Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Disinformazione, demagogia e islamofobia: un caso tutto italiano

di Maddalena Celano

La Storia di Lalla Solikhna

Lalla Solikhna, fanciulla giudea, nacque a Tangeri. La radiosa bellezza di cui il suo Dio l’aveva gratificata, oltrepassava ogni immaginazione. Le amiche musulmane, al solo scrutarla mentre ciondolava per le strade polverose della medina, venivano colte da un senso di invidia talmente acceso e possente da materializzarsi, nei pressi dell’arcata sopraccigliare, sotto forma di nume violacea. I capelli le scendevano lungo la fronte e gli occhi le lampeggiavano di un azzurro color cielo dell’Atlante. Così, almeno, ce la descrive rabbi Slimane, suo mentore e maestro, nelle pagine, bagnate di lacrime, del vecchio ma insostituibile saggio Les Juifs du Maroc (Casablanca 1889).

Un giorno – Lalla doveva aggirarsi tra i quattordici e i diciassette anni – sua madre, per una marachella, gliele diede di santa ragione. La ragazza, indispettita, si rifugiò nella casa dei suoi dirimpettai musulmani. Ammirati dalla sua indicibile beltà, i vicini si adoperarono per consolarla e suon di dolcetti a base di sesamo e miele, come si usa da quelle parti. La padrona di casa, Tahirah Umm al-Aminah, per ingraziarsela, la colmò di gioielli, implorandola di cambiare “casacca”. Riteneva, difatti, che se una fanciulla dalle così paradisiache fattezze si fosse convertita all’ islam, ciò avrebbe recato, alla causa del profeta, un sovrappiù di celesti barakat (“benedizioni”), giacché – secondo un motto attribuito allo stesso Muhammad – “ciò che è bello non può essere buono e viceversa”. Guai a tollerare che una figlia di Isacco, una dhimmiyah, una semplice “protetta”, facesse sfigurare tutte le donne di Tangeri!

Indispettiti dalle rimostranze della giovane ebrea, che si era schernita di fronte a quell’ invito, i suoi vicini di casa misero in circolazione la voce che Lalla Solikha, la più fascinosa ragazza giudea di Tangeri, si era risolta a tagliare i ponti con la sua famiglia e a riporre, finalmente, la sua fede in Allah. Inutile dire che ne nacque un parapiglia. Gli abitanti del ghetto si rivoltarono contro i lancieri del sultano, gridando “Vendetta!”, mentre dal minareto della moschea grande, il muezzìn, avvertito della cosa, si peritava di aizzare i suoi con incitazioni alla guerra santa. I torbidi di piazza si protrassero per ore, finché il pascià in persona non fu obbligato a prendere in mano la situazione. Fece arrestare l’incolpevole Lalla Solikha, che aveva cercato nel frattempo di dileguarsi tra la folla inferocita, e la interrogò. Al cospetto del pascià, Lalla Solikha, negò la sua intenzione di abbandonare l’ebraismo e fu, su due piedi, condannata a morte per apostasia. La sua famiglia, sostenuta dall’ intera comunità ebraica di Tangeri, nel tentativo disperato di salvare la vita alla fanciulla, le consigliò di fingere di essersi convertita all’ islam e di fare appello al sultano Moulay ‘Abd al-Rahman, perché annullasse la sentenza. Ma il sultano del Marocco, distratto dall’ avanzata dei francesi in Algeria, e sobillato dagli ottusi giurecolsulti di corte, ritenne di non dover esercitare il suo potere di grazia, e mandò al martirio Lalla “la giusta” (o tzadiqa, come la chiamano da allora i suoi correligionari maghrebini). Fu giustiziata – senza colpa – nella pubblica piazza di Fès, dove una rozza e sgrammaticata lapide bilingue (in ebraico e francese) ancora la rievoca:

Ici répose m.lle Solica Hatchouel

née a Tanger en 1817

réfusant de rentrer dans la réligion islamisme

les Arabes l’ont assassiné à Fez en 1834

arracheé de sa famille

tout le monde regrette cette enfant sainte

Al disgraziato destino di Lalla Solikna, che scosse le coscienze degli ebrei di tutto il mondo, si ispirò, tra gli altri, il pittore orientalista Alfred Dehodencq (morto suicida a Parigi nel 1882) nel suo quadro L’ éxecution de la Juive (collezione privata). [1]

Preambolo

Una volontaria italiana di una ONG, di nome Silvia Romano, è stata rapita in Kenia quasi due anni fa, il 20 novembre 2018. Dunque, secondo il quotidiano italiano "Il Giornale" che ha continuato ad infierire sulla ragazza italiana di 24 anni: sarebbe stata costretta a sposare un terrorista con rito islamico e costretta a indossare un velo.

