Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

L'assistenza sessuofobica ai disabili In evidenza

di Neviana Calzolari

Il filo rosso della sessuofobia

Man mano che procedo con i miei contributi per L’Ideologia Socialista mi rendo conto che c'è un filo rosso che lega le mie analisi sui temi più vari che riguardano in modo forte i corpi delle donne: questo filo è la scoperta dell'esistenza di una sessuofobia di fondo che attraversa realtà “femministe” e del movimento LGBTQIA tra loro molto diverse e che, in modo apparentemente opposto, dichiarano invece di promuovere la sessualità come valore positivo e liberatorio, addirittura emancipatorio.

Dichiaro da subito la mia scorrettezza politica affermando che l'ideologia della a-sessualità è l'apoteosi esplicita della sessuofobia, dato che i corpi umani con le loro pulsioni esistono nonostante le storie che possiamo raccontarci di noi.

Vengo al resto.

Della sessuofobia esistente nel movimento LGBTQIA ho detto già dal mio primo articolo per Ideologia Socialista.

La componente associativa delle persone trans in questo movimento si è particolarmente distinta per l'accanimento con il quale si è cercato di coprire la “struttura” biologica, fisica e anatomica del sesso, dei sessi,  con la “sovrastruttura” del genere, e cioè della sua rappresentazione personale e sociale, esprimendo così una paura a fare i conti con la materialità del sesso, con la concretezza delle sue ricadute su un piano personale e sociale, e perdendosi in un delirio di narcisismo autoreferenziale tale per cui contano solo le auto-dichiarazioni.

Lo stesso sostegno all'utilizzo dei farmaci bloccanti la pubertà è l'ultima manifestazione, in ordine di tempo, di tale sessuofobia: si arriva addirittura a pensare che sia possibile prendere delle decisioni e fare delle scelte, rispetto alla propria identità sessuale, senza averla mai sperimentata concretamente nel suo sviluppo, ma basandosi soltanto sull'adesione a stereotipi di genere.

L'obiettivo di questo movimento è promuovere una dimensione de-medicalizzata della transessualità, come se fosse possibile cambiare identità sessuale senza cambiare il proprio corpo; proprio per questo il movimento LGBTQIA, in particolare nella sua componente trans-, è profondamente patriarcale e misogino, dato che la disparità di potere tra uomini e donne esiste e si basa proprio sulle sovrastrutture che la rimuovono sessuofobicamente.

Della sessuofobia esistente in una parte del mondo femminista che riduce l'identità sessuale a mero dato biologico ho iniziato a dire dal mio secondo articolo: contributo  in cui auspicavo una capacità delle persone transessuali di liberarsi dalle manipolazioni sessuofobiche operate a tenaglia dalla cultura queer e da quella parte del femminismo radicale che ha una visione stereotipata e astratta dei corpi delle persone transessuali, e che rifiuta a priori qualsiasi processo di reale conoscenza di qualcosa che non conoscono e non hanno vissuto.

Purtroppo questa componente esistente nel mondo del femminismo radicale alimenta la sessuofobia espressa dalla cultura queer con una contrapposizione alla fin fine sterile e, in modo diverso, egualmente antifemminista, dato che non riconosce neanche l'esistenza delle donne transessuali, precludendosi qualsiasi possibilità di un'alleanza che possa dare realmente efficacia al contrasto alla misoginia.

Nel mio contributo precedente a questo ho detto in particolare della prostituzione delle donne transessuali quale esempio di come la negazione della transessualità (da parte di questa componente del mondo femminista) ottenga il risultato antifemminista di negare la violenza alle donne presente quando vi è una mercificazione del proprio corpo (e ciò ovviamente vale pure per l'espropriazione della maternità presente nella cosiddetta “gestazione per altri”).

Questa componente sessuofobica che si definisce afferente all'area del femminismo radicale lascia le donne transessuali senza altra sponda politica e culturale che non siano gli squali queer che aspettano di vederle affogare nel mare degli asterischi autodeterminati e demedicalizzati.

Individualismo autodeterministico dei diritti, misoginia e sessuofobia

Se ci si fa caso, dietro l'apologia dell'autodeterminazione del corpo delle donne, anche quando si tratta di fenomeni che comportano la sua mercificazione (laddove esso non dovrebbe mai essere reso oggetto di una transazione economica), vale a dire:

  • la maternità mercificata in gestazione per altri (sconosciuti) e quindi contrattualizzata economicamente (altro che retorica del dono)
  • la sessualità mercificata in prostituzione o assistenza sessuale per disabili, si nascondono una profonda misoginia e sessuofobia.

