Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Divisione del lavoro, classi sociali e Stato

di Manuel Santoro

Con la produzione delle merci venne la coltivazione della terra da parte di individui per proprio conto, e conseguentemente la proprietà fondiaria individuale. Più tardi venne il denaro, la merce universale, con la quale tutte le altre erano scambiabili.” [1]

Nell’ultimo intervento avevamo sviluppato alcuni concetti di Morgan, poi ripresi e completati da Engels, sull’emersione della proprietà privata nella storia umana e, a seguire e come effetto certo, del patriarcato il quale soppianta definitivamente l’organizzazione matriarcale delle società comunistiche antiche. In queste comunità difatti, e ci riferiamo in primis agli Irochesi, tutta l’organizzazione è centrata sul ruolo della gens, delle fratrie e delle tribù; l’amministrazione è comunistica, ovvero “comune ad una serie di famiglie”, e “il suolo è proprietà della tribù.”

In questo frangente storico, in queste società comunisticamente organizzate, abbiamo visto non esserci ancora gli schiavi; abbiamo visto come sia compito delle gens avere cura dei propri membri; abbiamo visto come ci sia una condivisione del prodotto del lavoro e della ricchezza della natura; abbiamo visto, in definitiva, come il produttore sia completamente padrone del prodotto. “Poveri e bisognosi non ve ne possono essere; l’amministrazione comunistica e la gens conoscono i loro obblighi verso i vecchi, gli ammalati e i minorati di guerra. Tutti sono uguali e liberi…anche le donne”, e “non vi è ancora posto per gli schiavi”. Inoltre, fattore estremamente importante, lo Stato non esiste ancora poiché non vi è alcuna necessità per la sua esistenza. Non esistono classi sociali e, di conseguenza, non vi è alcun conflitto tra classi antagoniste: “così apparivano gli uomini e la società umana prima che fosse avvenuta la divisione in classi diverse.” Non esistendo lo Stato, non ancora almeno, le tribù, le fratrie, e le gens erano, seppur nel periodo antico della storia non scritta, beatamente “senza soldati, gendarmi e poliziotti, senza nobili, re, luogotenenti, prefetti o giudici, senza prigioni, senza processi, tutto segue il suo corso regolare. Ogni litigio e ogni contesa vengono decisi dalla collettività di coloro cui la cosa interessa, dalla gens o dalla tribù, o dalle singole gentes tra loro.” [1] Tutta la quotidianità ruota dentro la gens e la tribù. Le azioni delle donne e degli uomini delle società antiche erano legate da forti connessioni, processi e schemi definiti dentro la gens e la tribù, non fuori, e, pertanto, “la cooperazione nel processo di lavoro che troviamo agli inizi dell’incivilimento dell’umanità, presso i popoli cacciatori o, per esempio, nell’agricoltura delle comunità indiane, poggia da una parte sulla proprietà comune delle condizioni di produzione, dall’altra sul fatto che il singolo individuo non si è ancora strappato dal cordone ombelicale della tribù o della comunità.” [2]

Con l’emersione della proprietà privata, che lentamente sostituisce la proprietà comune antica, inizia la divisione della società in classi, ed emergono “i più bassi interessi – volgare avidità, brutale cupidigia di godimenti, sordida avarizia, rapina egoistica della proprietà comune”. La prima grande divisione sociale del lavoro si ha tra le tribù di pastori e il resto delle popolazioni barbare. “Le tribù di pastori producevano viveri non solo in maggiore quantità rispetto agli altri barbari, ma anche di diversa qualità. Queste tribù avevano, rispetto alle altre, non solo assai più latte, latticini e carne, ma anche pelli, lana, pelo, caprino e filati e tessuti che aumentavano con l’aumento della quantità della materia prima. Con ciò divenne, per la prima volta, possibile un regolare scambio.” [1] Si incentiva lo scambio individuale tra appartenenti a tribù differenti; da uno stadio all’altro dello stato della barbarie vi è un aumento della produzione in tutti i rami, “allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico”. Naturalmente, l’aumento della produzione porta ad un aumento della popolazione e ad un aumento della quantità di lavoro per le donne e gli uomini della gens. Con la proprietà privata degli armenti che fa capolino e la necessità di un aumento della forza lavoro per una accresciuta produzione, lo schiavo che prima era inutile, irrilevante, ora diviene fondamentale e con la sua introduzione nella storia degli esseri umani si avvia la “prima grande scissione della società in due classi” sociali distinte: padroni e schiavi, sfruttatori e sfruttati.   

