rapporto lavoratori-tecnologia che si ripresenta nel modo di produzione robotizzato, è oggi più mai attuale per rivoluzionare l’appropriazione del bene sociale rappresentato dalla tecnologia da parte del capitale e riportarlo nella disponibilità di chi l’ha prodotto.

Al proposito rimando al documento su economia e lavoro redatto a Rimini nella riunione programmatica indetta da Socialismo XXI secolo.

Il Partito Comunista Italiano è stato decisamente gramsciano nella creazione di quell’egemonia necessaria alla creazione di uno stato socialista. Lo è stato nella conduzione del partito “Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer” si gridava nelle piazze; lo è stato nel ruolo svolto dagli intellettuali in tutti i campi: dalla letteratura alla pittura, dal cinema alla scienza. Ma lo è stato soprattutto nella capillare azione svolta dalle sezioni locali, dove migliaia di piccoli laboratori politici formavano milioni di cittadini nel loro percorso di presa di coscienza e di formazione di dirigenti. Poi questa “vocazione gramsciana” è venuta meno, specialmente con Veltroni, e si è trasformata in “vocazione maggioritaria” dove il “partito leggero” allentava il lavoro certosino delle sezioni e delegava ai caminetti la funzione di elaborare la linea da proporre al popolo. Sull’onda di un americanismo avanzante la missione dell’intellettuale collettivo che costruisse una filosofia che divenisse senso comune, si è trasformata nella ricerca di un prodotto preconfezionato offerto al popolo come si offre una merce al supermercato. Ne è seguito lo scioglimento dei Democratici di sinistra (come si sono chiamati i comunisti dopo il crollo dell’unione sovietica) e la nascita di un Partito Democratico, non come trasformazione del partito che si era sciolto, ma come approdo della maggioranza dei vecchi diessini. La natura del PD è, a mio modo di vedere, la negazione di ogni prospettiva socialista e, nel contempo, l’abbandono della strategia dell’egemonia.

C’è un partito, oggi, che ha un forte radicamento nel popolo, dove si potrebbero intravvedere degli aspetti che richiamano al concetto di egemonia intesa come ruolo delle masse. Sto parlando, evidentemente, della Lega di Salvini che è ben diversa da quella di Bossi. Ma, sempre a mio modo di vedere, in questo rapporto dirigenti subalterni ci sono due sostanziali differenze rispetto a quanto ho sopra esaminato. La prima differenza consiste nella perfetta identità nella filosofia dei dirigenti e dei subalterni, non serve quell’operazione di lavoro arduo sulle contraddizioni tra senso comune e situazione sociale, basta seguire con generosità il senso comune prevalente esasperandone gli aspetti anche più beceri, e cavalcando ogni minuto accadimento per trasformarlo in affermazione del proprio senso comune. La seconda differenza consiste nell’uso strumentale delle masse al fine di esaltare la figura del “capitano”.  

Ultima modifica ilMartedì, 02 Luglio 2019 16:40
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