Per sessuofobia dobbiamo infatti intendere non soltanto, semplicemente, la paura di affrontare e condividere in modo esplicito le discussioni sui temi che riguardano la sessualità personale e relazionale, ma anche il parlarne in modo apparentemente libertario e astratto come diritti individuali, non considerando le ricadute personali e sociali concrete che derivano dall'utilizzare il corpo stesso: o per procreare o per fare sesso.

Il “contratto” che sarebbe scelto liberamente dalla donna nel fare una gestazione per altri è fisiologicamente una violenza nella relazione madre-bambino, e quindi si dovrebbe impedire a una donna di mettere al mondo dei figli per averne una qualche forma di compenso o di “rimborso” economico, così come non dovrebbero essere consentite committenze che speculano su questo vedere i figli come fonte di lucro.

Il “contratto” che sarebbe scelto liberamente dalla prostituta o dall'assistente sessuale ai disabili nel fare sesso (comunque dietro forma di un pagamento diretto o indiretto) è anch'esso violenza, dato che una dimensione umana, quale quella sessuale, che dovrebbe avere come unica motivazione un desiderio spontaneo ( e reciproco come in una relazione), viene piegata a una motivazione come quella economica che con il desiderio non ha nulla a che vedere, se non con il fare soldi.

La sessuofobia insita nella concezione del sesso come diritto

La parte del mondo femminista più avvertita ha giustamente criticato la concezione del sesso come diritto che sta alla base del disegno di legge che vorrebbe introdurre la figura dell'assistente sessuale ai disabili.

Si tratta di un'ipotesi che, sebbene sembri promuovere in apparenza il benessere sessuale di una categoria di persone, esprime in realtà una profonda sessuofobia nel senso con cui la si è definita più sopra.

Aldilà delle differenze formali, l'impostazione che sorregge l'assistenza sessuale ai disabili è la stessa di quella della prostituzione: la sessualità (in particolare maschile) è un diritto, e alle donne (quasi sempre solo a loro) spetta il dovere di consentire la realizzazione di questo desiderio; chissà perché quasi sempre sono gli uomini ad avere queste pensate.

Quando nel parlare della sessualità di una persona (anche disabile) se ne parla come di un diritto in termini individualistici, e nel caso dell'assistenza sessuale ai disabili se ne parla come di un diritto soddisfacibile attraverso (diamo il beneficio d'inventario)  specifiche metodologie professionali di tipo educativo, la sessualità viene spogliata della sua dimensione relazionale di esperienza che nasce da un desiderio che si alimenta spontaneamente e rispettosamente in modo reciproco, per essere disumanizzata a “tecnica performante”. Questa in fondo è la stessa disumanizzazione insita nella prostituzione.

Non è che la presenza di una disabilità (in particolare di tipo intellettivo), giustificherebbe allora la presenza di un'esperta in campo sessuale, come se ciò possa essere realmente efficace nel determinare una sessualità vissuta positivamente. Il disabile viene trattato e considerato come se fosse il cliente di una prostituta che sarebbe incapace di appagare la propria sessualità all'interno di relazioni non mercenarie.

Ma chi ci dice che le cose stanno realmente così? E soprattutto, anche ammettendo che un disabile non riesca a vivere esperienze sessuali positive in modo naturale e spontaneo con altri, e anche se ciò può essere fonte di disagio o sofferenza, è eticamente lecito che ci sia qualcuno (guarda caso soprattutto donne) che debba farsene carico?

O piuttosto si deve considerare eticamente lecito che lo Stato e i servizi pubblici debbano farsi carico della complessità esistenziale che caratterizza la vita di un disabile in termini di mancata o parziale autonomia per quel che riguarda la sua situazione familiare, lavorativa, economica, abitativa, sociale?

Su questi piani di mancata autonomia si può certamente parlare di un diritto del disabile nel richiederli; non certamente per quel che riguarda l'appagamento di una dimensione che per essere vissuta in modo dignitoso richiede dei presupposti che non possono essere garantiti da nessun tipo di mercificazione.

Al fondo quello che si nota, su questo tema come su quello del sex work is work (ma anche, all'opposto, della negazione della transessualità) è un approccio non concreto e ideologico al sesso; in definitiva un approccio sessuofobico.

La grande scommessa politica e culturale che ha di fronte il femminismo italiano è quello di costruirsi una propria terza via tra gli estremismi del queer e del riduzionismo biologico dell'identità sessuale, e affrancata dalla loro sessuofobia.

Sicuramente una visione socialista dei rapporti umani, che ha al suo centro l'obiettivo dell'eliminazione di qualsiasi forma di sfruttamento esistente tra essi (e molti passano attraverso il sesso), potrebbe favorire la realizzazione di tale scommessa.

Ultima modifica ilDomenica, 18 Ottobre 2020 07:51
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