Rivista aperiodica teorica del Socialismo
Organo politico di Convergenza Socialista

Primi elementi della borghesia moderna

di Manuel Santoro

Marx ed Engels, sin dall’inizio del Manifesto del partito comunista chiariscono la seguente questione: “la storia di ogni società sinora esistita è la storia delle lotte di classe”. Nella nostra Scuola Rossa, abbiamo già visto come in questo passaggio sia da intendersi la storia scritta, ovvero la storia delle società succedutesi alle società comunistiche primitive.

È importate ricordare che l’invenzione della scrittura alfabetica avviene nello stadio superiore della barbarie. Difatti, anche le categorie sociali che Marx ed Engels menzionano sin dall’inizio del Manifesto, fanno riferimento a società che sono nella “civiltà”, e quindi emerse a causa della divisione del lavoro.

Libero e schiavo sono i grandi campi antagonisti, in lotta, nella società antica che parte, possiamo dire, dalla Grecia Antica (1000 a.c – 323 a.c) sino alla caduta dell’impero romano; signore e servo della gleba sono invece le grandi categorie sociali in lotta nella società feudale che ha inizio indicativamente con la caduta dell’impero romano d’occidente (476 d.c.) e con l’inizio dei regni romano-barbarici dell’Europa occidentale. Come sappiamo orami bene, le classi antagoniste nella società capitalista sono i capitalisti e i proletari.

Naturalmente, nella nostra scuola trattiamo delle categorie sociali, delle classi che hanno valenza storica, ovvero trattiamo dei grandi campi antagonisti, poiché abbiamo visto che comunque esistono altre classi sociali. Nel capitalismo, per esempio, abbiamo la piccola borghesia e il sottoproletariato, oltre alla classe dei capitalisti (o borghesia) e al proletariato. Marx ed Engels menzionano naturalmente altre categorie nella società antica e nella società feudale, quali patrizi, cavalieri, plebei oppure vassalli, mastri artigiani, garzoni. Per quanto ci riguarda, in questa fase del nostro percorso scolastico rimaniamo con le seguenti grandi classi: padroni e schiavi nella società antica, e signori e servi della gleba nella società feudale. Nel capitalismo no, poiché è la società in cui noi viviamo e da cui dobbiamo dipartire per arrivare al socialismo, la società successiva e superiore come grado di sviluppo delle forze produttive. Qui dobbiamo introdurre elementi di dettaglio e ciò è stato fatto con l’introduzione della piccola borghesia e del sottoproletariato.

Ricordiamo la definizione di classe sociale da parte di Lenin:

Si chiamano classi quei grandi gruppi di persone che si distinguono tra loro per il posto che occupano in un sistema storicamente determinato di produzione sociale, per il loro rapporto (per lo più sanzionato e fissato da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per il modo in cui ottengono e per la dimensione che ha quella parte di ricchezza sociale di cui dispongono. Le classi sono gruppi di persone, l’uno dei quali può appropriarsi il lavoro dell’altro grazie al differente posto che occupa in un determinato sistema di economia sociale.” (vedi V. Lenin, La grande iniziativa: l'eroismo dell'operaio russo nel fronte interno i sabati comunisti, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 384-385)

Un ulteriore punto che possiamo da subito chiarire è nel fatto che Marx ed Engels menzionano nel testo la cosiddetta “borghesia moderna”. Introduciamo qui un elemento di complessità utile per comprendere le prime pagine del Manifesto del partito comunista. Marx ed Engels, infatti, scrivono: “sorta dal tramonto della società feudale, la società borghese moderna non ha eliminato i conflitti di classe.” E continuano subito dopo dicendo: “Dai servi della gleba sono discesi i primi abitanti delle prime città; a partire da questo nucleo urbano si sono sviluppati i primi elementi della borghesia”.

Ma quando emergono i primi elementi della borghesia? Con la fondazione delle prime città e la creazione di una classe, diciamo media, tra il signore feudale e il servo della gleba. Engels dice infatti nella prefazione all’edizione del 1893, che “l'Italia è stata la prima nazione a diventare un paese capitalista”.