La giovane donna viveva a Milano e decise di viaggiare in Africa per solidarietà. Nel novembre 2018, è stata rapita da un commando armato che ha fatto irruzione nel villaggio dove lavorava la donna.

Fonti dell'intelligence confermano che la Romano è stata trasferita dal Kenya alla Somalia, dove è stata costretta a sposare un jihadista. Il quotidiano italiano afferma che la giovane donna avrebbe ricevuto un "lavaggio del cervello". Lo Stato italiano, in realtà, non ha mai confermato la veridicità delle informazioni pubblicate sulla stampa, tantomeno Silvia Romano che ha prontamente negato tutte le speculazioni giornalistiche fatte su di lei.

Le notizie più concrete sulla Romano risalgono al Natale 2018 quando è stata vista, l’ultima volta, viva. Nell'agosto di quell'anno, è stato anche confermato che fu portata dal Kenya alla Somalia. 

Silvia era un'assistente della ONG Africa Milele e lavorava nel villaggio di Chakame, per aiutare i bambini che trascorrono tutta la loro giornata in strada perché non hanno nulla. In questo contesto, è stata rapita da un gruppo terroristico, armato di Kalashnikov. 

Il ruolo dei Servizi-Segreti e le trattative italiane con la Turchia

I sospetti furono immediatamente concentrati sugli islamisti somali perché gli assalitori parlavano la lingua somala e si vestivano con abiti tradizionali di quel paese. Molto probabilmente, la giovane si trovava nel sud -ovest della Somalia, una zona occupata dalla setta Al Shabab, un gruppo terroristico alleato di al-Qaeda.

Come descrive bene il quotidiano spagnolo ABC, un intervento occidentale è quasi impossibile in quella zona. L'unico modo per agire è quello di usare i servizi segreti dei rispettivi paesi, in cerca di contatti e possibili trattative con i rapitori. È quello che è stato fatto dai servizi segreti italiani e fu l'unico modo per ottenere la liberazione della Romano.

Silvia Romano, tornò in Italia indossando un "jilbab" islamico. Pseudo-giornalisti, pseudo-intellettuali e pseudo-femministe hanno etichettato l’abito come abito “integralista”. In realtà, è un abito tradizionale somalo, molto economico (spesso fabbricato in Cina), che non ha una forte connotazione religiosa, sebbene sia comune negli ambienti dell'Africa orientale in cui la fede islamica è diffusa. In realtà, gli abiti indossati dalle donne islamiche sono scuri e coprono, per intero, braccia, mani, gambe e parte del viso.

"Quel vestito si chiama jilbab", ha dichiarato Freddie del Curatolo, direttore di malindikenya.net, "il portale per gli italiani in Kenya". "Non è un abito religioso, ma le donne islamiche lo indossano abitualmente", ha aggiunto. "È un vestito usato per passeggiare. Le tribù al confine tra Kenya e Somalia, come gli Orma e gli Bravani, lo indossano molto spesso", ha aggiunto il giornalista che è stato nel paese africano per 15 anni.

L'abito è verde, un colore che simboleggia in modo controverso l'Islam che appare, ad esempio, sulle bandiere dell'Arabia Saudita, dell'Algeria, del Pakistan e della stessa Lega Araba. Ma il colore del Profeta era, infatti, il nero, preso dallo Stato Islamico per le sue bandiere e stendardi. L’ uso del verde deriva da un fattore culturale che indica ciò che gli arabi del deserto non avevano: la vegetazione (nel Corano si parla di Paradiso come “davvero verde molto verde”).

"Probabilmente si vestiva come meglio poteva", ha suggerito Hamza Piccardo, membro di spicco della comunità islamica italiana. 

Tuttavia, il termine "jilbab" (o "jilbaab") si riferisce a qualsiasi abito lungo o largo indossato dalle donne musulmane, per rispettare il precetto coranico della modestia femminile. Il "velo" islamico, in realtà, è comunemente chiamato "hijab", ed è spesso più corto, più piccolo e ha mille fogge.

