Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Cenni sulla concezione materialistica della storia e sull’evoluzione sociale dell’essere umano

di Manuel Santoro

Il lavoro educativo da fare per la comprensione profonda del socialismo scientifico inizia sempre dalla concezione materialistica della storia. I padri del socialismo ci hanno indicato la via chiarendo come la concezione materialistica della storia parta dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti siano la base di ogni ordinamento sociale.

Che, in ogni società che si presenti nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce, e che anche la riproduzione della vita sia momento storico determinante. La storia, quindi, intesa come susseguirsi di società, e ognuna di esse stratificate in diverse fasi, è un continuo succedersi di differenti strutture produttive.

L’inizio del nostro viaggio nella storia, scritta e non scritta, dell’umanità giace nella sostanziale differenza tra l’essere umano e l’animale. È l’essere umano, difatti e non l’animale, ad avere le capacità di produrre i mezzi e gli strumenti di produzione; ad evolvere le proprie conoscenze tecniche e tecnologiche, ovvero tutto ciò che serve non solo al proprio sostentamento ma anche alla propria evoluzione sociale. Ciò indica come l’essere umano sia in grado, mentre l’animale no, di interagire con la natura modificandola per i propri fini. Dopotutto, è la natura stessa ad essere “la fonte dei valori d’uso (ed in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che a sua volta, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza-lavoro umana”, chiarisce Marx nella sua Critica al Programma di Gotha. Il lavoro è un’attività che appartiene all’essere umano e non all’animale poiché volontaria e non istintiva. Naturalmente, la complessità del lavoro che deriva da una maggiore e migliorata conoscenza della fonte dei valori d’uso porta alla necessità di una maggiore divisione del lavoro, determinante per un’organizzazione sociale stratificata in categorie. L’assenza della divisione del lavoro, per esempio nelle fasi iniziali della storia dell’essere umano, e tralasciando la sfera famigliare ma concentrandoci su quella sociale, determina l’assenza delle classi sociali, l’assenza di una determinata differenziazione sociale, l’assenza di uno Stato, l’assenza della proprietà privata dei mezzi di produzione. Quando la prima grande divisione emerge, e vedremo nel dettaglio come, emerge anche una nuova organizzazione sociale la quale deriva dalla nuova organizzazione del lavoro.

Oggi conosciamo di più, grazie al lavoro di Morgan e di Engels, la stratificazione per stadi delle società della storia non scritta. Riprendendo anche passaggi del lavoro di Engels, in particolare, differenziamo le società comunistiche primitive tra: stato selvaggio e barbarie. Ognuno delle due suddivise tra stadio inferiore, intermedio e superiore.

Iniziando dallo stato selvaggio, diviso come già detto, in tre stadi, introduciamo lo stadio inferiore tenendo presente la mancanza di una precisione scientifica per ovvi motivi, essendo proprio nel campo preistorico e, quindi, della storia non scritta. Nello stadio inferiore, abbiamo la comparsa del genere umano il quale si nutre di frutta, noci, radici. Si riconduce in questo stadio la presenza dell’Homo Habilis, circa 2.5 milioni di anni fa. Siamo nelle prime fasi dell’età della pietra e del paleolitico inferiore. A seguire, lo stadio medio, caratterizzato dal consumo di pesci, gamberi, telline, ecc., e dell’uso del fuoco. Gli strumenti da lavoro sono di pietra rudimentale e con il fuoco emergono nuovi alimenti come radici cotte nella cenere calda o cotte in fossi di cottura (forni di terra). Vengono inventati i primi strumenti di caccia e armi come la clava e il giavellotto. Siamo nel periodo che va da 2.5 milioni di anni fa sino a 120.000 anni fa (Paleolitico inferiore) e dai 120.000 anni fa a 35.000 anni fa (Paleolitico medio), in cui sono presenti anche evoluzioni del genere umano quali Homo Erectus e Homo Neanderthal. Lo stadio superiore dello stato selvaggio, invece, è caratterizzato dall’invenzione dell’arco e della freccia e, di conseguenza, la selvaggina diventa alimento regolare. Cominciano ad emergere i primi villaggi, vasi e utensili di legno, la tessitura a mano senza telaio, strumenti di pietra levigata. Questo periodo che va da 35.000 anni fa a 10.000 anni fa (Paleolitico superiore) in cui si diffonde l’Homo Sapiens.

