Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Caporalato e sfruttamento

Caporalato e sfruttamento Caporalato e sfruttamento

di Tiziana Gentili

Latina città di diritti di molti ma non di tutti: storie di ordinaria schiavitù.

Intervista a Marco Omizzolo, quando l’attivismo si fa militanza.

Latina, eccellenza italiana per le produzioni enogastronomiche, dall’olio Dop alle olive di Gaeta, passando per la variegata produzione di vini ad origine controllata, può considerarsi il fiore all’occhiello dell’economia regionale. Non troppo distante, a pochi più di venti chilometri, troviamo una delle mete turistiche più ambite dai vacanzieri romani, Sabaudia. Ed è qui a Sabaudia, dove il mare è cristallino e le spiagge dorate, proprio ad un passo dai turisti che solitamente popolano questo tratto di costa mondano, che sorge Bella Farnia, piccola frazione dell’Agro pontino immersa nel verde, con poco più di ventimila abitanti, balzata agli onori della cronaca per essere teatro di una delle forme di sfruttamento lavorativo: il caporalato.

Fenomeno da sempre legato al mondo del lavoro nelle campagne, per via del sistema illecito di reclutamento per lavori agricoli stagionali sottopagati, ha radici che affondano negli anni ’70, quando le vittime prescelte erano perlopiù donne contadine, decisamente più mansuete davanti agli occhi dei loro aguzzini, i quali spesso abusavano di loro anche sessualmente.

Nel corso degli anni, Il caporalato ha dimostrato di adattarsi ai mutamenti del sistema e di adeguarsi ad alcuni radicali processi sociali in atto, tra cui l’espulsione dal mercato del lavoro dei disoccupati over 40 e l’erompere dei flussi migratori, tornando prepotentemente sulla scena in forme particolarmente violente.

Citiamo solo alcuni casi:

E’ l’undici agosto quando a Terracina viene arrestato un imprenditore, titolare di una ditta individuale, colto in flagranza di reato per l’impiego di braccianti agricoli in totale assenza di norme di sicurezza e di igiene. Secondo le indagini, i braccianti agricoli erano sottoposti alla reiterata violazione dell’orario di lavoro, dei riposi, delle ferie e dei congedi per malattia. 

27 Luglio 2018, dodici arresti e beni per quattordici milioni di euro sequestrati dalla Guardia di Finanza, nell'ambito di un'operazione contro il caporalato in provincia di Latina.

20 Luglio 2018, due imprenditori di Latina, padre e figlia, vengono arrestati con l’accusa di caporalato. I lavoratori, alle dipendenze dell’azienda di famiglia sarebbero stati impiegati non seguendo le normative.

La lista potrebbe continuare.

Ne parliamo con Marco Omizzolo, attivista, sociologo, responsabile scientifico della cooperativa In Migrazione e presidente del centro studi Tempi Moderni asp, giornalista e ricercatore Eurispes. Autore di numerosi saggi e ricerche nazionali ed internazionali centrate, in particolar modo sul lavoro gravemente sfruttato in agricoltura con riferimento ai lavoratori stranieri del basso Lazio e nell’Agro Pontino nonché del libro-inchiesta “La quinta mafia” (RadiciFuture) e L’Asilo come diritto (Aracne editore), lavori che fanno sintesi intorno al sistema del radicamento criminale nella provincia di Latina e sul sistema di accoglienza italiano.

Il dott. Omizzolo con il suo dossier Sfruttati a tempo indeterminato, assumendosi rischi personali altissimi, rompe il muro del silenzio che spesso viene costruito intorno alle verità sgradevoli ed affronta a “viso aperto” il tema delle agromafie e del caporalato nel sud pontino. Per far questo, lavora al fianco dei migranti indiani di religione Sikh, provenienti dal Punjabi, alle dipendenze di alcuni imprenditori agricoli, “i padroni”, quasi 14 ore al giorno, tutti i giorni del mese, tranne a volte la domenica pomeriggio.

Grazie alla sua esperienza diretta, conosciamo la storia di Gurwinder Singh, impiegato per anni in un agriturismo a Nord di Latina, costretto a lavorare anche 16 ore al giorno, tutti i giorni del mese, e non solo. Gurwinder era costretto a dormire dentro una stalla, insieme agli animali, obbligato anche lui a chia­mare padrone il datore di lavoro italiano, più volte intimidito e picchiato. Come lui, tanti altri.

  • Innanzitutto, Dott. Omizzolo, leggiamo che lei è da sempre impegnato nella lotta contro le agromafie, lo sfruttamento lavorativo e la riduzione in schiavitù degli immigrati in Italia: cosa la spinge a combattere queste battaglie, spesso da solo e contro tutti, in difesa degli ultimi?