Silvia Romano si è convertita all'Islam dopo essere stata tenuta in ostaggio dai jihadisti per 18 mesi: "Il mio nome è ora Aisha", ha dichiarato.

"Rispettate questo momento", ha chiesto la giovane donna ai cronisti che l'aspettavano quando sono tornati a casa, dove è arrivata indossando l'abito tradizionale delle donne somale. Quindi dalla finestra mostrò il pollice in su e si mise una mano sul cuore per ringraziare tutti.

Dalla destra politica, tuttavia, ci sono state aspre critiche: come quella dell'ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che ha particolarmente attaccato il governo, addirittura accusandolo di “collusione” con i terroristi. 

La Romano è stata trovata in un posto a 30 chilometri da Mogadiscio. L'operazione è stata effettuata in collaborazione con i servizi segreti del paese e quelli della Turchia, un paese che ha una grande base militare a Mogadiscio.

Nel novembre del 2019, un anno dopo il rapimento, una prima prova di vita di Silvia Romano fu fornita dai jihadisti e ne alimentò le speranze. L'operazione è stata effettuata in collaborazione con i servizi segreti della Somalia e della Turchia (in Somalia, Ankara gestisce una grande base militare dove le forze turche addestrano l'esercito somalo) ed è stata complicata dall'ondata di alluvioni che in questi giorni ha colpito l’area in cui Silvia era prigioniera.

I jihadisti contattarono l'Agenzia italiana per l'informazione e la sicurezza (AISE) all'inizio dello scorso autunno, inviando loro un video per dimostrare che la giovane donna era in buone condizioni. Con l'aiuto dei servizi segreti turchi, che hanno una ramificata rete di contatti in Somalia, gli italiani iniziarono a negoziare i termini della liberazione della Romano e mesi dopo raggiunsero un accordo.

Sono quindi iniziati i negoziati con i rapitori, condotti dall'Agenzia di informazione e sicurezza (AISE) sotto il generale Luciano Carta. Nel mese di aprile 2020, dopo la consegna di una nuova prova sulle buone condizioni di salute di Silvia Romano, i negoziati si intensificarono. Agli agenti segreti che erano già nella zona, furono aggiunti altri specialisti recentemente arrivati da Roma, come ricostruito dai media italiani.

Secondo fonti di intelligence, citate dai media italiani, il rilascio è arrivato dietro il pagamento di un riscatto tra 2 e 4 milioni di euro. 

L'importo del riscatto non è stato reso noto, ma secondo i media italiani era di milioni di euro. La notizia, in realtà, non è stata confermata da nessuna fonte.

L’ impennata dell'islamofobia

La notizia della liberazione della giovane soccorritrice è stata accolta in Italia con grande soddisfazione. Tuttavia, quando è diventato noto che si è convertita all’ Islam e che ora si fa chiamare Aisha, una campagna di odio è stata scatenata nel mondo reale e virtuale. Nel quartiere di Casoretto a Milano, dove abita, è apparso un opuscolo che diceva: "Molti di noi sono stufi di pagare i riscatti, soprattutto in questi tempi. Salvare una vita per metterne a rischio molte altre?"

Vicino alla finestra dell'appartamento che si trova sotto quello della Romano, i vicini hanno trovato pezzi di vetro sospetti. Nico Basso, un consigliere comunale di Asolo, in Veneto, ha caricato una foto della Romano sul suo account Facebook, con un testo sotto: "Appendetela". Sui social network, una ragazza con il suo stesso nome che non ha nulla a che vedere con la cooperante rilasciata, ha persino ricevuto insulti e minacce.

Il limite è stato raggiunto questo 13 maggio 2020, quando Alessandro Pagano, un deputato del partito della Lega di destra, ha definito Silvia una "neoterrorista". 

L’ Islamofobia: fenomeno politico manipolatorio?

Nel frattempo, e in relazione alle molestie subite da Romano a Milano, il capo della sezione antiterrorismo della Procura della città, Alberto Nobili, ha avviato un'indagine sulle minacce aggravate, mentre la polizia locale ha messo sotto sorveglianza la casa di Silvia Romano.