Lo stato successivo è quello della barbarie, anche suddiviso in tre stadi: inferiore, intermedio, superiore. Nello stadio inferiore viene introdotta la ceramica e l’uso dell’argilla diventa importante per ricoprire recipienti di legno per renderli resistenti al fuoco. Emerge l’addomesticamento e l’allevamento degli animali, e la coltura delle piante. In questo periodo diviene importante il posizionamento delle ricchezze naturali poiché determinerà l’evoluzione del genere umano verso differenti gradi di sviluppo. Siamo più o meno tra il periodo del Mesolitico e il Neolitico. Lo stadio intermedio, invece, è caratterizzato dall’irrigazione per piante alimentari, l’uso di mattoni essiccati al sole, pietre per la costruzione. Nel Continente Occidentale si abitava in case di mattoni o pietra, si coltivava il mais in orti irrigati e si addomesticava il lama, il tacchino e altri volatili. Nel Continente Orientale, si addomesticavano animali da latte e da carne. Inizia l’addomesticamento e la formazione di grandi armenti (cavalli, buoi, ecc.) e, quindi, la pastorizia. Infine, lo stadio superiore è caratterizzato dall’utilizzo del ferro e dall’invenzione della scrittura alfabetica. Emerge il vomere di ferro tirato da buoi che permise l’agricoltura su larga scala, la coltivazione dei campi, e di conseguenza l’enorme aumento della produzione dei beni di sussistenza. La trasformazione delle foreste in terreni da coltura e in prati, l’aumento enorme della popolazione e la necessità di concertarsi in piccole aree. Gli strumenti in ferro vengono perfezionati; emergono il mulino a mano, il mantice, la ruota del vasaio, la preparazione dell’olio e del vino, il carro comune e il carro da combattimento, la costruzione di battelli, i primi passi dell’architettura come arte, città turrite circondate da mura. In questo stadio vivono i Greci dell’epoca eroica, le tribù italiche prima della fondazione di Roma (753 a.C.), i Normanni dell’epoca dei Vichinghi. L’Iliade e l’Odissea sono opere dello stadio superiore della barbarie anche se i racconti sono di epoche antecedenti. La transizione dallo stadio superiore della barbarie alla civiltà parte dal periodo della Grecia Antica (1000 a.C. – 323 a.C.), dalla fondazione di Roma.

Entrando nella cosiddetta civiltà, emerge la società antica la quale si caratterizza dall’unione (più o meno forzata) di più tribù in un'unica comunità, il cui centro si colloca in una città. Questa è la società in cui emerge la figura dello schiavo, determinata dalla prima grande divisione del lavoro e dall’emersione della prima proprietà privata. La schiavitù, quindi, è un prodotto della necessità di salvaguardare la proprietà privata del bestiame e ciò riconduce alla necessità di concentrazione in zone ristrette. Mentre, difatti, nello stadio inferiore della barbarie lo schiavo non esiste poiché è privo di valore, anzi, le popolazioni in questo stadio di sviluppo si comportavano con i nemici vinti in modo del tutto diverso da quel che accadde in uno stadio superiore, con l’introduzione dell’allevamento del bestiame, della lavorazione dei metalli, della tessitura, e infine dell’agricoltura, le condizioni mutarono ed avanzo la necessità economica dello schiavo. La fine della società antica divisa tra liberi e non liberi (schiavi) si colloca convenzionalmente con la caduta dell'Impero romano d'Occidente (476 d.C.), e con l'inizio dei Regni romano-barbarici dell'Europa occidentale. Una società divisa al suo interno nella quale all'antica contrapposizione tra una maggioranza di padroni e una consistente minoranza di schiavi, si sostituisce quella tra una maggioranza di servi della gleba e una minoranza di nobili, ordini intermedi, ecc. Arriviamo, infine, alla società borghese e in termini generali consideriamo l’Inghilterra e la rivoluzione industriale di metà 1700. I fattori che portano questo enorme cambio nella struttura della società, da quella ormai obsoleta e quella emergente, sono la disponibilità di capitali, l’invenzione di macchinari con l’evoluzione della tecnica, abbondanza di materie prime e risorse energetiche. L’emersione della società borghese fa scomparire i servi della gleba e la nobiltà feudale facendo emergere la classe sociale dei proletari e dei capitalisti.

Nelle società comunistiche primitive, nelle tribù e nelle gens, non esiste la proprietà privata dei mezzi e degli strumenti per la produzione dei beni di sussistenza, e ciò lo abbiamo evidenziato nei paragrafi precedenti. Non vi è alcuna distinzione tra diritti e doveri, e la divisione del lavoro sussiste solo tra i due sessi, a livello familiare. L’amministrazione domestica è comunistica e comprende molte famiglie. Non esiste lo Stato, non essendoci classi sociali; non esiste proprietà privata, individuale. Siamo probabilmente nello stadio inferiore della barbarie.

