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Organo teorico della Scuola Rossa

Più bassi i salari, più alti i profitti. E viceversa

di Manuel Santoro

Il variare del valore di una merce.

In questo scritto si cerca di enfatizzare la ripartizione tra salario e profitto, e quali sono le cause che attivano la variazione del valore della merce. Nell’ottica di continuare il lavoro di educazione teorica delle operaie e degli operai, dei lavoratori salariati, la video-lezione n. 58 della Scuola Rossa ha l’obiettivo della comprensione dei fondamentali del capitale prima di avviare il nostro lavoro educativo sul Capitale di Marx. [Vedi la video-lezione qui: https://youtu.be/9M2zTrYTwg4

Continuiamo, quindi, con la discussione sul valore della forza-lavoro, considerando l’esempio esposto nelle passate video-lezioni, ovvero:

  1. la produzione della quantità media di beni di sussistenza necessari alla vita di un operaio richiede 6 ore di lavoro medio e queste 6 ore di lavoro medio sono incorporate in una quantità d'oro uguale a 3 scellini;
  2. la produzione del capitale costante (materie prime, strumenti del lavoro, materia ausiliarie, ecc.) richiede 24 ore di lavoro medio e queste 24 ore di lavoro medio sono incorporate in una quantità d’oro uguale a 12 scellini;
  3. il valore complessivo del capitale, costante più variabile, è di 15 scellini poiché richiede 30 ore di lavoro medio, semplice, indifferenziato per la sua produzione.
  4. la giornata di lavoro che l’operaio deve dedicare all’atto della produzione è di 12 ore.
  5. nelle prime 6 ore di lavoro l’operaio recupera il valore della sua forza-lavoro. Le altre sei sono pluslavoro che il capitalista intasca come plusvalore;
  6. infine, quindi, il valore complessivo del capitale anticipato più il sovraprodotto è di 18 scellini poiché equivalente, in oro, alle 36 ore di lavoro medio, semplice, indifferenziato.

Le ultime 6 ore di pluslavoro sono quelle che contano per il capitalista poiché in quelle 6 ore di lavoro medio, semplice e indifferenziato sono incorporati i 3 scellini di plusvalore.

Proviamo ora a togliere dalle 36 ore di lavoro medio, semplice e indifferenziato le 24 ore che corrispondono alla quantità di tempo di lavoro che è stato necessario alla produzione del capitale costante. Le dodici ore di lavoro rimanente sono quelle che l’ultimo operaio nella divisione del lavoro deve fare per produrre la merce finale. Come abbiamo visto, 12 ore di lavoro medio sono incorporati in una quantità d’oro di 6 scellini. Questi 6 scellini costituiscono l’unico fondo possibile dal quale salario e profitto emergono. L’insieme dei 6 scellini costituisce ciò che deve essere partizionato tra salario e profitto. Il valore dei 6 scellini è dato; ciò che cambia è la ripartizione tra salario e profitto. Naturalmente, ciò che noi ora stiamo dicendo per il singolo operaio può essere tranquillamente generalizzato, esteso all’intera classe operaia.

Scrive Marx che “poiché il capitalista e l'operaio hanno da suddividersi solo questo valore limitato, cioè il valore misurato dal lavoro totale dell'operaio, quanto più riceve l'uno, tanto meno riceverà l'altro, e viceversa.”

I 6 scellini sono dati poiché corrispondono al valore determinato dalle 12 ore di lavoro medio, ed essi possono essere ripartiti per esempio nei seguenti casi:

  • in 3 scellini per il salario e gli altri 3 scellini come plusvalore in denaro;
  • 2 scellini per il salario e gli altri 4 scellini come plusvalore in denaro;
  • 4 scellini per il salario e 2 scellini come plusvalore in denaro.

Scrive Marx che “siccome non esiste che una quantità, una parte aumenterà nella stessa proporzione in cui l'altra diminuisce. Se i salari cambiano, il profitto cambierà in direzione opposta. Se i salari diminuiscono, aumenteranno i profitti; se i salari aumentano, i profitti diminuiranno.”

Nel primo caso, i 6 scellini sono ripartiti in modo equo tra salario e profitto e il saggio del plusvalore è uguale a 3/3 x 100 = 100%. Il saggio del profitto, invece, è 3/15 x 100 = 20%.

Nel secondo caso, i 6 scellini sono ripartiti in 2 scellini come salario e 4 scellini come plusvalore in denaro. Il saggio del plusvalore è uguale a 4/2 x 100 = 200%. Il saggio del profitto, invece, è 4/15 x 100 = 26,7%. In questo caso, il grado di sfruttamento è raddoppiato mentre la valorizzazione del capitale passa dal 10% al 26,7%.

