Rivista aperiodica teorica del marxismo-leninismo
Organo teorico della Scuola Rossa

Rapporto tra lavoro pagato e lavoro non pagato

di Manuel Santoro

Continuiamo il lavoro educativo su “Salario, prezzo e profitto” di Marx e riprendiamo l’esempio che abbiamo sviluppato nella scorsa video-lezione di dodici ore di lavoro medio incorporate in un valore di sei scellini. Tre scellini corrispondevano al salario dell’operaio. [Vedi la video-lezione qui: https://youtu.be/2dwwHkLpDsM

In sintesi, abbiamo supposto che la produzione della quantità media di beni di sussistenza necessari alla vita di un operaio richieda sei ore di lavoro medio e che sei ore di lavoro medio siano incorporate in una quantità d'oro uguale a tre scellini. In questo caso tre scellini sarebbero il prezzo o l'espressione monetaria del valore giornaliero della forza-lavoro di quell’operaio. In altre parole, il salario nominale. Se egli lavorasse sei ore al giorno, produrrebbe ogni giorno un valore sufficiente per comperare la quantità media dei beni di sussistenza di cui ha bisogno quotidianamente, cioè per conservarsi come operaio.

Abbiamo anche visto che un giorno di lavoro medio di 6 ore, significa che l’operaio aggiunge all’oggetto in produzione un valore di 3 scellini al giorno. Questo valore che egli aggiunge giornalmente, per esempio al cotone, costituisce un equivalente esatto del salario, o del prezzo, che egli riceve giornalmente per la sua forza-lavoro. E in questo caso il capitalista non riceverebbe nessun plusvalore, o nessun sovraprodotto, poiché non vi è alcun pluslavoro. 

Naturalmente l’operaio non lavora solo il tempo necessario, giornalmente, che equivalente l’esatto del suo salario. L’operaio lavora molto di più, e quindi aggiunge molto più valore all’oggetto in produzione, poiché in ciò consiste il capitalismo.  Abbiamo supposto che il capitalista fa lavorare l’operaio dodici ore al giorno. Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo salario, cioè del valore della sua forza-lavoro, il filatore-operaio dovrà dunque lavorare altre sei ore gratuitamente.

Quindi, da una parte abbiamo che la produzione della quantità media di beni di sussistenza necessari alla vita di un operaio richiede, giornalmente, sei ore di lavoro medio, che corrispondono a tre scellini; dall’altra parte l’operaio lavora per dodici ore di lavoro oggettivando il valore di 6 scellini invece di 3 scellini nell’oggetto in produzione. Lavorando quindi 6 ore in più gratuitamente produce 3 scellini in più di valore che non intasca lui stesso, ma vengono intascati dal capitalista.

Supponiamo ora che nella materia prima, negli strumenti della produzione, nelle materie ausiliarie, ecc. impiegate per una determinata merce siano incorporate 24 ore di lavoro medio. Se 6 ore di lavoro corrispondono a un valore in denaro di 3 scellini, 24 ore di lavoro medio determinano un valore di 12 scellini.  

12 scellini corrispondono al valore del capitale costante (24 ore), 6 scellini (12 ore) corrispondono al valore che dodici ore di lavoro incorporano nell’oggetto prodotto. Il valore complessivo dell’oggetto prodotto sarà quindi di 36 ore di lavoro materializzato equivalente a 18 scellini. 15 scellini anticipati dal capitalista, quindi: 12 di capitale costante e 3 di salario. Poi il capitalista vende la merce prodotta a 18 scellini corrispondente al valore della merce prodotta. La differenza di 18-15 = 3 equivale al valore in denaro delle 6 ore in più lavorate gratuitamente dall’operaio.

Scrive quindi Marx che “il capitalista, vendendo questa merce al suo valore, a diciotto scellini, realizza dunque un valore di tre scellini per il quale non ha pagato nessun equivalente. Questi tre scellini costituiranno il plusvalore o profitto che egli intasca. Il capitalista otterrà dunque il profitto di tre scellini non vendendo la merce a un prezzo superiore al suo valore, ma vendendola al suo valore reale.”