Mi preme sottolineare innanzitutto che non sono solo. Mi affiancano molte organizzazione, a partire da In Migrazione, di cui sono responsabile scientifico, la Cgil, la Flai Cgil, Amnesty, Eurispes e molte altre realtà, oltre a centinaia di lavoratori e lavoratrici indiani che non accettano più di essere sfruttati. Ciò che mi spinge ad approfondire questo tema e a denunciarne i meccanismi e gli interessi è l’inaccettabilità di un livello così sistemico di interessi economici e politici criminali e le condizioni di lavoro alle quali sono costretti migliaia di braccianti indiani e non solo. Averne fatto esperienza diretta mi porta a sentirmi collocato al fianco di queste persone e non dei padroni. A volte essere manichei è ragione di salvezza dai gorghi del compromesso e dell’indifferenza. Per questa ragione io sto coi braccianti sfruttati e non coi padroni.

  • Secondo una recente analisi, in Italia vivono circa 450 mila persone in condizioni di disagio sociale e sottoposte a varie forme di sfruttamento lavorativo, perché lei ha scelto di farsi portavoce proprio delle gravi condizioni in cui sono stretti a lavorare gli immigrati, soprattutto in provincia di Latina?

Perché sono nato e cresciuto in provincia di Latina e ho fatto esperienze di ricerca nelle relative campagne. Questa condizione mi ha obbligato ad analizzare il sistema di reclutamento e sfruttamento bracciantile dei lavoratori indiani. Non vi è una inclinazione etnica da parte mia ma solo l’aver intercettato come comunità bracciantile di riferimento quella indiana e non altre.

  • Cosa intende per sfruttamento strutturato?

Per sfruttamento si intende un rapporto di potere sbilanciato tra datore di lavoro e lavoratore che produce la violazione delle norme contrattuali pattuite tra le parti e condizioni a volte di violenza e minaccia più o meno manifesta. Il contratto provinciale del lavoro nel pontino per i braccianti prevede una retribuzione di 9 euro lorde l’ora per 6.30 ore di lavoro al giorno. Molti lavoratori invece vengono retribuiti 4 euro l’ora per lavorare anche 14 ore, a volte anche di notte. Questo è sfruttamento e un sistema di subordinazione che può arrivare l’umiliazione della dignità delle persone e alla schiavitù.

  • Dal Punjab indiano arrivano in Europa, più di 20.000 giovani ogni anno e l’Italia è una delle mete principali. Cosa c’è all’origine di questo flusso migratorio?

Un complesso di dinamiche molto complicate da definire in sintesi. In sostanza è un intreccio di ragioni economiche e sociali legate anche ai processi di globalizzazione, alle norme nazionali sulle migrazioni, a un sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo e infine alla natura propria del mercato del lavoro italiano e europeo.

  • La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, stabilisce obblighi precisi da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa, volti a tutelare le vittime di trafficking a partire da interventi socio‐assistenziali, sanitari, psicologici, dando supporto per la loro reintegrazione nella società di accoglienza o nelle relative società di origine. Ritiene che in Italia queste misure vengano applicate puntualmente ed in osservanza della normativa vigente?

La normativa contro la tratta è particolarmente avanzata in Italia sebbene il fenomeno subisca un costante aggiornamento da tenere sempre in considerazione. La norma dunque nonostante tagli economici e difficoltà burocratiche viene applicata. Quello che è necessario è una particolare attenzione al sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che ha una sua specifica dimensione e funzionamento.

  • Lei è stato tre mesi a contatto con le loro storie, la loro vita. C’è qualcosa che l’ha colpita come uomo e non solo come giornalista?

Molte cose a partire da una straordinaria capacità di resilienza e nel contempo dall’elaborazione di uno spirito comunitario senza il quale il lavoratore sarebbe semplicemente abbandonato a se stesso e preda di criminali vari. La natura della comunità agevola l’inclusione e va considerata con molta attenzione.

  • Ci parli di questa fitta rete di capi, caporali e sotto-caporali, chi sono? Sono fenomeni associati a piccoli imprenditori locali oppure entità più strutturate?

E’ un sistema articolato che prevede relazioni dirette tra padrone italiano e caporale nell’attività di reclutamento locale di manodopera ma anche organizzazioni più ampie in cui trovano posto alcuni liberi professionisti che permettono a questo sistema criminale di organizzarsi ed espandersi. I soggetti sono dunque diversi e vanno molto oltre il rapporto esclusivo tra datore di lavoro, caporale e lavoratore. Ad esempio, dentro questo sistema trova posto anche parte della grande distribuzione, sul cui rilievo si deve riflettere attentamente

  • Crede che la legge Bossi-Fini in tema di immigrazione abbia favorito, a suo modo, il caporalato?