Siamo nello stadio intermedio della barbarie, e da qui parte la prima scissione in classi sociali della società come effetto della prima grande divisione del lavoro. Con il miglioramento della tecnica, con i nuovi macchinari si svilupparono sempre più alcune attività importanti quali la tessitura, la lavorazione dei metalli e altri mestieri artigiani, la lavorazione della terra e la diversificazione dei prodotti frutto della terra. Attività così diverse che “non potevano più essere esercitate da uno stesso individuo”. Ed emerse, “la seconda grande divisione del lavoro: l’artigianato si separò dall’agricoltura. L’aumento continuo della produzione e quindi della produttività del lavoro elevò il valore della forza-lavoro umana; la schiavitù ancora nascente e sporadica nello stadio precedente, diventa ora un elemento essenziale del sistema sociale; gli schiavi cessano di essere semplici ausiliari e vengono spinti a dozzine al lavoro, nei campi e nelle officine. Con la divisione della produzione nei due grandi rami principali, agricoltura e artigianato, nasce la produzione direttamente per lo scambio, la produzione di merci e con essa il commercio non soltanto all’interno ed entro i limiti della tribù, ma anche sul mare.” [1]

Siamo nel pieno dello stadio superiore della barbarie, alle soglie di quel frangente che Morgan denota come “civiltà”, in cui si rafforza lentamente, ma con certezza, la proprietà privata, la schiavitù e la monogamia. L’avidità di ricchezze, e di schiavi, diviene tremenda e “la guerra, che una volta era fatta solo per vendicare soprusi o per estendere il territorio divenuto insufficiente, viene ora condotta a fine di semplice rapina, diventa ramo permanente di produzione.” Ed è l’estensione della schiavitù che influisce enormemente nel “far considerare il lavoro, che produce il necessario per la vita, come degno solo di uno schiavo e come più disonorevole della rapina.” L’aumento enorme della produzione incentiva, come abbiamo già visto, l’aumento della popolazione e l’accresciuta densità di popolazione porta i suoi membri a stringere legami più stretti e a occupare uno spazio definito. Nella civiltà, quindi, si “aggiunge una terza divisione sociale del lavoro”. Quella tra produttori e mercanti. Il mercante, in definitiva, diventa estraneo alla produzione poiché l’eccesso di merci gli permette ora di occuparsi solo dello scambio di quanto prodotto. In questo lungo tragitto dalla società antica del periodo gentilizio sino agli inizi della civiltà e della storia scritta, emerge un contesto del tutto nuovo in cui i processi, le infrastrutture sociali delle gentes e delle tribù vengono distrutte e sostituite da una nuova organizzazione sociale in cui ci sono gli schiavi, in cui non vi è più alcuna condivisione del prodotto del lavoro ma vi è la proprietà privata, non vi è più una discendenza per via femminile ma maschile, il produttore è completamente schiavo del suo prodotto e sono emerse le classi sociali. E con la divisione del lavoro e la divisione della società in classi sociali antagoniste, emerge la necessità dello Stato, ovvero di una qualcosa che non viene imposta alla società dall’esterno ma “è piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo”; “è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ordine; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato.” Ma lo Stato, continua Engels, ”poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tener sottomessa e per sfruttare la classe oppressa. Come lo Stato antico fu anzitutto lo Stato dei possessori di schiavi al fine di mantener sottomessi gli schiavi, così lo Stato feudale fu l’organo della nobiltà per mantenere sottomessi i contadini, servi o vincolati, e lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale.”

[1] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti

[2] K Marx, Il Capitale I, 2, Roma 1952

 

Ultima modifica ilDomenica, 28 Giugno 2020 16:22
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