Il prezzo di vendita, di mercato, della merce abbiamo visto essere uguale in medio e nel lungo periodo al prezzo normale, ovvero al valore in denaro della merce stessa. Una volta che le fluttuazioni tra domanda e offerta sono annullate. La merce viene venduta al suo valore, il quale è la somma totale del tempo di lavoro che è stato necessario per produrre tale merce. I 18 scellini infatti contengono anche la quantità di tempo di lavoro necessario per la produzione del lavoro accumulato.

Vendere ora la merce prodotta al suo valore in denaro significa venderla per un profitto.  In altre parole, la merce viene venduta al suo valore che contiene i costi anticipati dal capitalista più ciò che non gli è costato nulla, a prescindere dal salario dell’operaio.

Introduciamo ora alcuni concetti relativi alla scomposizione del plusvalore in diverse categorie.

Scrive Marx che “il plusvalore, cioè quella parte del valore complessivo della merce in cui è incorporato il pluslavoro o lavoro non pagato dell'operaio, io lo chiamo profitto. Questo profitto non viene intascato tutto dall'imprenditore capitalista.”

Ci sono in effetti altri attori che potrebbero entrare in scena e sono il proprietario fondiario che riceve parte del plusvalore sotto il nome di rendita fondiaria e il prestatore di denaro, il cui ammontare equivale ad una certa somma di valori d’uso differenti, di mezzi di produzione, il quale riceve dal capitalista che è dentro la produzione una parte del plusvalore sotto il nome di interessi. Il capitalista che è dentro la produzione, ovvero colui che compra la forza-lavoro e impiega il capitale costante per l’atto della produzione è definito come l’imprenditore capitalista. Le banche, ma anche i singoli possessori di denaro, sono coloro che prestano appunto denaro ricevendo indietro interessi; denaro che serve all’imprenditore capitalista per l’acquisto del lavoro accumulato. E infine, abbiamo il possessore della terra per il quale la terra è merce e non mezzo di produzione, che riceve dall’imprenditore capitalista la rendita fondiaria per l’affitto stesso della terra.

Scrive Marx che “il monopolio del suolo pone il proprietario fondiario nella condizione di appropriarsi di una parte di questo plusvalore, sotto il nome di rendita fondiaria, indipendentemente dal fatto che questo suolo sia usato per l'agricoltura, per edifici, per ferrovie, o per qualsiasi altro scopo produttivo. D'altra parte, il fatto stesso che il possesso degli strumenti di lavoro dà la possibilità agli imprenditori capitalisti di produrre un plusvalore, o, il che è poi la stessa cosa, di appropriarsi di una certa quantità di lavoro non pagato, questo fatto consente al proprietario dei mezzi di lavoro, che egli presta in tutto o in parte all'imprenditore capitalista, cioè, in una parola, consente al capitalista che presta il denaro di reclamare per sé un'altra parte di questo plusvalore, sotto il nome di interesse, cosicché all'imprenditore capitalista come tale non resta che il cosiddetto profitto industriale o commerciale.”

Abbiamo quindi che il plusvalore, il quale è l’extra valore creato dall’operaio salariato, industriale o agricolo, viene suddiviso potenzialmente tra rendita fondiaria, interesse e il profitto industriale. La vita e la soddisfazione dei bisogni del proprietario fondiario, del proprietario dei mezzi di produzione tramite il prestito di denaro e l’imprenditore capitalista sono possibili grazie alla quantità di tempo di lavoro extra, non pagato, che il salariato spende nella produzione della merce che poi viene venduta al suo valore, e ciò a prescindere dal prezzo della forza-lavoro.