Ha favorito la tratta e il caporalato determinando condizioni di fragilità accentuate nei confronti del migrante, a cui si associano le politiche del lavoro degli ultimi 30 anni e la cancellazione, di fatto, dello stato sociale.

  • Ritiene che la legge 199 del 2016 per il contrasto del caporalato possa offrire una valida via d’uscita dalla condizione di sfruttamento in cui sono rilegati?

E’ uno strumento utilissimo che va usato di più e meglio. Sinora quando usato ha dato ottimi frutti. Essa prevede finalmente l’arresto del datore di lavoro oltre che del caporale e il sequestro e confisca dei suoi beni usate nell’esercizio dello sfruttamento. Ogni tentativo di indebolire questa norma va nella direzione di difendere i padroni e le agromafie in questo Paese.

  • La legge contro il caporalato istituisce la Rete del lavoro agricolo di qualità al fine di selezionare imprese agricole che si distinguano per il rispetto delle norme in materia di lavoro; perché, secondo lei, nessuno ha mai pensato ad incentivi per incoraggiare gli imprenditori ad aderire?

La rete di qualità è uno strumento valido ma è necessario che la categorie datoriali facciano in tal senso un passo in avanti e incentivino loro l’iscrizione dei loro iscritti. E’ una opportunità in termini di legalità, promozione e difesa della qualità dei prodotto agricolo. Io non amo molto l’incentivo della qualità mediante incentivo economico ma finanziamenti sono comunque previsti. Il mondo agricolo prende molti finanziamenti pubblici (europei e non solo). Si tratta di organizzarli nella direzione di una difesa reale delle imprese di qualità che non sfruttano.

  • Come vivono a suo avviso i latinensi questa mutazione “etnica” della loro città? Ha raccolto testimonianze di isolamento sociale e manifestazioni di razzismo da parte della popolazione sikh?

Non esiste una mutazione etnica della città di Latina. Non se né percepisce la dimensione né il senso. Vi è una relazione che è in fase di costruzione tra la popolazione migrante e quella autoctona che va organizzata, evitando distorsioni in qualunque direzione. Ogni forma di razzismo e di discriminazione va studiata, denunciata e contrastata. Senza questo spirito siamo destinati a subire i processi e non a governarli.

  • Alla luce di quanto da lei riportato nella sua inchiesta, ritiene dunque che sussista un’ipocrisia di fondo, nel modo di fare di una determinata classe politica che da un lato vuole limitare gli accessi ma poi sfrutta selvaggiamente i migranti?

Non si tratta di ipocrisia ma di un misto di interessi politici ed economici. Si salda un modello di impresa retrogrado con un sistema politico che fonda la discriminazione sul desiderio e interesse di sfruttamento quale strategia per rimodulare i diritti al ribasso, ora per i migranti e in futuro per tutti. Non a caso le riforme di sistema degli ultimi anni hanno sempre previsto la restrizione del complesso di diritti e non invece la loro difesa. Si sta producendo quello che alcun politologi definiscono posto democrazia e dovremmo essere preoccupati di tutto questo.

  • Nel suo libro “La quinta mafia” sono raccolti tutti gli studi effettuati sul fenomeno delle infiltrazioni mafiose per molti anni sottovalutato dalle forze dell’ordine e di conseguenza dalla politica, nella provincia di Latina. Attraverso un’attenta ricostruzione dei fatti, ripercorre tutte le fasi, dall'insediamento al radicamento, che hanno determinato la trasformazione del processo mafioso nel Lazio, e non solo. La nascita di una nuova mafia, dunque, la Quinta mafia. Ci spieghi meglio:

E’ la formazione di un sistema mafioso originale e soprattutto fondato su un network sociale che prevede la compartecipazione di molti clan mafiosi che riescono, con la complicità di una parte della politica e dell’imprenditoria nonché della classe professionale, a gestire territorio. Non a caso, tranne alcuni casi assai importanti, di raid punitivi, guerre di mafia ed esecuzioni nel Pontino si sente poco parlare, mentre continua le lodevoli iniziative di Magistratura e Forze dell’Ordine contro le mafie a cui vengono sequestrati beni capitali e materiali. Dobbiamo aggiornare i nostri schemi interpretativi altrimenti rischiamo di non comprendere neanche la capacità resiliente delle organizzazioni mafiose.

Quando parliamo di lavoratori migranti, o stranieri, o extracomunitari, parliamo in primo luogo di lavoratori, come ci spiega Gurmukh Singh, presidente della comunità indiana del Lazio, ricordiamoci che quando difendiamo i loro diritti, rivendichiamo con forza anche i nostri.

 

Ultima modifica ilMartedì, 25 Settembre 2018 16:54
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