Nel terzo caso, i scellini sono ripartiti in 4 scellini per il salario e 2 scellini come plusvalore in denaro. Il saggio del plusvalore è uguale a 2/4 x 100 = 50%. Il saggio del profitto, invece, è 2/15 x 100 = 13,3%. In questo caso, il grado di sfruttamento dell’operaio da parte del capitalista è dimezzato rispetto al caso 1, così come la valorizzazione del capitale passa dal 20% al 13,3%.

In tutto questo, il valore della merce rimane invariata e quindi invariato rimane il suo prezzo di mercato che in media e nel lungo periodo equivale al suo prezzo normale, ovvero al valore della merce in denaro.

Abbiamo quindi evidenziato come un aumento dei salari sia la causa della caduta del saggio del profitto e del saggio del plusvalore, a valore della merce invariato.

Scrive Marx che “un aumento generale dei salari provocherebbe dunque una caduta del saggio generale del profitto, ma non eserciterebbe nessuna influenza sul valore. Sebbene i valori delle merci, che debbono regolare in ultima analisi il loro prezzo di mercato, vengono determinati unicamente dalla quantità complessiva del lavoro in esse cristallizzato, e non dalla ripartizione di questa quantità in lavoro pagato e in lavoro non pagato, non ne deriva affatto che i valori di singole merci o di un certo numero di merci che vengono prodotte, per esempio, in dodici ore, restino costanti.”

Il valore della merce cambia solo al variare della quantità di tempo di lavoro necessario alla sua produzione. Abbiamo già trattato velocemente questo aspetto, ma riprendiamo il caso di una diminuzione della quantità di tempo di lavoro necessario alla produzione di una merce. Ciò avviene quando vi è un aumento del grado di sviluppo delle forze produttive, che tra l’altro, è l’obiettivo primario della classe operaia nel socialismo dove i mezzi di produzione si socializzano. In questo caso, la quantità di merci prodotte a parità di giornata o settimana di lavoro aumenterebbe e ciò implica una diminuzione del tempo di lavoro necessario per la produzione di una unità di merce.    

Riprendendo l’esempio numerico, 12 ore di lavoro sono incorporate in una quantità d’oro uguale a 6 scellini. In queste 12 ore si produce 1 abito il cui valore in denaro è appunto 6 scellini. Questo avviene con un grado di sviluppo delle forze produttive storicamente determinato. Supponiamo ora che vi sia una rivoluzione tecnica che causi l’aumento del grado di sviluppo delle forze produttive, e ciò consenta nelle 12 ore di lavoro medio di produrre 2 abiti, invece di 1 solo. Abbiamo quindi che essendo il tempo di lavoro medio sempre di 12 ore, i 2 abiti avranno insieme il valore in denaro di 6 scellini. 3 scellini per abito, quindi. Il raddoppio della quantità di merce prodotta entro le stesse 12 ore causa il dimezzamento del valore dell’unità di merce. Se prima, l’abito aveva un prezzo normale di 6 scellini, con l’aumento del grado di sviluppo delle forze produttive tale da raddoppiare il prodotto all’interno della stessa durata di tempo di lavoro giornaliero, il prezzo normale dell’abito scende a 3 scellini. Equivalentemente, se prima la quantità di tempo di lavoro medio, semplice, necessario alla produzione di 1 abito era di 12 ore, ora è di 6 ore con l’aumento del grado di sviluppo delle forze produttive.  

Ciò che è stato detto è equivalente all’esempio che Marx fa nel testo e che qui riprendiamo.

Scrive Marx che “con un determinato grado di forze produttive del lavoro di filatura, per esempio, con una giornata di lavoro di dodici ore si producono dodici libbre di filo; con un grado inferiore di forze produttive soltanto due libbre. Quindi, se nel primo caso dodici ore di lavoro medio sono incorporate in un valore di sei scellini, le dodici libbre di filo costeranno sei scellini; nell'altro caso, le due libbre di filo costeranno pure sei scellini. Una libbra di filo costerà dunque sei denari (mezzo scellino) nel primo caso, e tre scellini nel secondo. La differenza di prezzo sarebbe una conseguenza della differenza delle forze produttive del lavoro impiegato. Nel caso della maggiore forza produttiva, in una libbra di filo sarebbe incorporata un'ora di lavoro, mentre nel caso della minore forza produttiva in una libbra di filo sarebbero incorporate sei ore di lavoro. Il prezzo di una libbra di filo sarebbe, nel primo caso, soltanto di sei denari, quantunque i salari siano relativamente alti e basso il saggio del profitto. Nell'altro caso sarebbe di tre scellini, quantunque i salari siano bassi e alto il saggio del profitto. E avverrebbe così perché il prezzo della libbra di filo è determinato dalla quantità complessiva del lavoro che essa contiene e non dal rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato in cui questa quantità complessiva si scompone.

 

Ultima modifica ilDomenica, 21 Gennaio 2024 13:24
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