In poco più di un anno, l'AISE ha liberato altri quattro italiani rapiti in diversi paesi del mondo, ma solo il caso di Silvia Romano ha causato polemiche. Le domande da porsi sono queste: 

 - accettiamo i nostri compatrioti come sono o li rifiutiamo se non corrispondono all'immagine stereotipata? 

- Ci piacciono gli italiani cattolici, mentre un italiano musulmano non lo vogliamo né vorremo vederlo?

- Non accettiamo ancora la libertà femminile e la conseguente libertà di coscienza femminile?

Il 31 ottobre segna il decimo anniversario della sentenza sugli attentati di Madrid, emessa nel 2007. Il cineasta francese Cyrille Martin, autore del documentario sul condannato Jamal Zougam, ha cercato di "denunciare l'ingiustizia" subita dai musulmani e attirare l'attenzione della società sulla "crescente islamofobia" nel mondo.

Con il documentario "Un nuovo Dreyfus, Jamal Zougam, capro espiatorio dell'attacco di Madrid?", lanciato lo stesso anno, il cineasta intendeva attirare l'attenzione della società moderna sull'ostilità nei confronti della minoranza musulmana, alla quale è associato terrorismo per motivi religiosi.

"La storia deve essere ripetuta a tutti i costi, questa volta con la minoranza musulmana", ha sottolineato.

Il cineasta ha affermato che il recente attacco di Las Vegas non è stato portato avanti da un musulmano, "è diventato chiaro che l'affermazione, fatta per conto del Daesh, mancava della minima credibilità".

Il regista si rammarica che gli autori degli attacchi "vengano sistematicamente uccisi senza essere interrogati da specialisti, che potrebbero facilmente scoprire se sono sotto l'influenza di un qualche tipo di droga".

Per Martin, la cosa più preoccupante dell'islamofobia è che può innescare conseguenze molto gravi se si mescola con un altro fenomeno di origine completamente diversa: il rifiuto che esiste nei confronti della popolazione di origine straniera, causato, in particolare, dalla situazione di disoccupazione e stagnazione nel mercato del lavoro, che fa percepire i rifugiati come una potenziale concorrenza.

"Per combattere l'islamofobia, dobbiamo migliorare l'integrazione della popolazione di origine immigrata", ha suggerito il regista.

Islam ed emancipazione femminile: al di là degli stereotipi

Le nuove dinamiche economiche e socio-politiche, innescate dalla globalizzazione, hanno posto sempre più al centro dell'attenzione internazionale il conflitto femminile e il tradizionale ordine patriarcale nei paesi islamici. In questi paesi, i ruoli familiari e sociali sono stati tradizionalmente condizionati dal genere, cosa che è stata giustificata nella maggior parte dei casi, ricorrendo a fonti religiose.

Al contrario di quanto comunemente si creda, il mondo musulmano è complesso e variegato, così come la condizione femminile, al suo interno. Esistono paesi con una lunga cultura laica ed in cui le donne vivono “all’ europea”, studiando, lavorando, guidando motoveicoli e autoveicoli e senza alcun obbligo di velo: l’intero Caucaso ed il Corno d’ Oro, il Libano, la Palestina, la Tunisia e la Siria. Esistono paesi che erano laici o relativamente tali ma che, a causa di pressioni neo-coloniali ed “esportazione” di democrazia, sono diventati bigotti ed oscurantisti: alcune regioni dell’Iraq, l’Afghanistan, la Libia e tutta l’Africa Centrale attualmente “musulmana”. Esistono colonie dell’Occidente molto ricche ma in cui le donne vivono in costante segregazione, nonostante la prigione dorata: Arabia Saudita, Emirati o, sicuramente, tutti i paesi del Golfo Persico.

I pilastri di questa mentalità dominata dagli uomini iniziarono a vacillare sin dagli ultimi decenni del XX secolo quando, a causa delle trasformazioni economiche e sociali, una popolazione femminile sempre più istruita iniziò a contribuire al reddito familiare, invertendo in parte la tradizionale distribuzione dei compiti e nel potere decisionale all'interno del modello familiare.

Come spiega bene Margot Badran, esperta di femminismi islamici, “questa creazione di uguaglianza, di fatto, all'interno della famiglia è accompagnata dall'espressione del principio di condivisione del ruolo di capofamiglia tra i coniugi (...) Parallelamente, il concetto "Gender", si rivela uno strumento di analisi creato negli Stati Uniti da specialisti in studi femministi, che si sta facendo strada nei media universitari”.