Seppur noi abbiamo studiato la rivoluzione industriale come momento dell’emersione del capitalismo “moderno”, dobbiamo tenere a mente che la borghesia, in generale, sia nella fase iniziale che in quella matura, moderna, si è sviluppata in modi e tempi diversi nelle diverse realtà europee. Ma possiamo dire, e qui introduciamo l’elemento di complessità, che in  linea generale la nascita della borghesia (borghesia fase iniziale) può essere fatta risalire all’età medievale e, più nello specifico, al Basso Medioevo (1000 d.c – 1492 d.c.); in Italia e nell’Europa Occidentale è possibile far risalire questo evento al XII-XIII secolo, per altri Paesi – come ad esempio la Russia – bisogna attendere il XIX secolo. Derivato dalla parola latina burgensis, il termine “borghesia” indica quel ceto sociale che aveva dimora nei borghi, cioè i quartieri e i centri abitati che sorgevano fuori le mura cittadine. Non, quindi, nel castello del signore feudale ma neanche nelle campagne. Possiamo dire che la borghesia moderna, invece, emerge con la rivoluzione industriale.

Riprendiamo qui alcuni passaggi di Marx ed Engels poiché molto chiari:

La scoperta dell'America, la circumnavigazione dell'Africa crearono alla sorgente borghesia un nuovo terreno. Il mercato delle Indie orientali e della Cina, la colonizzazione dell'America, gli scambi con le colonie, l'aumento dei mezzi di scambio e delle merci in genere diedero al commercio, alla navigazione, all'industria uno slancio fino allora mai conosciuto, e con ciò impressero un rapido sviluppo all'elemento rivoluzionario entro la società feudale in disgregazione. L'esercizio dell'industria, feudale o corporativo, in uso fino allora non bastava più al fabbisogno che aumentava con i nuovi mercati. Al suo posto subentrò la manifattura. Il medio ceto industriale soppiantò i maestri artigiani; la divisione del lavoro fra le diverse corporazioni scomparve davanti alla divisione del lavoro nella singola officina stessa. Ma i mercati crescevano sempre, il fabbisogno saliva sempre. Neppure la manifattura era più sufficiente. Allora il vapore e le macchine rivoluzionarono la produzione industriale. All'industria manifatturiera subentrò la grande industria moderna; al ceto medio industriale subentrarono i milionari dell'industria, i capi di interi eserciti industriali, i borghesi moderni.” (vedi K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, Roma-Bari, Editori Laterza, 2018, p. 6-7)

Siamo arrivati alla rivoluzione industriale la quale con l’introduzione delle macchine, del vapore, ecc, causa l’emersione del sistema della fabbrica. Abbiamo visto ampliamente, durante le nostre lezioni della Scuola Rossa, come in questa fase iniziale del capitalismo moderno emergano i capitalisti, da considerarsi come sopra riportato ovvero “milionari dell’industria”, e il proletariato industriale. Dal lato della terra, i grandi proprietari e il proletariato agricolo.

La borghesia, quindi, nasce con le prime città del medioevo, nella sua fase iniziale, e diventa moderna, ovvero potenza rivoluzionaria che sbaraglia la società feudale con i suoi rapporti di produzione arcaici. Anche in questo caso, come nel passato, le avanzate forze produttive ovvero l’accresciuto grado di sviluppo delle forze produttive non può più essere contenuto in arcaici rapporti di produzione. Nel tempo lo sviluppo della classe borghese causa smottamenti, sconvolgimenti dei modi di produzione e dello scambio sino all’emersione della società nuova. Ciò significa che non dobbiamo pensare alla società capitalista, borghese, come a qualcosa di statico poiché vi è uno sviluppo progressivo delle forze produttive che, pezzo a pezzo, si scontrano con vecchi rapporti di produzione causando scosse di assestamento sino a quando il balzo in avanti è definitivo e non consente ai rapporti di produzione di contenere le troppo avanzate forze produttive.

Ogni transizione di società, e ogni fase all’interno di ogni società, porta con sé modifiche sovrastrutturali che lentamente ma inesorabilmente tendono a ricongiungersi alla struttura.

Per cui, scrivono Marx ed Engels, che “ognuno di questi stadi di sviluppo della borghesia fu accompagnato da un corrispondente progresso politico”. Lo Stato insieme alle sovrastrutture di tipo governativo, amministrativo si modificano conseguentemente al passaggio dei diversi stadi di sviluppo della produzione e dello scambio. La borghesia moderna è la classe rivoluzionaria che soppianta tutti i rapporti feudali. Ricordiamo che ciò che avvenne in Inghilterra a partire da metà 1700 nel campo della filatura e della tessitura, penetrò nel tempo tutti i rami di produzione e di scambio, e si infilò in tutti gli altri paesi.

Il sistema della fabbrica, come Engels definisce il capitalismo moderno emergente, distrugge qualsiasi rapporto sociale che non sia il rapporto produttivo, con l’emersione potente del salariato, la ricerca del profitto, la quotidiana vendita della forza-lavoro da parte dell’operaio, la concorrenza tra operai, tra capitalisti e tra operai e capitalisti. Scrivono Marx ed Engels che “la borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività fino ad allora guardate con rispetto e pia soggezione. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.”