Con l’emersione dell’addomesticamento e dell’allevamento del bestiame in alcune zone rispetto ad altre, alcune tribù di pastori si staccarono dalla restante popolazione dei barbari determinando la prima grande divisione sociale del lavoro. “Le tribù di pastori producevano viveri non solo in maggiore quantità rispetto agli altri barbari, ma anche di diversa qualità. Queste tribù avevano, rispetto alle altre, non solo assai più latte, latticini e carne, ma anche pelli, lana, pelo caprino e filati e tessuti che aumentavano con l’aumento della quantità della materia prima. Con ciò divenne, per la prima volta, possibile un regolare scambio.” (F. Engels). Si incentiva lo scambio individuale tra appartenenti a tribù differenti; da uno stadio all’altro dello stato della barbarie vi è un aumento della produzione in tutti i rami, “allevamento del bestiame, agricoltura, artigianato domestico”. Naturalmente, l’aumento della produzione porta ad un aumento della popolazione e ad un aumento della quantità di lavoro per le donne e gli uomini della gens.

Si sente, quindi, la necessità di introdurre nuova forza-lavoro e i prigionieri di guerra divennero schiavi. Ciò significa che la prima grande divisione sociale del lavoro portò alla prima grande divisione della società in classi sociali distinte: liberi e non-liberi; padroni e schiavi. Questa prima divisione della società in classi sociali è, quindi, l’effetto di una modificazione strutturare nella produzione dei beni di sussistenza. Siamo qui nello stadio intermedio della barbarie, e sarà così anche nel corso della storia delle società. E secondo la concezione materialistica della storia, il momento determinante della storia rimane la produzione e lo scambio dei beni di sussistenza, insieme alla riproduzione della vita.

Sulla proprietà, come dice Engels, il “come e quando gli armenti passarono da possesso comune della tribù o della gens a proprietà dei singoli capi di famiglia” [questo passaggio segna la transizione da una tipologia di società matriarcale ad un patriarcale] deve essere stato nello stadio intermedio della barbarie e, quindi, nel periodo appena sopra menzionato.

Nella società antica, abbiamo visto, ci sono due grandi classi sociali. I padroni e gli schiavi. Lo schiavo viene venduto una volta sola, o poco più, nell’arco della sua vita mentre il proletario deve vendere se stesso quotidianamente, ora per ora, mansione per mansione. Lo schiavo, seppure forza produttiva dal grado di sviluppo inferiore rispetto all’operaio, è protetto dal suo padrone, come un vaso in una casa privata è protetto dai padroni di casa. La vita dello schiavo è assicurata sino a quando rimane con il padrone, quindi tendenzialmente per sempre. L’operaio, il proletario, invece, non è protetto né dal singolo borghese né dalla classe dei borghesi poiché non appartiene a tale classe sociale. L’intera classe proletaria, invece, rimane in vita per interesse della classe borghese. Difatti, così come l’operaio non è schiavo del singolo capitalista, il capitalista non dipende dal singolo operaio; ma le due classi sociali dipendono l’una dall’altra.

L’operaio vende la propria forza-lavoro al singolo capitalista ma non è schiavo di esso; è schiavo dell’intera classe borghese. Lo schiavo, esattamente come il vaso, è un oggetto; il proletario no. Lo schiavo si trova ad un grado di sviluppo inferiore poiché per emanciparsi deve abolire solo il rapporto di proprietà della schiavitù; l’operaio, invece, per emanciparsi deve abolire la proprietà privata in generale.

Il servo della gleba, d’altro canto, non è un oggetto come lo schiavo e non vende la propria forza-lavoro. Usa invece mezzi di produzione, tipo strumenti, terra, dando indietro parte del provento. Il servo della gleba così come lo schiavo si trovano fuori dalla libera concorrenza mentre l’operaio è dentro e la sua vita dipende dalla libera concorrenza. Il servo della gleba può emanciparsi diventando possidente, ovvero andando nelle città per diventare artigiano oppure diventando libero affittuario di terra, oppure cacciando il suo referente feudale, il suo signore e diventando egli stesso proprietario.

L’operaio nella società capitalistica, invece, vende la sua forza lavoro quotidianamente. La forza lavoro è una merce. Il prezzo di una qualsiasi merce all’interno di un contesto di libera concorrenza è in media uguale ai costi di produzione della stessa merce. Quindi, il prezzo della forza-lavoro, che è il salario, è uguale in media ai suoi costi di produzione. Ovvero, il prezzo della forza-lavoro, il salario, è uguale in media ai costi della produzione della forza lavoro stessa, ovvero dell’operaio stesso. Ciò significa che i costi di produzione della forza-lavoro, e la forza-lavoro si identifica con l’operaio stesso, sono i costi per mantenere in vita l’operaio, intendendo qui l’intera classe operaia, e ciò coincide con i costi associati alla quantità di beni di sussistenza che sono necessari per il mantenimento della condizione fisica e mentale dell’operaio affinché sia assicurata la sua opera produttiva. Il prezzo della forza-lavoro, il salario, è ciò che basta per il mantenimento della vita.

Ultima modifica ilDomenica, 10 Aprile 2022 07:22
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