Tutte noi, siamo ben informati sul contributo degli uomini alla storia islamica e scientifica. Tuttavia, spesso non riconosciamo le donne che hanno determinato questo cambiamento culturale e che hanno contribuito al progresso del mondo musulmano.

Insieme agli uomini, le donne musulmane hanno avuto un ruolo importante nel mondo islamico premoderno come studiose, poetesse, sovrane e militari.

Molte delle donne che hanno partecipato attivamente all'assistenza sanitaria durante i tempi del profeta, si sono esercitate sul campo di battaglia: alcune hanno aiutato solo i feriti, mentre altre hanno anche partecipato alla lotta.

Ka'b al-Ansariyya,  era una nota guerriera e un medico. Conosciuta anche come Umm 'Ammara, fu una delle prime convertite all'Islam.

È molto conosciuta per aver combattuto contro i Meccani pagani nella Battaglia di Uhud. Quando non era impegnata in battaglia, curava i soldati feriti. Al di fuori della zona di battaglia, ha eseguito circoncisioni.

Rufayda Bint Saad Al-Aslamiyya, che visse anche ai tempi del profeta Maometto, viene spesso definita come "la prima infermiera dell'Islam". Aiutò i feriti durante la Battaglia di Badr.

Ha acquisito la maggior parte delle sue conoscenze in medicina, aiutando suo padre medico, Saad Al-Aslamy. Diventò una guaritrice esperta, al punto che il Profeta ordinò che tutte le vittime fossero mandate nella sua tenda per le cure.

Altre infermiere e praticanti medici musulmane sono entrate nel campo di battaglia e hanno dedicato il loro tempo e le loro abilità alla guarigione dei feriti durante il periodo del Profeta, includono Umm Sinan Al-Islami (nota anche come Umm Imara), Umm Matawe 'Al-Aslamiyya e Umm Waraqa Bint Hareth.

Molte donne musulmane medievali hanno perseguito con successo lo studio della matematica, insieme ai loro interessi in altri campi.

Storici come Ibn al-Jawzi, Ibn al-Khatib Baghdadi e Ibn Kathīr hanno elogiato la studiosa Sutayta Al-Mahamali.

Visse nella seconda metà del X secolo e proveniva da una famiglia istruita di Baghdad. Suo padre era un rispettato studioso e giudice.

Sutayta mostrava grandi abilità matematiche, che andavano oltre la semplice capacità di eseguire calcoli. Eccelleva in hexab (aritmetica) e fara'idh (calcolo sequenziale).

Ha anche dato preziosi contributi in settori come la letteratura araba, gli hadith e la giurisprudenza. Morì nel 987 d.C.

Lubna de Córdoba, che era tra la nobiltà del Palazzo Omeya in Andalusia, era nota per il suo amore per gli studi accademici. Le sue abilità in scrittura, grammatica, poesia, matematica e altre scienze non avevano eguali.

Non solo era una figura di intelletto, ma divenne anche la segretaria del palazzo dei califfi Abd al-Rahmān III e di suo figlio al-Hakam bin 'Abd al-Rahmān.

Era anche conosciuta per il suo amore per i libri e ha creato una biblioteca di oltre mezzo milione di libri [Ibn Bashkuwal. Kitab al-Silla. (Il Cairo, 2008), vol. 2: 324].

Molte donne musulmane di origini benestanti hanno avuto ruoli importanti nello sviluppo della civiltà e della scienza nel mondo islamico medievale.

I famosi canali d'acqua Zubaida nella periferia della Mecca prendono il nome di Zubayda Abu Ja'far al-Mansur. I canali facevano parte del grande progetto da lei condotto, che costruiva stazioni di servizio per i pozzi d'acqua, lungo il percorso di pellegrinaggio da Baghdad alla Mecca.

La moglie del califfo Harun ar-Rashid, era la donna più ricca e potente del mondo, ai suoi tempi, ed era una nobile donna di grande generosità.

Fatima al-Fehri era un'altra donna dedicata a progetti scientifici e di sviluppo. Costruì una complessa moschea a Fez, in Marocco, che incorporava la Qarawiyyin University, una delle prime università al mondo; con le più antiche biblioteche del mondo e sale di cronometraggio.