E noi sappiamo cosa sia il salario. Il salario è il prezzo della forza-lavoro. Abbiamo visto come l’operaio sia stritolato dalla concorrenza mentre il servo della gleba e lo schiavo non lo sono. Abbiamo già visto, durante le nostre lezioni, che la forza lavoro è una merce e che il prezzo di una qualsiasi merce all’interno di un contesto di libera concorrenza è in media uguale ai costi di produzione della stessa merce. Quindi, il prezzo della forza-lavoro, che è il salario, è uguale in media ai suoi costi di produzione. Ovvero, il prezzo della forza-lavoro, il salario, è uguale in media ai costi della produzione della forza lavoro stessa, ovvero dell’operaio stesso. Ciò significa che i costi di produzione della forza-lavoro, e la forza-lavoro si identifica con l’operaio stesso, sono i costi per mantenere in vita l’operaio, intendendo qui l’intera classe operaia, e ciò coincide con i costi associati alla quantità di beni di sussistenza che sono necessari per il mantenimento della condizione fisica e mentale dell’operaio affinché sia assicurata la sua opera produttiva. Il prezzo della forza-lavoro, il salario, è ciò che basta per il mantenimento della vita.

Ma da cosa è determinato il prezzo di una merce? Dalla concorrenza fra compratori e venditori, dal rapporto tra la domanda e la disponibilità, tra l’offerta e la richiesta. La concorrenza, da cui viene determinato il prezzo di una merce, ha tre aspetti. La concorrenza tra venditori della merce, la concorrenza tra i compratori e la concorrenza tra compratori e venditori. Vedremo meglio questo aspetto quando studieremo il lavoro di Marx, Lavoro salariato e capitale, parte della Fase I della Scuola Rossa di Convergenza Socialista.

La concorrenza, quindi, determina la continua rivoluzione degli strumenti, dei mezzi di produzione la quale causa una continua rivoluzione dei rapporti di produzione, dei rapporti tra gli attori della produzione, e infine di tutto l’insieme dei rapporti sociali. La dinamica di tali modifiche dei rapporti di produzione causati dalla concorrenza diviene così accelerata che i rapporti di produzione non riescono più a consolidarsi, che già subiscono nuove modifiche. La libera concorrenza, fase intermedia del capitalismo, porta all’espansione del capitale. In questa fase siamo nello stadio ascendente del capitalismo e il capitale necessita di nuovi e più estesi sbocchi per i suoi prodotti arrivando a coprire l’intero globo terrestre. La classe dei capitalisti arriva ovunque e comincia a interconnettersi.

Scrivono Marx ed Engels che “con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un'impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Ha tolto di sotto i piedi dell'industria il suo terreno nazionale, con gran rammarico dei reazionari. Le antichissime industrie nazionali sono state distrutte, e ancora adesso vengono distrutte ogni giorno. Vengono soppiantate da industrie nuove, la cui introduzione diventa questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, da industrie che non lavorano più soltanto le materie prime del luogo, ma delle zone più remote, e i cui prodotti non vengono consumati solo dal paese stesso, ma anche in tutte le parti del mondo. Ai vecchi bisogni, soddisfatti con i prodotti del paese, subentrano bisogni nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti dei paesi e dei climi più lontani. All'antica autosufficienza e all'antico isolamento locali e nazionali subentra uno scambio universale, una interdipendenza universale fra le nazioni. E come per la produzione materiale, così per quella intellettuale. I prodotti intellettuali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la ristrettezza nazionali divengono sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali si forma una letteratura mondiale.” (vedi K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, Roma-Bari, Editori Laterza, 2018, p. 10-11)

La concorrenza, quindi, porta al rapido miglioramento dei mezzi di produzione poiché chi ha i migliori mezzi di produzione, le migliori macchine, può produrre lo stesso articolo a prezzi più bassi e avere la meglio sugli altri capitalisti nello stesso ramo produttivo. In questa fase accendente del capitalismo abbiamo due risultati: 1) la borghesia trascina nella civiltà tutte le altre nazioni, anche le più arretrate; 2) la borghesia costringe tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione capitalistico. In definitiva, unendo, connettendo il mondo, lo fa “a propria immagine e somiglianza”, come dicono Marx ed Engels.

 

Ultima modifica ilSabato, 11 Giugno 2022 15:22
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