I denari intascati da queste figure non salariate non derivano, scrive Marx, “dal suolo come tale o dal capitale come tale; ma suolo e capitale danno la possibilità ai loro proprietari di ricevere la loro parte rispettiva del plusvalore che l'imprenditore capitalista spreme dall'operaio.” È evidente che nel caso l’imprenditore capitalista sia egli stesso proprietario dei mezzi di produzione, del capitale, e quindi capitalista a tutti gli effetti, e proprietario della terra, intascherebbe l’intero plusvalore. Naturalmente all’operaio salariato, sia egli industriale o agricolo, non interessa affatto a chi va il plusvalore. Ciò che invece dovrebbe interessargli è il fatto di essere colui, e di essere il solo, che con il proprio lavoro non remunerato fa campare gli altri attori che direttamente o indirettamente entrano nella produzione.

Scrive Marx che “l'imprenditore capitalista è colui che spreme direttamente dall'operaio questo plusvalore, indipendentemente dalla parte che alla fine egli potrà trattenere per sé. Questo rapporto fra l'imprenditore capitalista e l'operaio salariato è dunque il perno di tutto il sistema del salario e di tutto l'attuale sistema di produzione.”

Ritornando all’esempio della vendita della merce per 18 scellini, poiché ciò è il valore in denaro della merce, valore costituito sempre in denaro da 15 scellini anticipati dal capitalista: 12 di capitale costante e 3 di salario e altri 3 scellini che equivalgono al valore in denaro delle 6 ore in più lavorate gratuitamente dall’operaio, questo plusvalore di 3 scellini rappresenta il fondo intero che l'imprenditore capitalista può dividere, in una proporzione qualsiasi, col proprietario fondiario e con colui che gli ha prestato denaro.

Il valore di questi 3 scellini costituisce il limite del valore che essi hanno da ripartire fra loro. Nessun attore sceglie in modo arbitrario la quantità di denaro da raccattare; l’imprenditore capitalista non sceglie in modo arbitrario quanto profitto farà così come il proprietario della terra non sceglie in modo arbitrario la rendita da ricevere e il proprietario del denaro l’interesse da intascare. La totalità del plusvalore è la totalità del tempo di lavoro non pagato al salariato da parte dell’imprenditore capitalista che deve essere scomposto in proporzioni diverse con il proprietario fondiario, il capitalista-banchiere-usuraio e l’imprenditore capitalista stesso. Il plusvalore non è la somma arbitraria dei valori decisi dal proprietario della terra, dal capitalista-banchiere-usuraio e dall’imprenditore capitalista. In altre parole, se l’operaio lavora 6 ore gratuitamente, come pluslavoro, e tali 6 ore incorporano nel prodotto un valore di 3 scellini, il plusvalore, egli avrà lavorato gratuitamente una parte delle 6 ore per il proprietario della terra, una parte per il capitalista-banchiere-usuraio e una parte per l’imprenditore capitalista. La somma di queste parti-valori deve fare 3 scellini e la somma dei tempi di lavoro gratuito dedicato ai diversi attori, attraverso la figura dell’imprenditore capitalista, deve fare 6 ore.     

In questo esempio, i 3 scellini sono il plusvalore che corrisponde al profitto come grandezza assoluta che poi verrà forse ripartita, come abbiamo visto, con altri attori economici. Il rapporto tra i 3 scellini in quanto plusvalore e il capitale totale anticipato è il saggio del profitto e sta ad indicare la valorizzazione del capitale. Essendo il capitale anticipato pari a 15 scellini, 12 di capitale costante e 3 di capitale variabile, il saggio del profitto è 3/15 x 100 = 20%. Il saggio del plusvalore, invece, che è il rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile anticipato e che misura il grado di sfruttamento della forza-lavoro, è 3/3 x 100 = 100%. Quindi, metà del tempo di lavoro giornaliero l’operaio lavorerà per ricostituire il salario; l’altra metà gratuitamente. Questo valore è fondamentale per la classe operaia poiché è l’unico che indica in modo chiaro il vero rapporto fra lavoro pagato e lavoro non pagato. 

 

Ultima modifica ilDomenica, 21 Gennaio 2024 13:24
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