Le sale di temporizzazione, o dar al-muwaqqit (singolare), sono state trovate in moschee e università in tutto il mondo islamico medievale. Sono stati usati dagli astronomi incaricati dei calcoli dei tempi e della regolazione e manutenzione degli orologi. Gli astronomi di Muwaqqits dovevano comunicare i tempi corretti di preghiera ai muezzin (persone che richiamano la preghiera).

La camera dar al-muwaqqit di Al-Fehri si trova all'interno del minareto della moschea Al-Qarawiyyin. L'oggetto più importante è l'orologio ad acqua Al-Lajai. Fu realizzato dall'astronomo Abu Zaid Abderrahman Ibn Souleiman al-Lajai, per ordine del sultano marittimo Abu Salim Ali.

Dhayfa Khatun è stata la regina di Aleppo (nella moderna Siria) per sei anni, dove ha fondato due scuole famose. La prima fu la scuola al-Firdaws, dedicata agli studi islamici e alla sharia islamica, in particolare alla dottrina shafi'i.

La seconda scuola, situata a Mahalat al-Frafera, era conosciuta come la scuola di Khahkah, specializzata in sharia e altri campi scientifici.

Ultima ma non meno importante, Hurrem Sultan. Costruì un complesso di moschee a Istanbul e il complesso di Haseki Külliye, che consisteva in una moschea, una scuola e una cucina pubblica. Ha costruito uno stabilimento balneare con sezioni separate per uomini e donne, due scuole e un ospedale per donne. E fondò quattro scuole alla Mecca e una moschea a Gerusalemme.

“Una donna se è musulmana non può essere una femminista. Tutte le donne musulmane sono sottomesse.  Indossano il velo, non sono libere”. E così che con un pregiudizio dopo l'altro, costringono la vita quotidiana delle donne musulmane dietro falsi stereotipi; un atteggiamento con radici coloniale che, nel 21° secolo, impedisce di osservare positivamente la diversità, anche la diversità religiosa.

L'islamofobia è una forma di razzismo e xenofobia manifestata attraverso l'ostilità, l'esclusione, il rifiuto e l'odio contro il popolo musulmano, secondo la definizione del Consiglio d'Europa. E le donne sono al centro di questa discriminazione, specialmente per l'uso del velo. Come sottolinea la ricercatrice Sidrah Ahmad, attraverso l'islamofobia di genere, le donne musulmane vengono ritratte come "vittime deboli, oppresse, represse e indifese". La manifesta identità religiosa, attraverso l'uso dell'hijab, motiva la loro discriminazione nella nostra società. Ad esempio, il 35% delle donne musulmane in cerca di lavoro cita l'abbigliamento come motivo di esclusione dal lavoro stesso e il 39% ammette di aver ricevuto gesti offensivi, secondo l'ultimo sondaggio dell'Agenzia per i diritti fondamentali nell'UE MIDIS II. Pertanto, l'islamofobia di genere è una combinazione esplosiva di machismo, razzismo, misoginia e xenofobia.

Le persone che screditano chi indossa l'hijab, pensano che la libertà che difendono sia l'unica possibile per le donne. Così facendo, continuano ad impedire l’emancipazione economica, lavorativa e sociale di queste donne. Frenando, in questo modo, qualsiasi forma di reale inclusione e imponendo di fatto la loro “inferiorità” sociale. Inferiorità sociale causata (sia ben chiaro) non dal velo ma dall’ impossibilità di far parte, pienamente, della società ospitante. L’ uso del velo non dovrebbe essere una motivazione valida per escludere, queste donne, da diritti fondamentali come l’istruzione e il lavoro. “Cosa dicono queste stesse persone delle nonne che, non tanti anni fa, si coprivano la testa con un fazzoletto? Erano o sono discriminate anche loro come donne?” Afferma Carmen Barceló, professoressa di studi arabi e islamici all'Università di Valencia. Questo conferma che parliamo di pregiudizi che si vestono di ignoranza, in questo caso sull'Islam e sulla comunità musulmana.

 

[1] A. Iacovella, 101 Storie sull’ Islam che non ti hanno mai raccontato, prefazione di P. Buttafuoco, Newton Compton Editori, 2015, pp.121-123.

Ultima modifica ilSabato, 13 Giugno 2020 11:59
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