Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Perchè i lavoratori votano a destra?

di Renato Gatti

I risultati elettorali, e ciò da parecchi anni, fanno registrare uno spostamento dei voti di quella che si definisce classe operaia, dalla sinistra prima ai 5stelle e poi alla Lega, o comunque verso l’astensione, anche se io credo che non sia vero che gli astenuti siano tutti di sinistra; ritengo invece che gli astenuti siano indifferenti alla chiamata alle urne in quanto sono indifferenti alla politica o quantomeno non trovino nell’offerta politica nessuna attrattiva o collimanza di interessi. O forse l’astensione elettorale è uno strumento mediante il quale la classe dominante opera in modo da mantenere la debolezza relativa dell’antagonista sollecitandone l’apatia.

Le motivazioni per spiegarci lo spostamento a destra del voto operaio va ricercato su due piani: quello economico-corporativo e quello, definiamolo così, filosofico. Assistiamo allora ad un interessante divaricazione nei comportamenti dell’elettorato che stiamo analizzando, ovvero assistiamo al contemporaneo permanere nel sindacato (CGIL in particolare) come scelta economico-corporativa e votare decisamente a destra come scelta filosofica.

Occorre tuttavia fare un passo indietro per ricercare una definizione più precisa della classe operaia e dei suoi sviluppi nei tempi recenti.

Abbiamo tutti in memoria la compatta classe operaia protagonista, senza risalire al biennio rosso, della Resistenza che prende su di sè la responsabilità dei destini del Paese e si pone come soggetto politico sotto la guida, o meglio appoggiando e condividendo il percorso indicato dai partiti marxisti. In questa fase esiste una visione di una classe perfetta e non perfettibile, elevata a esempio e punto di riferimento in un clima definibile come operaista.

L’agiografia di questa visione si ritrova nel film di Michelangelo Antonioni “Deserto rosso”. Il raptus del panino chiesto all’operaio scioperante annuncia la patologia della protagonista che ha sì fame, ma è una fame psichica, e il panino è un simbolo cui ha seguito una parodia della Eucarestia, giacché dopo aver mangiato il pane la protagonista berrà il vino dalla moglie dell’operaio. Si legge in questo episodio la ricerca della genuinità, del pieno significato dell’esistenza nel feuerbacchiano essere ciò che si mangia, nel ritrovare cioè nella situazione operaia la fuga dai drammi della borghesia.

Di tutt'altro peso il programma di Antonio Gramsci che vede nella classe operaia uno dei soggetti della classe dei subalterni introducendo quindi il concetto di blocco storico, all’interno del quale la dialettica intellettuali-proletari costituisce una pedagogia reciproca finalizzata alla formazione di una nuova classe dirigente capace di presentarsi come protagonista di un mondo diverso da quello che l’egemonia attuale vorrebbe farci ritenere come unico ed senza alternative.

Si disegna una operazione didattica che, partendo dalla presa di coscienza della situazione strutturale in cui ci si trova ad agire, ricerchi nella crescita culturale dei subalterni la capacità di disegnare una nuova struttura, alternativa a quella del pensiero unico, alternativa al capitalismo e finalizzata al superamento del mondo della necessità che sfoci nel mondo della libertà. In questa operazione ogni soggetto analizzando il momento economico-corporativo rende esplicito il meccanismo del capitalismo e la strada per il suo superamento, e d’altro canto sostituisce nella sua personale filosofia il senso comune con la coscienza critica razionale. Fondamentale quindi risulta il lavoro di demolizione della filosofia del senso comune, che è il bagaglio che la classe dominante preconfeziona affinchè sia assunto tal quale, senza critica, dal subalterno affinchè permanga in questa situazione se non opera quella operazione critico-analitica che il rapporto simbiotico con l’intellettuale può favorire.

Nella loro attività i gruppi subalterni subiscono costantemente l’iniziativa dei gruppi dominanti anche quando si ribellano e insorgono. La conseguenza diretta è che le tendenze verso una centralizzazione coerente di tale attività, capace di andare oltre il ribellismo o la mera rivendicazione economica, è sempre spezzata e resa disorganica dalla capacità di interdizione delle classi dominanti. Gramsci scrive non a caso che la subalternità può cessare e non immediatamente solo con la vittoria «permanente» di questi gruppi, tanto che solo a compimento di un ciclo storico si può affermare se l’iniziativa dei gruppi subalterni si sia conclusa con un successo. Più precisamente, i gruppi subalterni non possono unificarsi fino a che non diventano Stato.

L’aver saputo attuare l’insegnamento gramsciano, ha costituito la fase egemonica dei partiti marxisti, che hanno operato sia per disegnare una nuova struttura economica a livello strutturale, sia per scalzare il senso comune di stampo capitalistico dalla concezione sovrastrutturale filosofica dei subalterni.

Oggi abbiamo da una parte le offerte economiche della Lega, che puntano ad un generale  taglio delle tasse principalmente per le piccole partite iva, elettorato fedele della Lega, ma da estendersi, almeno nei progetti elaborati prima della caduta salviniana, a tutti i percettori di reddito fino a 100.000€ annui. Se volessimo semplificare la Lega sembra sfondare tra disoccupati e operai, che lo seguono perfettamente negli slogan e nelle continue intemerate con cui dice di voler modificare i trattati europei, che ingessano le politiche di spesa, impedendo ogni possibile manovra economica espansiva. Non solo: supportano anche la richiesta di abbassamento delle tasse, mediante flat tax. Se l’adesione alle promesse economico-fiscali della Lega è messa in discussione dalla permanenza nel forte sindacato di classe, l’adesione alle posizioni della Lega su immigrati e  antieuropeismo pare invece dilagare nel senso comune dei subordinati condizionandone i comportamenti elettorali.

Il Pd, al contrario, è percepito come il partito del rigore e della fedeltà ai conti e ai patti stretti in Europa. Ma il rigore non amplifica i consensi. In sostanza, è come se le urne avessero conclamato la crisi della sinistra, che l'elettore tradizionale non percepisce più come naturale portatrice di politiche di protezione sociale. E, in effetti, dopo la caduta del muro di Berlino e il fallimento del modello comunista, la sinistra democratica italiana non è riuscita a elaborare una nuova proposta coerente con la propria storia, sposando un modello liberal all'americana, che lo ha portato a diventare paladino dei diritti civili (dei migranti, delle unioni civili, della procreazione assistita).

La ricostruzione di un blocco storico veramente capace di seguire l’insegnamento gramsciano per costruire l’alternativa al modello sociale del pensiero unico, basato su un nuovo modello strutturale che si appropria del modo di produzione 4.0 puntando alla socializzazione dei mezzi di produzione e su un’operazione di reciproca costruzione di una propria filosofia critica tra intellettuali e cittadini il cui mutamento sociale portato dall’innovazione tecnologica della robotizzazione del modo di produzione comporta l’azzeramento del senso comune costruito dalla classe egemone precedente e la costruzione di una propria coscienza critica e filosofica.

Il grande errore della sinistra, lo spostamento dei voti verso la destra, deriva, lo si deduce da quanto ho esposto sinora, dalla rinuncia al progetto gramsciano che la sinistra stava costruendo e  che ha abbandonato con le illusioni del partito leggero e col conseguente silenzio della dialettica sociale.

 

Ultima modifica ilDomenica, 16 Febbraio 2020 07:56
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